giovedì 18 aprile 2013

IL VOTO UNANIME SULLA COMMISSIONE DIRITTI UMANI

Dal Senato della Repubblica

 di Luigi Zanda

presidente dei senatori del Pd

 (Roma, 16.4.2013) - L'unanimità del voto al Senato per l'istituzione della Commissione straordinaria sui diritti umani indica la maturità di un'Aula parlamentare che sa trovare la strada per non dividersi quando sono in gioco interessi generali, valori universali, principi condivisi.

    Questa è la ragione politica per la quale tutti noi dovremmo responsabilmente e con almeno uguale impegno operare affinché anche la prossima elezione del Presidente della Repubblica avvenga con lo stesso, amplissimo consenso. È la nostra Costituzione che ci chiede di eleggere il Presidente a larga maggioranza, così come ce lo chiedono tutti i cittadini italiani, di centro, di destra e di sinistra.

    C’è quindi un corollario che ci riguarda e ci richiama ai nostri doveri, come gruppi politici ed anche come singoli parlamentari. Eletto il Presidente, la fase dell'avvio della legislatura deve essere considerata esaurita. Dovremo consentire l'immediata formazione di un governo che aiuti l'Italia a uscire e trasformi un paese bloccato e mortificato in un paese dinamico, capace, di premiare l'iniziativa, far rispettare la legge, aiutare i giovani e le donne a farsi spazio, finalmente.

    Inoltre, dobbiamo dirlo, l'istituzione della Commissione per diritti umani non avrebbe senso se subito dopo l'elezione del Presidente della Repubblica, assieme alla formazione del governo, non procedessimo all'immediata costituzione delle Commissioni permanenti con l'intento di valorizzare nella massima misura possibile la nostra attività di legislatori. Anche questo è il senso del messaggio del voto dato oggi all'unanimità.

 

lunedì 15 aprile 2013

Veltroni e i “bravi riformisti”

Riceviamo da MondOperaio

e volentieri pubblichiamo


di Luigi Covatta


Sulla Repubblica del 9.4.13 Walter Veltroni, nel ribadire che "il Pd non è un partito socialista", riconosce che di partiti socialisti in Italia "ne esiste uno, ed è composto da bravi riformisti" (non furono abbastanza bravi, peraltro, da meritare di essere preferiti a Di Pietro nella scelta delle alleanze elettorali del 2008). Poi però, polemizzando (giustamente) con chi si rifugia nella "più rassicurante autodefinizione di progressisti", fra questi annovera esplicitamente Hollande ed implicitamente tutto il socialismo europeo.

    E' il caso quindi di ricordare che Schroeder non si è mai definito "progressista", e non ha esitato a farsi nemici a sinistra per realizzare quelle riforme grazie alle quali oggi la Germania regge alla crisi; che Tony Blair non ha esitato a sfidare le Trade Unions; e che Papandreou (tanto per non citare solo casi di successo) non si è fatto paralizzare dal successo di Syriza per partecipare al salvataggio del suo paese.

    Anche e soprattutto questa è la "vocazione maggioritaria" di cui parla (giustamente) Veltroni, che deve restare tale anche quando non si è maggioranza. Una vocazione che, se non vuole essere confusa con una più ambigua "vocazione egemonica", comporta fra l'altro la necessità di sottoporre al giudizio dell'elettorato la leadership di governo: come non si fece (col dissenso di Veltroni) nel 1998, quando Prodi venne sostituito da D'Alema senza un passaggio elettorale; e come non si fece (per scelta di Veltroni) neanche nel 2001, quando venne candidato Rutelli invece del premier uscente Giuliano Amato.

    L'impressione, insomma, è che per Veltroni i socialisti siano talmente "bravi riformisti" da dover essere custoditi sotto teca per evitare che si sciupino a contatto con l'aria; mentre all'aria aperta possono stare solo quanti coltivano il suo "sogno", che peraltro non è neanche "il coronamento del sogno di Berlinguer e Moro", come (giustamente) lui stesso sottolinea. Ed allora, a costo di trasformare in incubo il suo sogno politicamente corretto, sia consentito ricordare che altri sognarono qualcosa di simile prima di lui. Lo fece, alla fine degli anni '60, Fernando Santi, che "nell'ambito della sinistra italiana" voleva unire "forze che si muovono in tutti i campi, in quello cattolico, in quello socialista, in quello comunista" per "creare una forza politica non egemonizzata da parte di chiunque"; e lo fecero anche Bettino Craxi e Claudio Martelli quando proposero di trasformare l'Internazionale socialista in Internazionale democratica, come ha più volte ricordato Enrico Morando.

