martedì 13 giugno 2017

Lampugnani, un maestro a Vigevano

“Piazza Ducale a Vigevano” mi ha risposto Vittorio Magnago Lampugnani. Gli avevo chiesto: "Tra le splendide piazze che

ci ha appena illustrato, in quale vorrebbe vivere?"

di Marco Morosini

Eravamo all'aperitivo in suo onore, con Rettora e Presidente del Politecnico di Zurigo, docenti, studenti e invitati, appena dopo la sua lezione di commiato nell'aula magna, piena fino all'ultimo posto. La lista dei suoi libri fa a gara per lunghezza con la lista dei premi ricevuti, e con quella delle città dove ha studiato o insegnato. L'architetto e storico dell'urbanismo è stato fino a quest'anno uno dei più amati e prestigiosi docenti del Politecnico.

    "Tra le splendide piazze che ci ha appena illustrato, in quale vorrebbe vivere?", gli ho chiesto. Ora rifletteva e esitava a rispondermi, sorridendo gentile, nella sua “leggendaria ma ingannevole modestia”, come era stato detto nella laudatio.

    "Einfach so, aus dem Bauch" (così, spontaneamente “dalla pancia”) ho aggiunto allora. “Piazza Ducale a Vigevano” ha risposto, senza più esitare.

    E ho subito pensato a come rimasi in meraviglia più che in qualunque altra piazza, quando mi affacciai su Piazza Ducale, sconosciuta a molti. E mi son ricordato di quando alla televisione italiana, in bianco e nero, senza le réclame, c'erano ancora le pause tra i programmi, ed erano riempite da lunghe sequenze delle più belle piazze italiane, accompagnate da un suono soave di clavicembalo.

    Ora in quella piazza, in quella Agorà della cultura comune che è oggi la televisione, invece delle più belle immagini delle piazze italiane, rimbomba­no le più brutte immagini e i più stupidi slogan che propagandano detergenti per il gabinetto, automobili, carta igienica, telefonini, lotterie, biscotti per cani, biscotti per bambini. Sì, proprio per quei bambini, che passano più tem­po davanti alla televisione che non a scuola. Crescendo ora nella piazza te­le­visiva, invece che in quella del paese, impareranno forse tanto sulla ar­chitettura dei mulini bianchi. Ma forse niente su quella delle più belle piazze italiane.

    Nella lezione di commiato Magnago Lampugnani ci ha aveva mostrato decine di magnifiche piazze, cominciando dalla Agorà ateniese. Il messaggio della lezione – e forse di buona parte della sua opera: proprio le piazze sono uno dei migliori specchi di una civiltà.

Vai al servizio su Lampugnani nel sito del Politecnico di Zurigo

martedì 30 maggio 2017

Emilio Speciale (1954-2017)

Lutto  

«Se volete leggere i miei versi, fatelo lentamente!» - Dopo lunga ma­­­­­­lat­tia, il 23 maggio si è serenamente spento Emilio Speciale, fi­lo­logo e letterato italiano, allievo di Umberto Eco, autore d'impor­tan­ti saggi e studi, fon­da­tore e di­rettore della Rivista interna­zio­nale di stu­di leopar­dia­ni. Per le edizioni ADL aveva curato il vo­lu­me de­gli atti del convegno Zurigo per Silone. Lascia la moglie, Ta­tia­na Cri­velli, ordi­na­ria di italia­ni­sti­ca, e una folta cerchia di parenti, con­giunti e amici. Le esequie avranno luogo venerdì 26 maggio, al­le ore 11, presso la cappella del cre­ma­torio Nord­heim di Zurigo (Halle II).

Si era specializzato presso la Yale University e aveva fondato la prima collana di Libri Elettronici Italiani (LEI). Era un convinto sostenitore delle grandi possibilità che i nuovi supporti offrivano al libro, vero centro di gravità permanente di ogni sua borgesiana ossessione.

A Emilio Speciale piaceva fare non solo i libri elettronici, ma anche quelli di carta. Il mese scorso aveva mandato in tipografia l'ultimo vo­lume della RISL, la “Rivista internazionale di studi leopardiani”, da lui fondata e diretta. Allo stremo delle forze, era riuscito a concludere quel prezioso lavoro editoriale e parlava con sincero entusiasmo degli au­tori, della bellezza dei loro saggi, ma anche della qualità della carta, della copertina e delle rifiniture.

