lunedì 8 settembre 2014

Ignazio Silone e Luce d'Eramo

Due vite per una impresa comune: capire e farsi capire

 di Yukari Saito *)

E' difficile rendere in parole l'emozione di trovarmi qui al Ristorante il Cooperativo, dopo averlo immaginato e fantasticato per più di 20 anni sin da quando lo lessi in Una famiglia italiana di Franca Magnani (Feltrinelli,1991).

    Una famiglia italiana è stato uno dei libri che mi hanno cambiato la vita: preso in mano - un po' per caso - dagli scaffali di novità in una libreria torinese esso mi introdusse nell'Italia e tra gli italiani che allora ignoravo. Erano gli anni della tangentopoli. Le vicende mi avevano profondamente delusa e amareggiata a tal punto da farmi sentire pronta a cambiare il paese dove vivere; ma, i personaggi di Una famiglia italiana mi fecero accorgere che stavo per buttare via il bambino con l'acqua sporca. Divorai decine di libri di storia e degli scritti delle persone che circondavano la famiglia Schiavetti-Magnani. L'incontro con quest'opera diede, dunque, inizio non solo al mio lavoro di traduttrice bensì al percorso di studio e di riflessioni.

    E vari angoli di Zurigo e della Svizzera sono diventati man mano luoghi “familiari” nella mia mente perché grazie alla Magnani scoprii Ignazio Silone. Silone rappresenta, in un certo senso, il “bambino” nell'acqua sporca che rischiò di essere buttato via. Incuriosita soprattutto dall'epigrafe a Una famiglia italiana, cioè “i ricordi della mia infanzia e della mia adolescenza erano la mia sola forza, perché in essi era la riserva morale e direi anche religiosa con la quale affrontare le avversità della vita”, cominciai la lettura delle sue opere in ordine cronologico finendo per tuffarmi nel suo mondo. Per me fu un'esperienza davvero unica. Nelle sue opere trovai una verbalizzazione concreta dei vari sentimenti con cui vivevo da anni, come dire, un ritrovamento inaspettato della mia propria radice spirituale più profonda e recondita. Forse detto così per bocca di una giapponese potrebbe suonarvi bizzarro vista la mia provenienza da una area culturale assai distante a parte il mio background personale molto differente rispetto a quello dell'autore di Fontamara. Ma, nessuno scrittore prima di Silone aveva potuto farmi capire le ragioni delle mie inquietudini o dei disagio esistenziale che risalgono all'infanzia. E la lettura delle sue opere mi diede - e continua a darmi ancora oggi - un enorme aiuto a ricuperare la fiducia nell'umanità e anche a trovare un delicato equilibrio nella dicotomia tra l'arte e la politica che mi tormentava da sempre.

Ed è grazie a lui che conobbi un'altra persona eccezionale: Luce d'Eramo e questa volta l'incontro avvenne con la persona in carne e ossa.

    Non so quanti di voi abbiano letto i romanzi di Luce d'Eramo, quindi, mi perdonerete se riporto una lunga citazione per delineare la sua figura. Si tratta di un testo non molto diffuso scritto da Iaia Caputo all'inizio di una intervista alla scrittrice (edita nel volume Conversazioni di fine secolo, La Tartaruga Edizioni, 1995).

    Luce d'Eramo è nella cultura italiana quello che Simone Weil è stata per alcuni decenni in quella francese: una figura sospesa tra l'ombra e la luce. Quasi un rimosso, nonostante la grandezza. Due eretiche, Simone e Luce. Ribelli, che ancora prima di conoscere l'irriconoscenza dei propri contemporanei, hanno in comune la storia personale: quella di un pensiero irriducibilmente legato all'esperienza. Operaia in un'officina meccanica la Weil, volontaria in un campo di lavoro nazista la d'Eramo. Combattente nella guerra civile spagnola e poi nella Resistenza italiana Simone, internata in un campo di concentramento in Germania Luce. Entrambe si sono portate sul corpo le ferite di quell'ansia febbricitante e indomita di voler capire. A partire da sé, senza sconti né scorciatoie. E a entrambe la cultura del tempo non ha perdonato la libertà assoluta del pensiero e delle scelte, la non appartenenza ai sacrari dell'epoca. A Simone Weil, i comunisti non perdonarono mai la sua critica al marxismo, e gli ebrei la sua simpatia per il Cristianesimo. A Luce d'Eramo, “figlia del fascismo”, il suo ambiente non perdonò la terribile disubbidienza di aver voluto vedere con i propri occhi l'orrore del lager, e i comunisti, al suo ritorno, di esserci andata da volontaria. Non a caso Luce viene scoperta come scrittrice da Ignazio Silone, l'altro grande eretico, scandalosamente rimosso anche lui, dalla cultura italiana del dopoguerra. E l'amicizia tra la d'Eramo e Silone è qualcosa di più di un legame di stima e di affetto: è uno straordinario sodalizio intellettuale tra “diversi”, un'intesa profonda dalla quale nascono epistolari, studi (L'opera di Ignazio Silone: saggio critico e guida bibliografica), e certamente anche Deviazione, il romanzo di Luce apparso molti anni dopo, fu almeno in parte “nutrito” dal coraggio intellettuale di Silone.