    Né Santi, né Craxi, né Martelli ebbero successo. Ma questo non è un buon motivo per eliminare la prospettiva del socialismo europeo dall'orizzonte del Partito democratico, o peggio per confonderla col "progressismo" di chi non vuole nemici a sinistra.

 

La gran bonaccia delle Antille

Le idee

Il quadro risulta abbastanza chiaro. Ciò non significa, naturalmente, che possa dirsi normale, perché ci troviamo di fronte a un’anomalia inaggettivabile. 

di Paolo Bagnoli


Se spiegare la situazione della politica italiana è sempre stato difficile, ora sembra un’impresa assai ardua eppure, pur trovandoci in un’anomalia cui non siamo capaci di assegnare un aggettivo che la qualifichi e la chiarisca il quadro complessivo risulta, in qualche modo, chiaro. Ciò non significa, naturalmente, che possa dirsi normale.

    Vediamo. A diverse settimane dalle elezioni siamo con un Parlamento nel quale, al momento, operano solo due “commissioni speciali”. Praticamente in vacanza, addirittura sotto minaccia di occupazione da parte della truppa grilliana, artefice di un quasi-squadrismo di ritorno volto a imporre un governo del Parlamento senza l’esistenza di un “governo” vero. Le due “commissioni speciali” hanno il compito, una per Camera, di vagliare i progetti di legge che sono stati presentati; due commissioni onnicomprensive le quali, prima di rimettere un provvedimento in aula, devono fornire tutti quei pareri che l’iter parlamentare assegna alla competenza di commissioni diverse. È cosa che vediamo assai ardua. Non ce la facciamo proprio a capire come ciò possa surrogare un larva di normalità.

    Si dice che il governo c’è, quello di Monti; e qui non si sa se piangere o ridere; forse è meglio chiudere gli occhi e far finta di nulla. Monti, infatti, al di là del merito – meglio sarebbe dire, al di là del demerito – è stato fiduciato da un Parlamento che non c’è. Il governo, quindi, sta seduto sopra un Parlamento con il quale non solo non ha vincolo formale alcuno, ma rispetto al quale è, politicamente parlando, del tutto estraneo. Non siamo esperti di Europa come il professor Monti, ma saremmo curiosi di sapere da lui se, nell’Europa che cita come fosse la terra promessa, sia mai avvenuto un qualcosa del genere. Andiamo avanti.

    Napolitano ha chiamato Bersani dandogli un pre-incarico, ossia un mandato limitato a verificare se un suo possibile governo potesse avere la fiducia delle Camere. Bersani, che di animali se ne intende – dai giaguari ai tacchini – avrebbe dovuto sapere che vendere la pelle dell’orso prima di averlo preso non è saggio. E invece l’ha venduta due volte: la prima, quando ha ritenuto che al Pd e alla sua alleanza non poteva che toccare l’onore e l’onere della responsabilità del governo; la seconda, quando ha pateticamente corteggiato Grillo perché, se i Cinquestelle avevano dato qualche voto per far passare Grasso, a suo avviso allora l’operazione si poteva replicare vista anche l’assonanza programmatica tra le parti, cosa peraltro tutta da vedere, Tav in testa.

    Senz'addentrarci qui nell'esegesi grillologica che oramai abbonda, ci poniamo una domanda. Possibile che Bersani non abbia capito che, se Grillo ha una qualche possibilità di tenere insieme –cosa non proprio facilissima – il suo bel gruzzolo di parlamentari, essa consiste proprio nel rappresentarsi, nonché nel comportarsi, come forza antisistema totalmente opposta alle forze del sistema? Si può essere più ingenui, per non dire sprovveduti?

    Forse Bersani non se la caverebbe male come presidente del consiglio, insomma senza fama e senza lodo. Certo, chiedere un po’ di lavoro dopo aver votato i provvedimenti Fornero qualche dubbio, almeno in chi scrive, lo fa nascere.

    I grillini, sia detto senza offesa, sembrano marinai privi di bussola capitati in un mare di cui sanno soltanto il nome, né conoscono i venti, né le onde. Da loro Bersani si è preso una bella usciata in faccia. Poi è salito al Colle e ha riferito al presidente Napolitano. Ma non si è capito se questo pre-incarico è stato, diciamo, congelato, oppure no. Le cose, naturalmente, cambiano se Bersani è una specie di pre-incaricato provvisoriamente esodato; almeno fino a che Napolitano è presidente, oppure se si tratta di un licenziato in via definitiva.