A Bologna, negli anni Settanta, Speciale era stato tra gli allievi prediletti di Umberto Eco e va da sé che amasse quindi i geniali fumettisti che in quell'epoca bazzicavano intorno al Dams e all'Alma Mater: Andrea Pazienza, Filippo Scòzzari e tutti gli altri.

Amava innovare, conservare, scardinare.

Adorava una certa commedia all'italiana, quella abitata dal conte Raffaello Mascetti, nobile decaduto costretto a risiedere dapprima presso amici, poi in uno scantinato. In trepida attesa del redattore Perozzi, che all'alba, dopo il lavoro, già sente una specie di nostalgia per la giornata di normale irripetibilità, tutta zeppa di “supercazzole” e “zingarate” a venire… Amici miei, grande cinema, grande lascito poe­tico di Pietro Germi e Mario Monicelli.

All'inizio del gennaio scorso, dopo un anno di durissima malattia, Emilio ci aveva scritto: «Questo “andare avanti” comporta un peso psicologico struggente… Anche questa è vita, seppure al dieci per cento, e si va avanti passettino dopo passettino senza farsi illusioni.

Ma se fosse questa la vera essenza della nostra esistenza? Un continuo inganno, una serie di illusioni senza speranza, una fregatura insomma? Ma che fregatura… se penso ad una nuotatina nelle limpide acque di San Vito, una passeggiata nella Michigan Avenue di Chicago o nel Malecon dell'Avana, una chiacchierata con gli amici, un rac­conto del nostro Gianni Celati, una cena come si deve all'agritu­ri­smo Canalotto o da Ciccio Sultano a Ragusa, un disco di Tom Waits, ecc. ecc. ecc. piccole cose che hanno rallegrato i miei giorni; allora dico… andiamo avanti!»

È una delle pagine che Emilio ci inviava periodicamente in posta elettronica per tenerci al corrente della situazione durante "il cam­mino", come lo chiamava lui.

Pochi giorni fa ci ha mandato un Commiato e un libro di poesie intitolato Versi 1975-2017, dedicato a Tatiana:

«In queste ultime settimane ho raccolto in un volumetto dei tentativi di poesia, scritti nel corso di tutta la mia vita, senza alcuna pretesa. Ne ho fatto un libro elettronico pubblicato nell'iBooks Store della Apple. Ne ho preparato anche una versione pdf che vi allego, come ricordo. Se volete leggere i miei versi, fatelo lentamente!»

lunedì 22 maggio 2017

Dalla Fondazione Rosselli di Firenze

http://www.rosselli.org/

In Francia per i Rosselli

Quest'anno ricorre l'ottantesimo anniversario dell'assassinio di Carlo e Nello Rosselli, avvenuto a Bagnoles de l'Orne il 9 giugno 1937. Per onorare la memoria di Carlo e Nello saremo presenti in Francia con due iniziative.

 

di Valdo Spini

Martedì 6 giugno a Parigi, presso l'Istituto Italiano di Cultura, una giornata di studio promossa con la Fondazione Circolo Rosselli con relazioni di Valdo Spini, Presidente della Fondazione Circolo Fratelli Rosselli, Alessandro Giacone Université Grenoble-Alpes, Michele Canonica, Presidente Asociazione Dante Alighieri di Parigi, Michele Mioni Université Paris 1, Simone Visciola Université de Toulon, Isabelle Richet et Thibault Guichard Université Paris 8, Éric Vial et Diego Dilettoso Université de Cergy-Pontoise, Patrizia Dogliani Université de Bologne, Marco Bresciani Université de Pise, Francesca Tortorella Université de Strasbourg, Olivier Dard Université Paris-Sorbonne, Éric Panthou Archivi di Clermont-Ferrand. Al termine dei lavori, alle ore 19, ci sarà una iniziativa pubblica, coordinata dal direttore dell'Istituto Italiano di Cultura, dr. Fabio Gambaro, e sarà proiettato il documentario prodotto dalla RAI TV “Carlo e Nello Rosselli”. Contemporaneamente, sarà allestita la mostra sui fratelli Rosselli prodotta dalla Fondazione Circolo Rosselli

Mercoledì 7 giugno, a Bagnoles de l'Orne, presso il monumento che ricorda Carlo e Nello Rosselli, su invito delle autorità locali, si svolgerà una cerimonia di commemorazione.

