lunedì 22 maggio 2017

Dalla Fondazione Rosselli di Firenze

http://www.rosselli.org/

In Francia per i Rosselli

Quest'anno ricorre l'ottantesimo anniversario dell'assassinio di Carlo e Nello Rosselli, avvenuto a Bagnoles de l'Orne il 9 giugno 1937. Per onorare la memoria di Carlo e Nello saremo presenti in Francia con due iniziative.

 

di Valdo Spini

Martedì 6 giugno a Parigi, presso l'Istituto Italiano di Cultura, una giornata di studio promossa con la Fondazione Circolo Rosselli con relazioni di Valdo Spini, Presidente della Fondazione Circolo Fratelli Rosselli, Alessandro Giacone Université Grenoble-Alpes, Michele Canonica, Presidente Asociazione Dante Alighieri di Parigi, Michele Mioni Université Paris 1, Simone Visciola Université de Toulon, Isabelle Richet et Thibault Guichard Université Paris 8, Éric Vial et Diego Dilettoso Université de Cergy-Pontoise, Patrizia Dogliani Université de Bologne, Marco Bresciani Université de Pise, Francesca Tortorella Université de Strasbourg, Olivier Dard Université Paris-Sorbonne, Éric Panthou Archivi di Clermont-Ferrand. Al termine dei lavori, alle ore 19, ci sarà una iniziativa pubblica, coordinata dal direttore dell'Istituto Italiano di Cultura, dr. Fabio Gambaro, e sarà proiettato il documentario prodotto dalla RAI TV “Carlo e Nello Rosselli”. Contemporaneamente, sarà allestita la mostra sui fratelli Rosselli prodotta dalla Fondazione Circolo Rosselli

Mercoledì 7 giugno, a Bagnoles de l'Orne, presso il monumento che ricorda Carlo e Nello Rosselli, su invito delle autorità locali, si svolgerà una cerimonia di commemorazione.

Chi volesse prenotarsi per il pullman che il giorno 7 giugno trasporterà i partecipanti da Parigi a Bagnoles de l'Orne può rivolgersi all'indirizzo fondazione.circolorosselli@gmail.com. Il pullman è messo a disposizione dalla Fondazione. Posti liberi sino ad esaurimento. Preghiamo anche chi avesse già espresso il proprio interesse a partecipare di ufficializzare la propria presenza scrivendo al nostro indirizzo.

martedì 9 maggio 2017

Mandi, Leo - In morte di Leonardo Zanier (1935-2017)

Mandi, Leo

In morte di Leonardo Zanier (1935-2017) un comune amico e com­pagno, Gigi Bettoli, mi chiede di scrivere qualcosa in ricordo del grande poeta carnico. Compito non facile.

di Andrea Ermano

L'ultima volta che ho visto Leonardo Zanier nella sua casa di Maran­za­nis, in Carnia, è stato il primo maggio di tre anni fa. La sua compagna, Flora Ruchat, era morta dopo lunga malattia un anno e mezzo prima, in una sera d'ottobre, all'Unispital di Zurigo. E quella sera ricordo che, ac­compagnato dal figlio Luca, lui aveva voluto incontrarmi al Coopi. Flo­ra Ruchat-Roncati (1937-2012) era una grande donna, un architetto di genio, una personalità eccezionale. Lo aveva lasciato in una pro­stra­zione quinziana. Ma Zanier voleva rimanere combattivo. E stava preparando una presentazione a Roma della nuova edizione arabo-francese-italo-friuliana di Libers... di scugnî lâ.

Quasi esattamente quarant'anni prima, nella primavera calda del 1972, ci eravamo conosciuti a Tolmezzo dove noialtri, studenti alle prime armi, provavamo una pièce teatrale ispirata alle sue poesie. Erano i mesi della lotta per la salvaguardia del Calzaturificio Artha la cui proprietà, una volta attinto a importanti finanziamenti pubblici, aveva chiuso i battenti mettendo sul lastrico tutte le maestranze.