    Che cosa farà il nuovo Capo dello Stato? Nessuno lo sa. Una situazione che ricorda la calviniana “bonaccia delle Antille”. Napolitano ha avuto, così, un colpo di genio; ha impegnato il calendario con la nomina di due commissioni – la parola "saggi", per favore, lasciamola per altro – con il compito, questa volta non "a casa", ma dentro lo stesso Quirinale, di elaborare proposte che sul piano istituzionale e su quello economico facilitino la quadratura del cerchio che poi è una “quadra” formata da Pd, Pdl, Scelta civica e 5 Stelle. Essa sembra dovrebbe risolversi nella compatibilità di ridursi a una terna per riuscire a far nascere un governo che non sia, tuttavia, un governissimo. Questa terna di governo deve mettersi d’accordo sul prossimo presidente della repubblica, vedere come dare un salvacondotto a Berlusconi – il quale, sia detto fra inciso, si è ritrovato a essere al centro di tutto e tiene, almeno a parole, il prezzo alto. Inoltre la terna deve siglare un accordo su alcuni punti, in primis sulla legge elettorale, per tornare, tra un anno forse, alle elezioni.

    Così, dietro la parvenza del lavoro delle due commissioni, si prende tempo e si affilano i colloqui, si formulano le proposte e vengono messe a punto le transazioni. Non sappiamo se ci troviamo nella prassi di uno Stato democratico-parlamentare oppure no, ma la cosa non sembra interessare. E forse, sotto l’urgere del disfacimento istituzionale, quella di Napolitano è stata la scelta più saggia.

    Sulla drammaticità delle condizioni in cui versa lo Stato si potrebbero scrivere enciclopedie. L’ultimo sintomo, tuttavia, è proprio una perla. Mentre Monti ha portato la pressione fiscale al 52% trovandosi, alla fine costretto, a dare un po’ di soldi ai creditori dello Stato, si è scoperto che quest’ultimo non sa con precisione con chi ha a che fare, come ci dice il contrasto tra il Tesoro e la Ragioneria generale. Ci ripetiamo: professor Monti, ma è europeo tutto ciò?

    In siffatto contesto, veramente surreale e forse bisognerà cominciare a parlare di “surrealtà italiana”, Bersani ha disinvoltamente chiuso l’occhio alla sponda grillina e da vecchio comunista iperrealista si è ricordato della vecchia lezione del suo vecchio partito: mai rimanere senza alleati. Così ha agguantato subito il non amato Monti e si vedrà pure con Berlusconi; scommettiamo che alla fine usciranno tutti felici e contenti perché ognuno avrà il suo. Meglio così, naturalmente, almeno qualcosa rimane in piedi e la speranza, come sempre, è dura a morire.

    Tant'altro ci sarebbe da dire. Ci limitiamo ora a una sola osservazione. Confessiamo che il generalizzato alzare le mani al “castismo” non ci piace; è demagogico. I costi della politica vanno ridotti, nel senso che vanno ridotti gli sprechi, la malversazione del pubblico denaro e i tanto condannati privilegi. Ma certo la questione non si affronta con la dichiarazione, che vuole essere popolare e fare notizia, che appena uno è eletto a una carica si riduce lo stipendio, vende non si sa quante macchine blu, rinuncia non si sa più a cos'altro. E intanto il partito di Di Pietro, pur avendo cessato di esistere, non si scioglie per non perdere i soldi pubblici.

    Il bene, come suona un vecchio proverbio, non fa rumore; in questi casi, invece, ciò che si vuol fare è soprattutto rumore, ma in un paese in cui la miseria è abbassata a vera e propria povertà fino a portare taluni a togliersi la vita, in un paese in cui i licenziati sono stati nell’ultimo anno oltre un milione, tutto ciò non rappresenta niente anche quando le intenzioni possono essere positive.

    La gente vuole e ha bisogno di altro; la recente contestazione di cui è stata oggetto la presidente della Camera a Civitanova Marche ne è la tragica, disperata, conferma. Quel fatto sì che ha prodotto notizia!

    Qui habet aures audiendi, audiat! – "Chi ha orecchi per intendere, intenda". Aggiungiamo che quelli dovrebbero essere gli orecchi dei partiti, dei partiti veri, s’intende. Ma non esistendone più, nessuno sembra ascolterà.