Chi volesse prenotarsi per il pullman che il giorno 7 giugno trasporterà i partecipanti da Parigi a Bagnoles de l'Orne può rivolgersi all'indirizzo fondazione.circolorosselli@gmail.com. Il pullman è messo a disposizione dalla Fondazione. Posti liberi sino ad esaurimento. Preghiamo anche chi avesse già espresso il proprio interesse a partecipare di ufficializzare la propria presenza scrivendo al nostro indirizzo.

martedì 9 maggio 2017

Mandi, Leo - In morte di Leonardo Zanier (1935-2017)

Mandi, Leo

In morte di Leonardo Zanier (1935-2017) un comune amico e com­pagno, Gigi Bettoli, mi chiede di scrivere qualcosa in ricordo del grande poeta carnico. Compito non facile.

di Andrea Ermano

L'ultima volta che ho visto Leonardo Zanier nella sua casa di Maran­za­nis, in Carnia, è stato il primo maggio di tre anni fa. La sua compagna, Flora Ruchat, era morta dopo lunga malattia un anno e mezzo prima, in una sera d'ottobre, all'Unispital di Zurigo. E quella sera ricordo che, ac­compagnato dal figlio Luca, lui aveva voluto incontrarmi al Coopi. Flo­ra Ruchat-Roncati (1937-2012) era una grande donna, un architetto di genio, una personalità eccezionale. Lo aveva lasciato in una pro­stra­zione quinziana. Ma Zanier voleva rimanere combattivo. E stava preparando una presentazione a Roma della nuova edizione arabo-francese-italo-friuliana di Libers... di scugnî lâ.

Quasi esattamente quarant'anni prima, nella primavera calda del 1972, ci eravamo conosciuti a Tolmezzo dove noialtri, studenti alle prime armi, provavamo una pièce teatrale ispirata alle sue poesie. Erano i mesi della lotta per la salvaguardia del Calzaturificio Artha la cui proprietà, una volta attinto a importanti finanziamenti pubblici, aveva chiuso i battenti mettendo sul lastrico tutte le maestranze.

    Noialtri liceali solidarizzavamo. Scendemmo in piazza con i la­vo­ra­tori. Partecipammo a varie forme di protesta sindacale, tra cui una tenda allestita in piazza per "sensibilizzare" la popolazione circa la ne­cessità di difendere il lavoro e di sconfiggere la piaga dell'emigra­zione. Di qui l'esperimento teatrale in cui le poesie zanieriane – e soprattutto Dedica – costituivano la principale ispirazione. Eravamo giovanissimi. Ricordo che tra noi bazzicavano future personalità del mondo della comunicazione, della cultura e della politica: futuri giornalisti come Alberto Terasso, future rettrici d'uni­ver­sità come Cristiana Compagno, futuri governatori di Regione come Renzo Tondo.

    Quale bilancio deve trarre la nostra generazione di fronte ai massicci flussi migratori nuovamente in atto?

    In vita sua Zanier ha scritto tante cose, tra cui otto raccolte di poesie, nelle quali traspare una prepotente capacità di toccare i nervi più profondi del nostro sentire. Se «la poesia – come diceva Paul Celan –  si espone, non s'impone», bisogna riconoscere che in Zanier a esporsi è un'autenticità vertiginosa. Ma anche vertiginosamente spiritosa: Che Diaz… us al meriti!

Altrimenti non si spiegherebbe in che modo una produzione lirica sedimentatasi per lo più nel friulano iper-minoritario parlato da un pugno di persone nelle valli dell'alto Degano abbia finito per vedersi tradotta nelle principali lingue del mondo, dilagando dentro la coscienza di miriadi di lettrici e di lettori.

    Ma in vita sua Zanier non ha solo "scritto", ha anche "fatto": ha mes­so in piedi la più importante scuola di formazione per adulti a nord del­le Alpi, ha contribuito ad avviare diversi progetti dell'UE contro la po­ver­tà e la marginalità, ha ideato e fondato la struttura dell'Albergo dif­fuso nella sua Comeglians. E la lista sarebbe ancora lunga. La sua bat­taglia più importante, negli anni Sessanta, Zanier l'ha combattuta come pre­si­dente delle Colonie Libere Italiane in Svizzera, la maggiore orga­niz­za­zione di massa dell'emigrazione quando infuriavano le cam­pagne d'odio guidate dai nostalgici del manganello e delle camicie brune.