    Noialtri liceali solidarizzavamo. Scendemmo in piazza con i la­vo­ra­tori. Partecipammo a varie forme di protesta sindacale, tra cui una tenda allestita in piazza per "sensibilizzare" la popolazione circa la ne­cessità di difendere il lavoro e di sconfiggere la piaga dell'emigra­zione. Di qui l'esperimento teatrale in cui le poesie zanieriane – e soprattutto Dedica – costituivano la principale ispirazione. Eravamo giovanissimi. Ricordo che tra noi bazzicavano future personalità del mondo della comunicazione, della cultura e della politica: futuri giornalisti come Alberto Terasso, future rettrici d'uni­ver­sità come Cristiana Compagno, futuri governatori di Regione come Renzo Tondo.

    Quale bilancio deve trarre la nostra generazione di fronte ai massicci flussi migratori nuovamente in atto?

    In vita sua Zanier ha scritto tante cose, tra cui otto raccolte di poesie, nelle quali traspare una prepotente capacità di toccare i nervi più profondi del nostro sentire. Se «la poesia – come diceva Paul Celan –  si espone, non s'impone», bisogna riconoscere che in Zanier a esporsi è un'autenticità vertiginosa. Ma anche vertiginosamente spiritosa: Che Diaz… us al meriti!

Altrimenti non si spiegherebbe in che modo una produzione lirica sedimentatasi per lo più nel friulano iper-minoritario parlato da un pugno di persone nelle valli dell'alto Degano abbia finito per vedersi tradotta nelle principali lingue del mondo, dilagando dentro la coscienza di miriadi di lettrici e di lettori.

    Ma in vita sua Zanier non ha solo "scritto", ha anche "fatto": ha mes­so in piedi la più importante scuola di formazione per adulti a nord del­le Alpi, ha contribuito ad avviare diversi progetti dell'UE contro la po­ver­tà e la marginalità, ha ideato e fondato la struttura dell'Albergo dif­fuso nella sua Comeglians. E la lista sarebbe ancora lunga. La sua bat­taglia più importante, negli anni Sessanta, Zanier l'ha combattuta come pre­si­dente delle Colonie Libere Italiane in Svizzera, la maggiore orga­niz­za­zione di massa dell'emigrazione quando infuriavano le cam­pagne d'odio guidate dai nostalgici del manganello e delle camicie brune.

    Se oggi gli "eroici" nipotini di Hitler e di Mussolini danno fuoco alle baracche dei rifugiati, neanche allora emigrare era propriamente uno scherzo: sui tram, nelle strade, nelle scuole e nei locali pubblici dei variegati "Nord" sparsi per questo continente sempre in bilico sull'orlo del razzismo il clima anti-meridionale (e in quell'epoca gli "albanesi" eravamo noi italiani) conduceva spesso a pestaggi brutali che talvolta trovavano il loro epilogo in ospedale o all'obitorio.

    Fu soprattutto grazie a esponenti della sinistra comunista (Leo Za­nier, Sandro Rodoni e Giuliano Pajetta) non meno che della sinistra socialista (Ezio Canonica, Emilie Lieberherr e Loris Fortuna) che l'on­data xenofoba fu, allora, sconfitta. Sappiamo fare di meglio noi oggi?

    Le poesie di Zanier posseggono una forza incredibile, un impatto che aumenta con il tempo. E questo vale a partire della sua opera pri­ma, testo veramente classico al quale sempre nuovamente sento l'esi­genza di tornare pur conoscendo e apprezzando tutta l'opera di Leo.

    Libers... di scugnî lâ. ("Liberi… di dover partire") uscì nel 1964 presso l'editore Del Bianco di Udine. Seguirono numerose riedizioni, inclusa quella patrocinata presso Garzanti da Tullio De Mauro, di cui ricordo le parole di alta stima. Ricordo un'omerica cena insieme ai filosofi Pier Aldo Rovatti e Helmut Holzhey, le affollatissime presenta­zioni di suoi libri, cui mi chiamò a parlare insieme alla telegiornalista tici­nese Tiziana Mona e al filologo Rienzo Pellegini. Né di­mentico l'ispirazione che Zanier seppe trasmettere a uno straordinario in­tel­let­tuale, Giorgio Ferigo, scomparso prematuramente nel 2007.