 

Il prezzo della disuguaglianza

Parliamo di socialismo

a cura della Fondazione Pietro Nenni

http://fondazionenenni.wordpress.com/



La Recessione – questa la tesi centrale di Stiglitz – ha

un responsabile ben preciso: il paradigma neoliberista


di Luciano Pellicani


Con il suo ultimo libro – Il prezzo della disuguaglianza – Joseph Stiglitz ha completato la sua diagnosi della Recessione che ha colpito l’economia mondiale. Una Recessione – questa la sua tesi centrale – che ha un responsabile ben preciso : il paradigma neoliberista, i cui massimi teorici sono stati Friedrich Hayek, Ludwig von Mises , Milton Friedman e Robert Nozick. I quali non hanno lesinato energie nel martellare l’idea che solo il mercato autoregolato poteva garantire efficienza economica e crescita della ricchezza. Ma è accaduto esattamente il contrario: è accaduto che l’applicazione puntigliosa della ricetta neoliberista ha prodotto un sistema altamente inefficiente, il quale non è in grado di sfruttare al meglio le risorse ( umane e materiali ) di cui dispone potenzialmente. In aggiunta, il paradigma neoliberista ha generato un elevato e ingiustificabile livello di disuguaglianza. Il che ha clamorosamente smentito la comoda teoria della goccia ( trickle down ), secondo la quale , prima o poi, la ricchezza avrebbe raggiunto anche gli strati più bassi della gerarchia economico-sociale. Infatti, tutte le rilevazioni statistiche indicano con la massima chiarezza che , nella società americana, non c’è stato alcun effetto a cascata. Anzi, è accaduto che i ricchi sono diventati più ricchi e i poveri più poveri. Ed è emerso anche il fenomeno che gli economisti hanno battezzato “polarizzazione della forza-lavoro” : i “buoni” lavori sono progressivamente scomparsi per far posto a impieghi che richiedono scarse competenze e che sono mal remunerati e dal punti di vista materiale e dal punto di vista psicologico. Risultato : mentre più denaro va a chi sta in alto, più persone sono scivolate verso il basso. Il che ha fatto emergere un’inedita classe sociale : quella dei working poors

    L’America si è sempre percepita come il Paese delle grandi opportunità; e si è altresì percepita come il Paese della classe media : un’auto- percezione che nasce dal fatto che pochi americani vogliono sentirsi privilegiati e parimenti pochi americani vogliono essere annoverati fra i miserabili . Ma – incalza Stiglitz – sono proprio le opportunità della classe media che l’istituzionalizzazione del paradigma neoliberista ha inytaccato . E lo ha fato in profondità. Di qui la depressione psicologica nella quale la stragrande maggioranza degli americani è scivolata. Una depressione che ha contagiato anche i Paesi dell’Europa , poiché la globalizzazione ha creato un sistema caratterizzato dalla fortissima interdipendenza delle economie nazionali.

    La conclusione cui Stiglitz perviene dopo un coscienzioso esame delle tante storture che caratterizzano l’attuale società americana è che il modello di sviluppo dei “fondamentalisti del mercato” è risultato al tempo stesso irrazionale e iniquo. “Iniquo”, poiché ha scandalosamente fatto lievitare la disuguaglianza , condannando gli strati più bassi della popolazione ad assistere , impotenti , alla drammatica erosione del proprio livello di vita. “Irrazionale”, poiché il paradigma neoliberista ha calpestato quella che la teoria economica considera la prima legge, e cioè che , per garantire l’efficienza , è necessario che la domanda sia pari all’offerta. Per contro, nel il mondo creato dal neoliberismo enormi bisogni rimangono insoddisfatti , mentre ampie risorse non sono punto utilizzate.

 

mercoledì 3 aprile 2013

24 marzo a Sant'Anna

Lascito di un Settennato

Napolitano con il presidente tedesco Gerck alla cerimonia di scoprimento della targa apposta all'Ossario di Sant'Anna di Stazzema: "E vorrei dire che tra le pietre con cui abbiamo costruito questa Europa unita, c'è la pietra della memoria. Ne costituisce uno dei fondamenti, la pietra di una memoria che non può essere rimossa, di una memoria consapevole degli errori e degli orrori di tutte le guerre del novecento e, soprattutto, delle guerre di aggressione scatenate tra il 1939 e il 1940-41 dalla Germania nazista e dall'Italia fascista".

