giovedì 18 aprile 2019

CENTOVENTICINQUE ANNI TRA EMIGRAZIONE E LETTERATURA

CULTURA - Un incontro conviviale

 

A margine delle manifestazioni in occasione del 125.mo dalla fondazione dell’Istituto di Filologia Romanza si è tenuto al Coopi di Zurigo un incontro conviviale al quale hanno preso parte numerosi docenti e dottorandi insieme alla presidente dell’Istituto, prof. Tatiana Crivelli Speciale. Di seguito riportiamo ampi stralci del discorso di saluto pronunciato dal direttore dell’ADL, Andrea Ermano.

 

È per me un onore e un piacere oggi, a nome dell’Editrice L’Avvenire dei Lavoratori (ADL), che ha storicamente sede al Coopi, potervi accogliere a questo incontro conviviale nel corso delle manifestazioni per il 125.mo dalla fondazione del Romanisches Seminar der Universitaet Zuerich, che è per altro coetaneo della nostra organizzazione, nata anch’essa a Zurigo, in un piccolo teatro del Niederdorf, nel 1894.

    Non sono pochi gli scrittori e i poeti italiani che hanno frequentato le nostre strutture in varie fasi di una lunga storia. In tempi più recenti ricordo la conferenza tenuta tra questi stessi tavoli da Gianni Celati, come pure i passaggi “cooperativi” di Dacia Maraini, Fleur Jaeggy e Laura Parriani come pure di molte/i altre/i scrittrici e scrittori.

    Anche in senso inverso non pochi giovani e meno giovani esponenti dell’emigrazione italiana in Svizzera hanno frequentato le aule del Romanisches Seminar. Tra essi permettetemi di ricordare Leo Zanier, fondatore di una tra le maggiori realtà scolastiche di questo Paese qual è l’ECAP, nonché scrittore, poeta e collaboratore dell'ADL: per molti anni, fino alla sua scomparsa, ci s’incontrava regolarmente, al Coopi o all’Università in occasione di qualche conferenza.

    Mi viene spesso in mente quel che Leo diceva rispetto a certi profes­sio­nisti dell'ostilità verso i migranti. I quali migranti, agli occhi dei cultori della xenofobia meglio sarebbe se mai arrivassero. Qualora siano invece ormai approdati a noi, debbono risultare sempre "arrivati ieri". Per­ciò, se non è già l'ora di rispedirli a casa, essi debbono assoggettarsi in eterno alle usanze del luogo.

    Ma – domandava Zanier – chi mai l'ha fatto, questo luogo?!

    E agli immemori, m’istruiva, bisogna indicare una lunga strada. E poi aggiungere, quasi sopra pensiero: Ecco, l'hanno fatta gli emigranti. Oppure mostrargli un ponte e vantare: Vedi, questo l'hanno costruito anche i “cìnkali” italiani. Oppure ancora, con ampio gesto della mano, ostentare una schiera di edifici ed esclamare: Guardali bene: edificati da quelli "arrivati ieri"

    E allora lasciateci dire, che è merito non del tutto trascurabile di questi migranti ultimi arrivati se, durante l’epoca dei totalitarismi, negli anni Trenta, un lembo di libertà di stampa ebbe a sopravvivere anche nella lingua di Dante, il quale fu per altro anch’egli migrante – Tu proverai sì come sa di sale / lo pane altrui, e come è duro calle / lo scendere e 'l salir per l'altrui scale (Per. XVII, 58sgg.).

    Un esempio tra tutti di libertà: L'Avanti! parigino, che veniva stampato qui in Svizzera, anzi proprio nel Kreis 4, in questo quartiere, a pochi passi da qui. E che aveva sede alla Militaer­strasse 36, dov'era il Coopi fino a cinquant'anni or sono.

    L'Avanti! parigino recava come sottotitolo di testata la dicitura "L'Avvenire del lavoratore", che in realtà ne era la denominazione ufficiale, in quanto pub­bli­ca­zione autoriz­zata nella Confederazione Elvetica, grazie per altro al muratore analfabeta Pietro Bianchi che fungeva da direttore-prestanome e che meriterebbe una trattazione a sé.

   L'Avanti! parigino rappresentò senza dubbio un nobile ca­pi­tolo di giornalismo: e basti pensare alle inchieste sull'assassinio di Matteotti, alla denuncia del colonialismo in Africa, ai reportage dalla Guerra di Spagna.