    Non posso dare conto qui di una vita così splendida e ricca di così tanti affetti, di così tanti conseguimenti.

Ritorno a Libers... di scugnî lâ. Leonardo era molto fiero della versione più recente, quella in arabo, approntata dal professor Ayad Alabbar per Effigie Editori nel 2012: «Più che poesie in lingua friulana nella loro declinazione carnica, è un'aspra sintesi della costrizione, della dispera­zione e della speranza che sono sottese al mondo dell'emigra­zio­ne», si legge nel breve testo del risvolto, certamente ispirato da Zanier stesso. «Scritto da un emigrante figlio di emigranti, il testo viene qui affian­ca­to dalle traduzioni in italiano, arabo e francese. Si vorrebbe in tal modo offrirlo a tutte quelle migliaia di uomini e donne immigrati in Italia da altri mondi, in fuga dalla fame o dalle guerre. È un percorso riconosci­bile in quello di molti nostri connazionali, partiti nel secolo scorso in cerca di fortuna, lontano dalla propria terra e dai propri cari».

martedì 2 maggio 2017

Il pericolo non dovrebbe essere il mio mestiere. Il giornalismo tra censure, minacce e guerre

MERCOLEDÌ 3 MAGGIO ORE 16.30

  

L’Ucraina di Rocchelli e Mironov

  

Andrej Mironov (1954-2014) e Andy Rocchelli (1983-2014)

 

Al Palazzo della Triennale, viale E. Alemagna, 6

Parco del Castello sforzesco – Salone d’Onore

Mercoledì, 3 maggio 2017 – dalle ore 16.30

 

Ospiti:

Giuseppe Giulietti Presidente FNSI;

Rino Rocchelli e Elisa Signori genitori di Andy Rocchelli;

Alessandra Ballerini avvocato;

Anna Cataldi giornalista e scrittrice;

Nadia Azhghikina Federazione Europea dei Giornalisti;

Ahmet Insel giornalista turco;

Paolo Borrometi giornalista minacciato dalla mafia;

Michele Albanese giornalista minacciato dalla mafia;

Amalia De Simone giornalista minacciata dalla mafia;

Anna Del Freo Federazione Nazionale Stampa Italiana;

Gabriele Dossena Ordine Lombardo dei Giornalisti;

Paolo Perucchini Associazione Lombarda dei Giornalisti

 

Al termine del convegno si potrà visitare la mostra:

 

Dall’ultimo fronte.

L’Ucraina di Andy Rocchelli e Andrej Mironov.

martedì 18 aprile 2017

Freschi di stampa, 1917-2017 (6)

Freschi di stampa, 1917-2017 (6)

È ufficiale. La nuova Russia vuole la pace.

E la Germania? E l’Inghilterra? E gli altri?

Anche l’ADL del 14 aprile 1917 apre con una titolazione a tutta pagina: «Astuzie imperialiste in opera: La paura del contagio rivoluzionario, consiglia al Kaiser la lusinga e la frode».

    Lenin è partito da qualche giorno e sta per arrivare a San Pietroburgo. Altri quattrocento esuli russi, e la stessa Angelica Balabanoff tra loro, stanno svolgendo intense trattative con la diplomazia tedesca per poter rientrare anch’essi in patria.