di Giorgio Napolitano

Presidente della Repubblica Italiana

Caro Sindaco, caro Enrico Pieri, uomini e donne di Sant'Anna di Stazzema, pensavo questo poco fa: si possono leggere libri, si possono leggere ricostruzioni attente, documentate, puntuali della strage di Sant'Anna di Stazzema, si possono leggere relazioni importanti - a cui è giusto riconoscere quel che va riconosciuto - di storici italiani e tedeschi, ma bisogna venire qui, e bisogna anche inerpicarsi lassù, fino all'Ossario, fino al monumento accanto al quale abbiamo deposto la nostra lapide, comune in tutte e due le lingue, per toccare con mano, per sentire che cosa siano state l'assurdità e la ferocia - senza uno straccio di giustificazione, senza uno straccio di pretesto - che si abbatterono sulla popolazione inerme di questo piccolo borgo sperduto, che non era una fortezza da espugnare: era soltanto un grumo di umanità che mai avrebbe dovuto essere oggetto di una simile feroce distruzione.

    Sono molto contento che sia qui, con me, il Presidente Gauck. Vedete, io non ho nessun merito per la sua visita: ho fatto solo da postino, perché quando un mese fa sono andato a Berlino, ho pensato di consegnargli la lettera di Enrico Pieri, ed è stata sufficiente quella perché Gauck decidesse con assoluta determinazione di venire a Sant'Anna di Stazzema. Direi che da quel giorno, pur sapendo che avevo molti problemi per la situazione in Italia, è stato tenace nel chiedermi l'intesa sul momento, sulla data in cui venire insieme qui.

Ci siamo facilmente messi d'accordo e ci troviamo ora l'uno accanto all'altro. Ed è di grandissimo significato ed importanza, caro Presidente Gauck, che lei sia qui, lei che anche nelle condizioni di una Germania divisa, e sfidando la repressione poliziesca, è stato tenace assertore di ideali di libertà, di mobilitazione e di partecipazione civica, lei che è oggi Presidente della Repubblica Federale, simbolo dell'unità in cui la Germania si è ricomposta su una comune base democratica e costituzionale, e che è, insieme, simbolo e protagonista dei principi di unità e solidarietà in cui si riconosce l'Europa.

    Vedete, l'Europa unita l'abbiamo costruita insieme in questi sessant'anni, e la costruzione è ancora ben lontana dall'essere terminata.

    L'abbiamo costruita insieme facendola risorgere una prima volta dalle rovine della guerra conclusasi nel 1945 e una seconda volta dopo l'89, dalle aberrazioni della guerra fredda, dall'autoritarismo e dalla sovranità limitata nelle regioni dell'Est tedesco e nei paesi dell'Europa Centro-Orientale.

    E vorrei dire che tra le pietre con cui abbiamo costruito questa Europa unita, c'è la pietra della memoria. Ne costituisce uno dei fondamenti, la pietra di una memoria che non può essere rimossa, di una memoria consapevole degli errori e degli orrori di tutte le guerre del novecento e, soprattutto, delle guerre di aggressione scatenate tra il 1939 e il 1940-41 dalla Germania nazista e dall'Italia fascista.

    Ora, carissimi amici di Sant'Anna di Stazzema, voi che avete resistito alla furia di quella terribile strage, che siete sopravvissuti, che avete coltivato la memoria, voi che avete combattuto per la libertà, voi lo sapete bene, e io lo voglio ripetere, come noi italiani siamo fieri della straordinaria prova di volontà appassionata ed eroica di riscatto che offrimmo fra il settembre del 1943 e l'aprile del 1945 con la Resistenza, con il movimento partigiano, con l'esercito di Liberazione: la prova che offrimmo anche tra queste cime, anche in queste valli nelle condizioni più difficili, sfidando quello che purtroppo venne a scatenarsi contro il popolo di Sant'Anna di Stazzema.

    Siamo di ciò orgogliosi e fieri ma non dimentichiamo i misfatti del fascismo, le vergogne e la catastrofe in cui il fascismo trascinò l'Italia. Non lo dimentichiamo, non lo cancelliamo solo perché siamo riusciti a liberarcene in modo straordinario con la Resistenza.

    Ma come mai noi accettammo che il popolo italiano potesse essere identificato col fascismo, così mai abbiamo accettato che il popolo tedesco potesse essere identificato col nazismo. Mai abbiamo dimenticato che cosa è stata la grande cultura tedesca di cui si sono nutrite le scuole italiane, l'intellettualità italiana; mai abbiamo dimenticato come quella grande cultura tedesca rappresenti uno dei fondamenti della civiltà europea.

    La verità è che ci tocca farci entrambi carico delle responsabilità delle generazioni che ci hanno preceduto.