    Ma nel giugno 1940 anche l'Avanti! parigino deve chiudere i battenti perché le armate hitleriane invadono la Francia. E allora tanto il "Centro estero" quanto la redazione del suo organo di stampa vengono trasferiti in questa città e posti sotto l'egida di Ignazio Silone. Il quale gode di grandissima fama internazionale grazie al romanzo Fontamara, di cui ha intrapreso la stesura dopo una tremenda crisi personale per la morte in carcere del fratello Romolo, ucciso innocente, a soli 28 anni, di percosse – di botte – solo in quanto familiare di un alto dirigente antifascista. Alla morte del fratello per qualche tempo Silone frequenta Carl Gustav Jung e possiamo ritenere che, nel contatto con il grande psicoana­li­sta zurighese, si sia consolidata in lui una vocazione della scrittura, che è anche percorso di guarigione.

    Per l'ADL, come per il Centro Estero di Zurigo – e il suo pendant romano, il Centro interno di Eugenio Colorni – la parola d'ordine è: "Stati Uniti d'Europa". Si tratta di un progetto di pace imperniato sul celeberrimo Manifesto che Colorni, insieme a Ernesto Rossi e ad Altiero Spinelli sviluppa clandestinamente nel 1941. Intendo quel "Manifesto di Ventotene" che filtra dal confino grazie a Barbara Hirschmann, grande donna e grande europeista.

    Purtroppo, però, Colorni cade a Roma nell'aprile 1944 in uno scontro a fuoco con le milizie fasciste, a pochi giorni dalla liberazione della capitale. E senza l'apporto della sua forte personalità come del suo straordinario vigore intellettuale il nuovo corso europeista non avrà vita lunga. Ci restano però negli annali l’officina dell'ADL e del "Centro Estero" che da Zurigo ha avviato un importante tentativo di rinnovamento della sinistra italiana, come scrive la storica senese Ariane Landuyt.

    A Zurigo Silone non è però soltanto un'europeista o un celebre letterato, egli è anche il mentore di molti giovani intellettuali che af­flui­sco­no nella Confederazione dopo l'8 settembre 1943. Non pochi fra loro svolgeranno poi un ruolo di primo piano nella nuova Italia. Ne cito tre: i registi Giorgio Strehler e Luigi Comencini, e il poeta di ascendenza ebraica Franco Lattes Fortini.

    Permettetemi di leggere alcune strofe di una lirica di Fortini, intitolata Canto di deportati. Appare sull'ADL settantacinque anni fa, il 15 aprile 1944. I pochi versi che ora dirò sono scritti dal giovane poeta israelita mentre i treni della Shoah stanno salendo verso i campi di sterminio nazisti, dove vengono gassate e poi bruciate nei forni crematori fino a quindicimila persone al giorno, uomini, donne, vecchi e bambini. Questo Canto di deportati è, direi, il primo segno d’impatto che l’Olocausto lascia sulla letteratura italiana. Ascoltate.

 

Vorremmo tornare e guardare,

carezzare il trifoglio dei prati,

gli stipiti della casa nuova,

piangere di pietà

dove passò nostra madre:

invece saremo lontani.

 

(…) E quando saremo tornati

l'erba pazza sarà nei cortili,

e il fiato dei morti nell'aria.

Le rughe sopra le mani,

la ruggine sopra i badili:

e ancora saremo lontani.

 

Saremo ancora lontani

dal viso che in sogno ci accoglie

qui, stanchi d'odio e d'amore.

Ma verranno nuove le mani

come vengono nuove le foglie

ora ai nostri campi lontani.

 

Ma la gemma s'aprirà,

e la fonte parlerà, come una volta.

Splenderai, pietra sepolta,

nostro antico cuore umano,

scheggia cruda, legge nuda,

all'occhio del cielo lontano.

 

Prima di concludere non posso non ricordare un’altra figura di spicco nella nostra storia, Angelica Balabanoff, alla quale Andrea Camilleri dedica un racconto struggente e anche piuttosto divertente. 