L’editoriale si occupa prevalentemente delle conseguenze della Ri­vo­lu­zione russa sulla Germania, dove nel marzo 1917 la SPD e i Li­be­ral-progressisti (FVP) si erano espressi a favore di una riforma del si­ste­ma elettorale prussiano, incontrando l’opposizione delle destre e del Cen­tro, che difendevano invece antichi privilegi. Nel frattempo, però, a San Pietroburgo si era consumato il “regime change” di Febbraio. E i Na­zional-liberali tedeschi di Stresemann, sorprendentemente, si schie­ra­rono a favore della  riforma come pure di un certo grado di par­la­men­ta­rizzazione del Reich: a pattto che i socialdemocratici avessero però confermato il loro sostegno ai “crediti di guerra”. In altre parole, la classe dirigente prussiana intendeva continuare il terribile conflitto. Contro questa ipotesi di baratto politico si scaglia l’editoriale dell’ADL che reca il titolo «TROPPO TARDI!». Leggiamo:

    «Le lotte per il suffragio universale per la Dieta prussiana hanno dominato tutta la politica della classe lavoratrice germanica durante gli ultimi decenni. Chi non ricorda le battaglie parlamentari ed extraparlamentari e le intense agitazioni che la parte cosciente del proletariato prussiano ha condotto a mezzo dei propri rappresentanti e scendendo in piazza per conquistarsi l'elementare diritto politico al suffragio universale diretto e segreto?

    Era una lotta formidabile, il cozzo di due interessi, di due idealità, di due mondi. La Prussia costituisce da un pezzo il baluardo della re­a­zio­ne mondiale; ivi imperano i rappresentanti di quelle caste e classi me­dioevali, il cui predominio e la cui esistenza stessa sono in­com­patibili coll'attuale struttura sociale, colla prevalenza che nella vita pubblica sempre più acquista l'elemento proletario. (...) E coloro che con arroganza senza pari (...) negavano il diritto di voto, lo facevano non tanto per ragioni politiche (...); la divisione in classi non doveva essere abolita neppure al cospetto del Parlamento prussiano. Lo schiavo doveva rimanere schiavo, come il “signore” doveva rimanere “signore” anche là, e soprattutto là ove si dettano le supreme leggi che regolano la vita materiale, politica ed intellettuale della popolazione.

    Se così non fosse stato, se non si fosse trattato d'una lotta di classi vera e propria, ma di un semplice episodio politico, i “signori” o il Kai­ser che sia, avrebbero ceduto da un pezzo ai moniti che venivano da tutte le parti, ed avrebbero ceduto alle pressioni del proletariato ed ai segni dei tempi (...) Se la lotta del proletariato fosse stata più ef­fi­ca­ce ed avesse minacciato in modo più immediato i privilegi degli on­ni­potenti, forse la guerra sarebbe stata soffocata nel germe. Cioè, prima di scatenarla le classi dirigenti, e non in Germania soltanto, si sa­reb­bero detto che per quanto seducente la possibilità di aumentare il pro­prio potere e le proprie ricchezze, bisognava pur tener conto della e­ven­tualità di perdere tutto nella lotta con un proletariato cosciente dei suoi diritti, deciso e capace di approfittare – conformemente ai sug­ge­rimenti del Congresso Internazionale di Stoccarda – della crisi eco­nomica e politica provocata dalla guerra per accelerare la caduta del capitalismo.

    Purtroppo le classi dirigenti non hanno avuto tale timore e le masse si sono mostrate ancora una volta ligie agli interessi degli imperialisti. Da schiavi hanno combattuto per i “signori”, per quegli stessi "si­gno­ri" che negavano loro il diritto alla vita politica e li condannavano a una esistenza di sfruttati e di oppressi.

    Ora – dopo tre anni di sterminio – le classi dirigenti si degnano di riconoscere che le masse hanno mostrato di meritare... l'accesso alla vita pubblica. (...) Ora quando non c'è più niente da salvare dalla morte o dalla fame, ora i “signori” si degnano di concedere alle masse dissanguate e affamate il grande onore di essere pareggiate a loro – i parassiti – nel diritto di voto ecc. ecc.

    Troppo tardi!, deve rispondere il proletariato tedesco. A meno che voglia rinunziare al suo compito rivoluzionario, alla sua dignità di classe. Non ci sono più zuccherini, o riforme, o promesse che possano diminuire il rancore degli oppressi verso i loro oppressori. (...) Un “diritto” che ora si concede al popolo per far dimenticare ciò che non deve essere dimenticato, per perdonare ciò che non deve essere perdonato.