  Così come se ne fece carico Willy Brandt che combatté contro il nazismo da tedesco, ma che da Cancelliere della Germania Federale si inginocchiò dinanzi al monumento delle vittime del ghetto di Varsavia.

    Ebbene, noi dobbiamo fare questo, e per quel che riguarda l'Italia lo abbiamo fatto anche noi proprio in questi anni nel rapporto con paesi dei Balcani contro cui il fascismo italiano scatenò una tremenda guerra di aggressione e in cui, poi, anche gli italiani che vivevano in quelle terre pagarono le conseguenze di ritorsioni sempre fatali in così drammatiche, terribili circostanze.

    Ebbene, noi abbiamo trovato, caro amico Gauck, la via della riconciliazione con la Croazia, con la Slovenia, con i popoli dei Balcani, siamo riusciti e stiamo riuscendo a fare del mare Adriatico di nuovo un mare di pace e di collaborazione. Non dimentichiamo le nostre responsabilità storiche, ma guardiamo avanti.

    Guardiamo avanti onorando innanzitutto il terribile sacrificio delle vittime, e mai si potrà dire tutto il merito di coloro che coltivano l'omaggio a queste vittime ; guardiamo avanti coltivando e trasmettendo la memoria storica come patrimonio comune.

    Ha detto delle cose molto belle il Presidente Gauck or ora, sul concetto di colpa, sul problema del come si può anche vedere condannata moralmente e storicamente la colpa di regimi infami. Io vorrei a mia volta dire che questa memoria, questo omaggio collettivo è anch'esso un'alta forma di giustizia, anche più alta di quella che talvolta non si riesce a trovare nei tribunali. Per quanto possiamo rammaricarcene, addolorarcene, per quanto possiamo deplorare che non si riesca ad avere giustizia nei tribunali, siamo certi che questo nostro omaggio, questa nostra memoria è un'alta forma di giustizia per quello che voi avete sofferto. Ed è la condanna più pesante di ogni altra per coloro che portano la colpa di quelle sofferenze.

    Soprattutto guardiamo avanti. Ci incontriamo oggi in un autentico spirito di fraternità europea. Questa non è una parola vacua, questo è il frutto di straordinari sforzi, di esperienze durissime, contraddittorie, di tanti alti e bassi e tenaci rilanci.

    Caro Enrico Pieri, tu hai ragione di essere così rammaricato, perfino triste, preoccupato, ti prego - ma non mi pare che tu lo sia - non pessimista. E' vero, sarebbe veramente inaudito che noi lasciassimo dissolvere il patrimonio di unità, solidarietà e fraternità che abbiamo costruito in Europa. Credo che i nostri Paesi, l'Italia e la Germania, i nostri governi, le nostre persone non lasceranno dilapidare questo straordinario patrimonio, ma porteranno avanti l'impegno per la costruzione europea.

    Vi ringrazio tutti. E voglio dire semplicemente: caro Presidente Gauck, io sto per concludere il mandato di sette anni di Presidente della Repubblica, questo è probabilmente l'ultimo atto pubblico ufficiale che compio, e sono felice che sia questo; porterò come memoria preziosa e come lascito del mio settennato l'esempio che lei mi dà di nobiltà d'animo e di amicizia.

 

IPSE DIXIT

Nuove figure retoriche  - «Mi hanno proposto un'alleanza, ma loro sono morti! Non hanno capito di avere a che fare con qualcosa di completamente diverso da un partito politico... Loro preferiscono non parlare dei 13 anni passati, ma solo degli ultimi sei mesi... Chi è il responsabile? Loro! I partiti! Per 13 anni hanno dimostrato che cosa sono stati capaci di fare. Abbiamo una nazione economicamente distrutta... la classe media in ginocchio, le finanze agli sgoccioli, milioni di disoccupati... Sono loro i responsabili! Io... io oggi sono socialista, domani comunista, poi sindacalista, loro ci confondono, pensano che siamo come loro. Noi non siamo come loro! Loro sono morti, e noi vogliamo vederli tutti nella tomba... Noi resisteremo a qualsiasi pressione... Siamo un movimento che non può essere fermato... Loro non capiscono che questo movimento è tenuto insieme da una forza inarrestabile che non può essere distrutta... Noi non siamo un partito, noi rappresentiamo l'intero popolo, un popolo nuovo...". – Comizio-spettacolo dell’ultima campagna elettorale in Italia? No, discorso di Hitler a Gottinga nell'agosto del 1932, un anno prima della presa del potere.» – Critica Sociale (Vai al sito)