    Fondatrice nel 1909 dell'Internazionale delle Donne, esponente della sinistra italiana, ma di casa anche nella sinistra russa, la "Dottoressa Angelica" è opinionista e redattrice di punta dell'ADL durante la prima guerra mondiale e perciò viene ferocemente attaccata dalla stampa proto-fascista italiana e dallo stesso Mussolini, con il quale aveva condiviso un lungo sodalizio giovanile.

    Poi scocca a Pietro­burgo la scintilla della rivoluzione. Scocca nel giorno delle donne, l'Otto Marzo 1917, e proprio per iniziativa di un gruppo di donne, operaie tessili. Angelica, acclamata come e più di Lenin, rientra da Zurigo nella Russia rivoluzionaria che grandi entusiasmi sta suscitando tra i lavoratori di tutto il mondo. Assume importantissimi incarichi di coordinamento internazionale, che manterrà per qualche anno dopo la presa del Palazzo d'Inverno, avvenuta sotto la regia di Lev Trockij nella notte tra il 6 e il 7 novembre (24 e 25 ottobre del calendario giuliano).

    In seguito, però, alla sanguinosa repressione ordinata nel 1921 da Trockij per soffocare una rivolta anti-leninista e libertaria condotta dal Soviet dei marinai di Kronstadt, e in seguito all'ancor più sanguinosa scalata di Stalin al potere assoluto nell'Unione Sovietica, reputerà che la Rivoluzione russa stia perdendo la sua forza propulsiva. Ritornerà allora in Occidente, prima in Italia, poi in Svizzera, quindi in Francia e negli USA. Alla fine della seconda guerra mondiale la ritroviamo, libera nella Roma liberata in cui mezzo secolo prima si era distinta come una tra le più brillanti allieve del filosofo Antonio Labriola.

 

E giunti sin qui, vorrei proporvi un secondo accento femminile. Mi riferisco a Giulia Bondanini Schiavetti, co-fondatrice della Scuola Libera Italiana e dell’Unione Donne Italiane.

    Nel suo libro su Giulia Bondanini Schiavetti una delle maggiori storiche del “fuoriuscitismo” italiano, Elisa Signori, scrive che esiste come una "distorsione ottica" indotta dalle fonti poliziesche, nelle quali l'antifascismo delle donne è un fenomeno "invisibile e/o marginale". E, allora, per ovviare a questa "distorsione ottica" propone due correttivi: «da un lato l'attenzione alle percezioni soggettive, grazie alle quali si riesce a forzare il confine che talvolta artificiosamente separa politica e cultura (…), scelte di valore e scelte di vita, dall'altro l'uso delle chiavi di lettura suggerite dalla storia di genere (…) che consentono di sottolineare la valenza di una pluralità di azioni di sostegno, di attitudini solidaristiche, di mansioni cospirative e strategiche, di attività pedagogiche e di mobilitazione propagandistica gestite dalle donne con originalità e consapevolezza».

    Il tessuto della quotidianità di quei vent'anni «è annodato intorno a loro, figure di madri, mogli, figlie, collaboratrici il cui personale contributo di passione e di idee, di lavoro e di organizzazione» scrive una nuova storia. Ma non possiamo dimenticare neppure il loro tributo di sangue. E qui penso, emblematicamente, a Vittoria Nenni, la figlia di Pietro Nenni, che muore nell'estate del 1943 ad Auschwitz, dove una teca ne ricorda le ultime parole: «Dite a mio padre che non ho perso coraggio mai e che non rimpiango nulla».

    Per concludere, consentitemi brevissime parole su uno dei più celebri tra i romanzi italiani, e non solo italiani, scritti a Zurigo: Fontamara.

    Fu tradotto in una ventina e più di lingue. Comportò un enorme danno d'im­ma­gine per il duce. E basti pensare che il Presidente degli Stati Uniti d'America, Franklin Delano Roosevelt volle che proprio una copia in inglese di Fontamara fosse conse­gna­ta a ciascuno dei marines in procinto di sbarcare in Sicilia nel 1943, affinché potessero apprendere per quale causa essi erano stati inviati a combattere nel no­stro Paese.

    Del resto, come leggo nel secondo volume di “Zurigo per Silone”, curato in modo davvero eccellente da Emilio Speciale, amico indimenticato e indimenticabile, fu proprio lo stesso presidente Roosevelt a scrivere, un anno dopo lo sbarco di Sicilia, una lettera di ringraziamento agli editori svizzeri di Silone:

 

«To Dr. and Mrs. Emil Oprecht, my sincere appreciacion for their valiant work and efforts in the cause of the United Nations (…)

Very sincerely yours

Franklin D. Roosevelt».