    Il suffragio universale elargito in questo momento non può che avvicinare il giorno in cui il popolo si ricorderà di essere chiamato dalla storia (...) e saprà agire conformemente.

    Il popolo russo insegna. Esso non si appaga dei diritti portatigli dalla rivoluzione, tale dev'essere la risposta del popolo [prussiano, tale da negare alla bor]ghesia il diritto di valersi del proletariato per il conseguimento dei suoi scopi imperialistici.

    Abbasso la guerra, evviva la rivoluzione!, tale dev'essere la risposta del popolo prussiano.» (ADL 14.4.1917)

Segue una serie di articoli più brevi. "L'INTESA IN IMBARAZZO" titola il taglio basso in prima, che prosegue così:

    «Dunque il Governo russo ha parlato in forma ufficiale. Ed ha detto: “Noi rinunciamo ad ogni conquista territoriale”. Cosa significhi questa affermazione venuta oggi, dopo il grande fatto rivoluzionario di Pietroburgo, si può bene comprendere in tutta l’estensione del termine per tutte le importanti ripercussioni che non tarderanno a manifestarsi.

    Cade opportuno ricordare il perché la Russia czarista è entrata in guerra (...):

    L'Armenia alla Russia, larga parte dell'Anatolia alla Russia, Costantinopoli e gli Stretti alla Russia; la Polonia austriaca e tedesca alla Russia; la Serbia, ingrandita fino a Durazzo ed a Fiume, sotto il dominio di fatto della Russia. Questi i propositi svelati. Per questo il popolo russo ha dovuto versare fiumi di sangue.

    La “rinunzia alle conquiste territoriali” è una rinunzia agli scopi della guerra della Russia, è la rinunzia implicita alla guerra stessa.

    Lo scopo è venuto a mancare. Vi sono, è vero, i nemici tedeschi entro il proprio territorio, vi sono legami con gli Alleati che non si possono stroncare con un taglio di forbici. Vi è l'impossibilità di finire la guerra in un batter d'occhio. È vero. Ma vi è il fatto importante: che la Russia ufficiale non ha più altro obbiettivo per la guerra all'infuori della eventuale minaccia alla rivoluzione.

    E l'Inghilterra? Come fare con l'Egitto? Come fare con Cipro e con le altre isole turche; come fare con la Mesopotamia e con la perla del Tigri: Bagdad? Come fare con le colonie tedesche?

    E la Francia: come fare con la Siria? E con la spartizione delle colonie tedesche e dell'Asia turca?

    E l'Italia? Come fare con Vallona e con l'Albania, e con Smirne e con l'Anatolia?

    Rinunziare anche esse?

    Ma allora si rinunzia allo scopo della guerra.

    Impossibile! Qui non vi è ancora una rivoluzione che lo imponga. (...) Ed allora? Allora la maschera imperialista è strappata dal loro volto.

    È questo un primo effetto della rivoluzione russa: disaccordo negli scopi di guerra, fra gli alleati concordi del ieri.

    Formidabile scudisciata che il popolo russo dà ai governanti dei paesi alleati; formidabile stimolo ai popoli a ché comprendano la verità è uniformino alla verità ed alla giustizia la loro azione, quell'azione da cui può derivare la loro salute: l'azione rivoluzionaria.» (ADL 14.4.1917)

Come si vede, l’analisi della situazione post-rivoluzionaria (scritta o ispirata da Angelica Balabanoff) è piuttosto lucida. La strada più ra­gionevole per la stessa borghesia europea sarebbe muovere verso una pace “senza condizioni e senza annessioni”, ma questa via non verrà imboccata a causa degli interessi imperiali dei vari paesi europei: Ci­pro, Egitto, Mesopotamia, Siria, Turchia, Armenia, Albania, Ana­to­lia e via elencando.