    Se oggi gli "eroici" nipotini di Hitler e di Mussolini danno fuoco alle baracche dei rifugiati, neanche allora emigrare era propriamente uno scherzo: sui tram, nelle strade, nelle scuole e nei locali pubblici dei variegati "Nord" sparsi per questo continente sempre in bilico sull'orlo del razzismo il clima anti-meridionale (e in quell'epoca gli "albanesi" eravamo noi italiani) conduceva spesso a pestaggi brutali che talvolta trovavano il loro epilogo in ospedale o all'obitorio.

    Fu soprattutto grazie a esponenti della sinistra comunista (Leo Za­nier, Sandro Rodoni e Giuliano Pajetta) non meno che della sinistra socialista (Ezio Canonica, Emilie Lieberherr e Loris Fortuna) che l'on­data xenofoba fu, allora, sconfitta. Sappiamo fare di meglio noi oggi?

    Le poesie di Zanier posseggono una forza incredibile, un impatto che aumenta con il tempo. E questo vale a partire della sua opera pri­ma, testo veramente classico al quale sempre nuovamente sento l'esi­genza di tornare pur conoscendo e apprezzando tutta l'opera di Leo.

    Libers... di scugnî lâ. ("Liberi… di dover partire") uscì nel 1964 presso l'editore Del Bianco di Udine. Seguirono numerose riedizioni, inclusa quella patrocinata presso Garzanti da Tullio De Mauro, di cui ricordo le parole di alta stima. Ricordo un'omerica cena insieme ai filosofi Pier Aldo Rovatti e Helmut Holzhey, le affollatissime presenta­zioni di suoi libri, cui mi chiamò a parlare insieme alla telegiornalista tici­nese Tiziana Mona e al filologo Rienzo Pellegini. Né di­mentico l'ispirazione che Zanier seppe trasmettere a uno straordinario in­tel­let­tuale, Giorgio Ferigo, scomparso prematuramente nel 2007.

    Non posso dare conto qui di una vita così splendida e ricca di così tanti affetti, di così tanti conseguimenti.

Ritorno a Libers... di scugnî lâ. Leonardo era molto fiero della versione più recente, quella in arabo, approntata dal professor Ayad Alabbar per Effigie Editori nel 2012: «Più che poesie in lingua friulana nella loro declinazione carnica, è un'aspra sintesi della costrizione, della dispera­zione e della speranza che sono sottese al mondo dell'emigra­zio­ne», si legge nel breve testo del risvolto, certamente ispirato da Zanier stesso. «Scritto da un emigrante figlio di emigranti, il testo viene qui affian­ca­to dalle traduzioni in italiano, arabo e francese. Si vorrebbe in tal modo offrirlo a tutte quelle migliaia di uomini e donne immigrati in Italia da altri mondi, in fuga dalla fame o dalle guerre. È un percorso riconosci­bile in quello di molti nostri connazionali, partiti nel secolo scorso in cerca di fortuna, lontano dalla propria terra e dai propri cari».

martedì 2 maggio 2017

Il pericolo non dovrebbe essere il mio mestiere. Il giornalismo tra censure, minacce e guerre

MERCOLEDÌ 3 MAGGIO ORE 16.30

  

L’Ucraina di Rocchelli e Mironov

  

Andrej Mironov (1954-2014) e Andy Rocchelli (1983-2014)

 

Al Palazzo della Triennale, viale E. Alemagna, 6

Parco del Castello sforzesco – Salone d’Onore

Mercoledì, 3 maggio 2017 – dalle ore 16.30

 

Ospiti:

Giuseppe Giulietti Presidente FNSI;

Rino Rocchelli e Elisa Signori genitori di Andy Rocchelli;

Alessandra Ballerini avvocato;

Anna Cataldi giornalista e scrittrice;

Nadia Azhghikina Federazione Europea dei Giornalisti;

Ahmet Insel giornalista turco;

Paolo Borrometi giornalista minacciato dalla mafia;

Michele Albanese giornalista minacciato dalla mafia;

Amalia De Simone giornalista minacciata dalla mafia;

Anna Del Freo Federazione Nazionale Stampa Italiana;

Gabriele Dossena Ordine Lombardo dei Giornalisti;

Paolo Perucchini Associazione Lombarda dei Giornalisti

 

Al termine del convegno si potrà visitare la mostra:

 

Dall’ultimo fronte.

L’Ucraina di Andy Rocchelli e Andrej Mironov.