 

Che stile, direte voi. Certo, altri tempi… Altra Casa Bianca… E ben altra idea della Politica! C’era una volta un Presidente che ringraziava una piccola editrice di libri che, salvati dai roghi nazisti, avevano servito "la causa delle Nazioni Unite".

    È sottesa qui una certa concezione della res publica. Qui possiamo intendere come i "trent'anni gloriosi" della democrazia occidentale – che iniziano con la fine della guerra e giungono alla seconda metà degli anni Settanta – fossero caratterizzati dall’imprinting di questo legame tra politica e cultura, il cui significato più profondo colloca la ricerca della legittimità nella forza della ragione.

    Tempi irrimediabilmente passati?

    Non saprei. Questo, permettetemi, dipende anche da voi, docenti e letterati, che formate l’intelletto e il gusto di sempre nuove generazioni.

    Ecco, gentili e illustri ospiti, di ben lungi non ho illustrato tutto quel che si potrebbe narrare circa le tante storie che proprio nel Coopi si collegano a una storia ben più ampia, svoltasi durante i 125 anni di ‘concittadinanza turicense’ tra il Romanisches Seminar e l’emigrazione italiana, quella che “per luogo e per voce” noi qui cerchiamo di rappresentare, non troppo indegnamente spero.

 

 

 


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La scomparsa di Massimo Bordin

Su Radio Radicale

https://www.radioradicale.it/

 

 

Era un giornalista straordinariamente competente. La sua rassegna del mattino, “Stampa e Regime”, lo aveva imposto all’opinione pubblica italiana come il decano dei commentatori politici italiani. Era la voce più nota e amata di Radio Radicale, di cui è stato Direttore dal 1991 al 2010. Massimo Bordin ha fatto di Radio Radicale un servizio pubblico di formidabile livello ed indiscutibile valore.

    Nel dare conto della vita politica, sociale e istituzionale italiana durante oltre quarant’anni di attività, RR ha raccolto un archivio di enorme interesse storico e civile: 540 mila registrazioni disponibili a tutti gli utenti in tutto il mondo.

    Con misura pazzescamente liberticida il governo italiano vuole chiudere Radio Radicale. Il 21 maggio va, infatti, a concludersi la convenzione con il governo per la trasmissione delle attività istituzionali. Le parole pronunciate lunedì da Vito Crimi, sottosegretario cinquestelle all'Editoria, escludono ogni possibilità di proroga. Ascoltate l’ultimo vibrante appello di Bordin per la salvaguardia di RR.

 

“Salvate Radio Radicale!” - Il testamento politico di Bordin

Ada Pagliarulo annuncia, commossa, in diretta la scomparsa di Bordin

La dichiarazione di Alessio Falconio, direttore di Radio Radicale

 

Il saluto degli amici a Massimo Bordin si terrà a Roma,

Facoltà Valdese, via Pietro Cossa 40, alle 10:30 di venerdì 19 aprile.

     

 

 


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domenica 3 marzo 2019

Laura Barile legge Amelia Rosselli

Dalla Fondazione Rosselli di Firenze

 

 
Il libro s'intitola "Laura Barile legge Amelia Rosselli" (nottetempo 2014). La forza della poesia di Amelia Rosselli nella lettura ravvicinata di alcuni suoi testi da parte di Laura Barile (premio dell'Accademia dei Lincei per le Letterature europee). 
    Si tratta di un percorso illuminante attraverso le invenzioni linguistiche, la metrica ispirata alle rivoluzioni musicali novecentesche, la folgorante profondità di visione di versi che parlano di eros e morte, lacerazioni ed entusiasmi, purezza e perdita.
    Un'agile "guida" per introdurre lettori e studenti alla comprensione di una delle voci essenziali della poesia contemporanea. 
    Amelia Rosselli (Parigi, 1930 – Roma, 1996), figlia di Carlo Rosselli e di Marion Cave, è una delle maggiori poetesse italiane del Novecento. Nel 1940 riparò con la famiglia in Svizzera e quindi negli Stati Uniti seguendo un percorso irregolare di studi e di ricerche determinanti per la maturazione della sua forte personalità artistica, che era cosmopolitica ma ad un tempo personalissima e inconfondibile. 
   Fin dalle sue prime pubblicazioni negli anni Sessanta attirò subito l'attenzione di Zanzotto, Raboni e Pasolini. 

