lunedì 14 aprile 2008

Sul doppio "fare" della Speranza greca

Elzeviro
di Andrea Ermano
Enigmatica, ecco l'esortazione che, ancora una volta per la prima volta, viene dalla "bocca folle" della Sibilla : conosci te stesso!

Imperativo che interpella l'uomo circa l'interpretazione di sé.
In quanto scienza generale la filosofia può essere concepita anzitutto come un'antropologia ermeneutica, un'interpretazione che l'uomo dà di sé. E da essa storicamente nascono due scienze speciali: la fisica che interpreta il mondo, la metafisica che interpreta la volontà.

In ciò, un ruolo centrale andrebbe riconosciuto al concetto di "fare". L'uomo (io, tu, ecc.) "fa" qualcosa, quando per esempio pensa, parla o lavora.

Ma qual'è la struttura fondamentale del "fare"?
Sotto il profilo dell'auto-interpretazione umana la struttura fondamentale del fare è una "scissione", profonda e misteriosa: scissione tra un fare "spinto" dalla concatenazione causale della natura e un fare "teso" verso finalità poste dalla volontà a sua volta posta come libera nello spirito.

Se cerchiamo di considerare l'apparire dei nostri pensieri, la scissione del fare tra natura e spirito, modulata originariamente sulle due ultime categorie aristoteliche, del patire e dell'agire, sembra costituirsi sul piano fenomenologico fondamentale nel "salto" tra la sensazione e la percezione.

Aristotele, quando parla di questo salto, descrive un esercito inseguito dai nemici, in fuga, nel quale però a un certo punto un soldato si ferma e "decide" di attendere i nemici a pie' fermo.

A questo gesto (esemplare?) altri simili ne seguono, sicché dopo poco molti soldati non fuggono più e si riorganizzano, fila a fila, finché non rinasce l'intero schieramento.

Che cosa vuol dire questa celeberrima metafora del Filosofo circa la percezione?
Lo spiega Kant indicando come nella percezione il flusso sensibile venga a contrasto con il riflusso dell'intelletto: qui sta il punto di flesso, il piano di riflessione, su cui la marea della causalità esterna incontra una resistenza interna.

Senza l'intervento dell'intelletto, dice Kant, senza la sua attività, la sensazione non addiverrebbe ad unum: "quel bianco" ("quella macchia bianca laggiù") rimarrebbe disgiunto da "quella silhouette" e non potrebbe mai venir riconosciuta come la cara persona di "Socrate" mentre si avvicina a noi lungo il portico della piazza.

L'intelletto dà unità percettiva al magma sensoriale estraendo "oggetti". E' questo ciò che "decide" il coraggio dei soldati, non più in rotta, quando si ridispiegano sul campo di battaglia. Un "ridispiegamento" che dà inizio alla vita psichica nel suo senso proprio. Qui abita l'intenzionalità, cioè la "intenzione di...", ossia la "coscienza di...". E dunque qui abita il riferimento oggettivo: insomma l'essere in una delle sue possibili indicazioni essenziali.

Ma questo essere, il nostro (mio, tuo,...) essere, quell'essere che cioè accompagna tutti gli oggetti percepiti, appare scisso anch'esso nelle due componenti cui s'accennava, la "sensibile" e la "intelligibile". L'una che spinge, l'altra che tende.

Ebbene: se, in questa ricapitolazione del nostro modo d'interpretare noi stessi, dovessimo ora tentare di convogliare l'impellemza dell'essere sensibile e la tensione dell'essere intelligibile in un'unica dimensione psichica, allora potremmo rievocare l'espressione greca elpìs, cioè la Speranza: via diritta, ma non a senso unico, né ovvia né scontata, per gli uomini della pòlis. La Speranza greca è ambivalente: sia aspettazione di ciò che è desiderabile, sia apprensione di ciò che è temibile. E viceversa.

P.S.: Le osservazioni di cui sopra (in vista di una discussione di un libro di Vander dedicato a Cacciari e Severino) sono state buttate giù come schizzo sul concetto di "fare", in analogia alla "dialettica" tra essere e non essere, dove non può sussitere simmetria, neutralità o, men che meno, indifferenza. Questa è (come ricordava Calogero) una posizione logica.