    Non mancano, tuttavia, in ciascun Paese d’Europa coscienze pa­ci­fiste a sostegno delle posizioni di un socialismo ragionevole. E l’ADL ne offre una breve carrellata. Sotto l’editoriale un trafiletto senza titolo riporta alcuni brani dal discorso di Hugo Haase al Reichstag tedesco. Eccone il passo più significativo:

    «Chi appoggia la politica di guerra si fa complice di questa spaventosa catastrofe. Noi chiediamo l'immediato inizio di un armistizio, che conduca a una pace senza annessioni, senza indennità di guerra sulla base del diritto dei popoli a decidere delle proprie forze. Ma noi non abbiamo fiducia in questo governo. Iddio toglie il senno a coloro che egli vuol perdere». (ADL 14.4.1917)

Un alto trafiletto di taglio basso riferisce che alla Camera dei Comuni britannica il deputato Ponsonby pone ai fautori della “guerra punitiva” le seguenti domande:

    «Chi dunque dev'essere punito in Germania? Dev'essere punito il popolo, devono essere puniti i lavoratori tedeschi? Con la guerra voi non colpite i “junkers”, voi non colpite Tirpitz o il Kaiser. Col prolungare la guerra voi colpite il popolo della Germania, non solo, ma quello della Francia, della Russia, dell'Italia e del nostro paese». (ADL 14.4.1917)

Che cosa sarebbe stato se...? Domanda inutile. Come disse Haase di fronte alla Dieta tedesca: “Iddio toglie il senno a coloro che egli vuol perdere”. Ed egli in quel tempo, evidentemente, volle perdere l’Euro­pa. – (6 – continua)

Nell’anno delle due rivoluzioni russe l'ADL di allora poté “coprirle” entrambe con materiale di prima mano. Ciò grazie soprattutto ad An­ge­li­ca Bala­banoff, fautrice de­gli stretti legami tra i so­cia­listi ita­liani e russi impe­gna­ti, insieme al PS svizzero, nella gran­de campagna di “guerra alla guerra”. Campagna lanciata con la Con­fe­renza di Zimmerwald. E culminata nella Rivoluzione d'Ottobre.

CONVEGNO - Il pericolo non dovrebbe essere il mio mestiere. Il giornalismo tra censure, minacce e guerre

TRIENNNALE DI MILANO

FESTIVAL DEI DIRITTI UMANI

In collaborazione con FNSI e Articolo21

Andrej Mironov (1954-2014) e Andy Rocchelli (1983-2014)

L’Ucraina di Rocchelli e Mironov

"Due persone sono state uccise: Andrea Rocchelli e Andrej Mironov. Adesso l’obiettivo è questo: caro Governo italiano devi chiedere a quello dell’Ucraina di far luce su questa vicenda" - questo è e resta l’appello di Beppe Giulietti e della Famiglia Rocchelli a tre anni dalla morte dei due giornalisti in Ucraina.

Al Palazzo della Triennale, viale E. Alemagna, 6

Parco del Castello sforzesco – Salone d’Onore

Mercoledì, 3 maggio 2017 – dalle ore 16.30

Ospiti:

Giuseppe Giulietti Presidente FNSI;

Rino Rocchelli e Elisa Signori genitori di Andy Rocchelli;

Alessandra Ballerini avvocato;

Anna Cataldi giornalista e scrittrice;

Nadia Azhghikina Federazione Europea dei Giornalisti;

Ahmet Insel giornalista turco;

Paolo Borrometi giornalista minacciato dalla mafia;

Michele Albanese giornalista minacciato dalla mafia;

Amalia De Simone giornalista minacciata dalla mafia;

Anna Del Freo Federazione Nazionale Stampa Italiana;

Gabriele Dossena Ordine Lombardo dei Giornalisti;

Paolo Perucchini Associazione Lombarda dei Giornalisti

Al termine del convegno

si potrà visitare la mostra:

Dall’ultimo fronte.

L’Ucraina di Andy Rocchelli e Andrej Mironov.