 



lunedì 22 gennaio 2018

Lutto - Ciao, Mario

Ci ha lasciati Mario Perniola, uno tra i maggiori esponenti della filosofia italiana contemporanea

di Andrea Ermano

Pensatore di un sentire finissimo, di un'esemplare clarté e di una risata, ora bonaria, ora senz'appello. Con Mario Perniola, morto il nove gen­naio scorso nella sua casa romana, ci ha lasciati uno dei maggiori filosofi italiani contemporanei. Indagatore trasgressivo, "più che sacro più che profano", profondamente partecipe della storia e della teoria dell'emancipazione del e dal lavoro, si era formato alla scuola ermeneutica torinese di Pareyson. Aveva esordito nel 1961 con un saggio su Samuel Beckett, pubblicato sulla rivista di Silone e Chiaromonte, "Tempo presente". Seguiva percorsi di ricerca sempre nuovi, orgoglio­sa­mente non di scuola, ma fedelissimo alla più rigorosa trasparenza argomentativa.

    Ha scritto Langone sul "Foglio": «Fino a ieri pensavo fosse il numero due e forse mi sbagliavo perché il filosofo numero uno, Emanuele Severino, scrive sempre lo stesso libro mentre lui scriveva ogni volta un libro davvero diverso, risultato di un'inesausta, quasi ragazzina curiosità. Oltre che per la sua anima prego dunque per l'uscita di un libro postumo: sarà un libro vivo.»

    È possibile che il libro postumo di Mario Perniola sia un diario di vita, viaggi e città al quale lavorava negli ultimi tempi. Non posso né vorrei riassumere qui la vita e l'opera in un "coccodrillo" giornalistico. Dirò solo che nel 2017 aveva pubblicato presso Bompiani un importante volume dal titolo Estetica italiana contemporanea. In esso Perniola si era dedicato a "trentadue autori che hanno fatto la storia degli ultimi cinquant'anni". Anche di questo libro andava molto fiero, perché mostrava come il sentire, l'estetica «abbia giocato un ruolo essenziale nell'autorappresentazione della società borghese, al punto da costituirne l'inconscio politico».

    Il penultimo libro, un romanzo di "storiette" uscito nel 2016, reca titolo Del terrorismo come una delle belle arti e narra le vicende «comiche e grottesche di un militante trotskista argentino, condannato a morte dai suoi ex compagni di partito, con sentenza "da eseguirsi il giorno della rivoluzione". La folle avventura politica, esistenziale e nichilista dei membri dell'Armata rossa giapponese. La surreale compagnia di esaltati, anarchici, pazzoidi, bohémiens e filibustieri che si ritrova, negli anni Settanta, intorno alla redazione della rivista "Agaragar". Ma anche scrittori e artisti come Moravia e Pasolini, surrealisti e situazionisti. In questi testi autobiografici, né interamente veri, né interamente falsi, Perniola rivela le radici esistenziali della propria filosofia, mostrando la sua stretta connessione con alcune vicende storiche, politiche, culturali ed umane a lui contemporanee. Le storiette si rifanno da un lato al genere letterario, a metà tra il serio e il faceto, praticato dagli antichi filosofi cinici, dall'altro ai setsuwa dei monaci giapponesi e si basano sulla premessa buddhista della non sostanzialità dell'io, non meno che sul rifiuto di una narrativa ingenua e popolare, ignara del carattere enigmatico e paradossale della scrittura letteraria. La loro tonalità emozionale è un misto di terrore e di ironia, che unisce lo stile dell'avanguardia al distacco estetico, usando indifferentemente registri realistici e surrealistici in una combinazione che appartiene alla logica del simulacro.»


Mario e io ci eravamo conosciuti nel 1990 per "importare" Peter Sloterdijk in Italia. Promuovemmo presso Garzanti la pubblicazione della Critica della ragion cinica, per la quale Perniola compose all'epoca una notevole Presentazione, ripubblicata anche nella seconda edizione dell'opera, uscita presso Cortina nel 2013.

    Sottilmente, in questa Presentazione Mario metteva a fuoco, accanto all'amplissima summa cinica dell'autore tedesco, un'ulteriore causa della "sindrome weimariana" che negli anni Trenta diede luogo alla catastrofe nazista e che da un quarto di secolo ormai corrode la nostra democrazia.

    Questa ulteriore causa cinica di crisi insisteva per Perniola nella rottura dell'aidôs, termine greco antico che significa "pudore", "timidità", "verecondia", "modestia", "rispetto", "stima", "venerazione", ma (in caso di mancanza di tutto ciò) può anche voler dire "vergogna" e "disdoro".

    La rottura cinica dell'aidôs è per Mario Perniola la causa del mancamento del presupposto pre-politico fondamentale in rapporto alla Politica tout court. Ed è perciò che «il compito storico di fronte al quale si trova la filosofia oggi presenta sorprendenti analogie con quel momento della filosofia antica».

    La catastrofe del "pudore" ateniese avvenne nel 399 a.C. con la condanna a morte di Socrate. La diagnosi di Perniola venne pubblicata mentre correva l'annus horribilis 1992. Da allora cresce al centro della nostra polis un alto monte di macerie e disgusto e vergogna e disdoro. E ora, senza Mario, non sarà certo più facile ricostruire l'aidôs fracassato.

“The Post” - Da "Letter from Washington DC"

riceviamo e volentieri pubblichiamo

Quando il buon giornalismo salva la democrazia.

Riflessioni intorno all'ultimo film di Steven Spielberg.

di Oscar Bartoli

Gutta cavat lapidem. I nostri antichi progenitori romani amavano ripetere che, così come la goccia riesce a scavare la roccia, anche una ripetuta falsità può riuscire a condizionare la capacità di intendere di volere di milioni di persone.

    È questo il principio motore della propaganda politica sfruttato dai dittatori di ogni epoca e regione.

    Ed è questo quanto sta avvenendo qui negli Stati Uniti sottoposti come siamo al continuo bombardamento di accuse fatto dal presidente Donald Trump che, con la sua definizione di 'fake news', è riuscito a far credere che il mondo dell'informazione sia costituito da lestofanti.

    Un contributo all'affermazione di questa accusa di dimensioni internazionali è stato offerto anche dalla categoria dei professionisti dell'informazione, molti dei quali, nonostante la mano sul petto e gli insegnamenti morali nelle scuole e università di giornalismo, non hanno esitato a farsi coinvolgere nella missione di leccaculismo del potente di turno. Anche perché inseguire la libertà e l'obiettività non solo è faticoso ma può essere anche rischioso a titolo personale.

    Questo per dire che in un momento così delicato per quei mezzi di informazione che cercano di affrancarsi dall'elogio scontato al potente, un film come "The Post" del regista Spielberg rappresenta una ventata di aria fresca che attenua anche se per poco l'atmosfera violenta innescata da questa anomala presidenza Americana.

    Il film si basa su la proprietaria del Washington Post, Catherine Graham, che si assunse la responsabilità di pubblicare le cosiddette carte del Pentagono che mettevano in luce come negli ultimi trent'anni i presidenti americani che si erano succeduti avessero taciuto sulla evidenza dimostrata dalle agenzie di intelligence che la guerra in Vietnam era senza sbocco e non sarebbe mai stata vinta dagli americani.

    The Post non trascura la acerrima competizione tra il quotidiano della capitale e il New York Times, e le difficoltà di gestione economica del Washington Post che la Graham riesce a far quotare in borsa, convinta com'era che il profitto si ottiene con un prodotto di qualità.

    Ed è per questa ragione che si era battuta per l'assunzione di 25 ottimi giornalisti nella staff del giornale.

    La pubblicazione delle carte del Pentagono rischia di far andare in galera sia i responsabili del New York Times che del Washington Post che si sono avvalsi di una sola fonte di informazione alla quale hanno garantito assoluta sicurezza.

    Il finale del film si conclude con la sentenza della Corte Suprema che per sei a tre stabilisce che i quotidiani non siano imputabili per quanto pubblicato anche se si trattava di documenti coperti dal top secret.

    Gli applausi che spesso nascono spontanei al termine delle proiezioni affollate stanno a dimostrare che esiste ancora una buona parte della popolazione Americana che crede nei mezzi di informazione come garanzia di un corretto percorso democratico del Paese.