    E oggi io sono qui per parlarvi proprio di Luce d'Eramo e del suo “straordinario sodalizio” con Silone attraverso questa nuova pubblicazione: Ignazio Silone di Luce d'Eramo che raccoglie i principali saggi della d'Eramo sullo scrittore oltre alla famosa Opera, pubblicata dalla Mondadori nel 1971. Il volume è arricchito da: una lunga intervista a Daniella Ambrosino, saggista che ha conosciuto da vicino entrambi gli scrittori perché aveva fatto da assistente alla d'Eramo mentre preparava L'opera; un testo inedito di presentazione del volume mondadoriana preparata dall'autrice stessa alcuni mesi dopo la pubblicazione che replica alle diverse critiche ricevute e dà una spiegazione esaustiva al proprio metodo di ricerca; e infine un importante carteggio tra i due composto da 65 lettere di Silone alla d'Eramo e, purtroppo, solo 5 minute delle lettere di lei allo scrittore, le uniche rintracciate. Il volume è accompagnato anche da due indici, uno dei nomi e l'altro analitico, che comprende una lunga lista dei periodici, italiani e non, che hanno trattato le opere siloniane.

    Come è stato giustamente descritto da Iaia Caputo, Luce d'Eramo e Ignazio Silone sono due “diversi”, “eretici” nel mondo letterario italiano e per questo rimasero misconosciuti dai contemporanei (e restano tali ancora oggi). Non metto in dubbio che questa loro condizione abbia stimolato la stima reciproca e l'amicizia tra i due sviluppandole nello “straordinario sodalizio intellettuale”.

 Eppure, credo sia altrettanto importante ribadire una notevole diversità che esiste tra i due personaggi.

    Silone fu, come sapete bene, figlio di un contadino proprietario di un piccolo terreno e visse l'infanzia in un ambiente familiare sereno e capace di dargli una solida base morale finché non lo lasciò orfano. D'Eramo, nata in Francia cresciuta a Parigi fino allo scoppio della Seconda guerra mondiale, apparteneva, invece, a una famiglia italiana benestante e istruita con una mentalità tipica di alta borghesia e di cittadina (nel senso opposto dei “cafoni” siloniani), senza parlare della devozione al fascismo sin dai primi tempi dei genitori. L'infanzia della Luce non sembrerebbe così serena come quella del piccolo Secondino. I disagi nell'ambito familiare per Luce si manifestarono sin da piccolissima e la sua maturazione umana e intellettuale si compie attraverso il distacco morale drammatico e doloroso dalla famiglia d'origine.

    Sia Silone sia d'Eramo ebbero una coscienza politico-sociale molto precoce; entrambi furono spinti forse da un desiderio più o meno simile, cioè quello di condividere le sorti dei prossimi meno fortunati di loro; tuttavia, scelsero due strade praticamente opposte anche a causa della differenza di generazioni a cui appartenevano: l'uno diventò socialista poi comunista mentre l'altra fu attratta dalla divisa fascista che ai suoi occhi sembrava aiutasse a “eliminare le differenze di classe”.

    E anche da adulti e persino negli anni in cui si frequentavano si notano ancora non poche differenze di carattere e di attitudine.

    Daniella Ambrosino nell'intervista raccolta nel nuovo volume parla, infatti, della differenza di temperamento e riconosce loro “sia degli aspetti in comune sia dei lati profondamente diversi, per cui invece erano complementari”. E nel carteggio assistiamo al dialogo durato quasi 14 anni dove si emerge un processo del loro avvicinamento. Nelle lettere spiccano la pazienza e la lealtà di Silone nel farle capire la propria opera e la perseveranza della d'Eramo nell'esaminarla e comprenderla. In altre parole, credo che la loro affinità sia almeno per una parte cosa “conquistata”, frutto di un confronto straordinariamente serio.

    La serietà, appunto. Questa caratteristica del loro rapporto sia interpersonale sia nei confronti dell'opera letteraria è una cosa che mi ha colpito in un modo particolare. Essa mi ricordava subito un passo del libro della Magnani:

    Quella domanda "ma tu conosci Silone?" mi veniva posta sempre più frequentemente. ...
"Un buon segno," commentavano i miei che mal sopportavano il cliché risultante dall'idea che molti avevano allora degli italiani: simpatici ma poco seri, allegri ma superficiali svegli e intuitivi ma furbastri e in generale poco inclini all'introspezione, buoni parlatori ma retorici. Non che fossero tutte balle, diceva il babbo, anzi - proprio l'azione esercitata dal fascismo contribuiva a tirar fuori questi difetti nazionali, li esaltava, li diffondeva. (pp. 96-7 edizione Universale economica) 

    A parer mio, sono state proprio questa serietà e la non-superficialità che i due scrittori hanno dimostrato nel capire e far capire a fungere da fermenti per la loro amicizia: fu questa affinità che rese possibile una simbiosi letteraria.  

    D'altronde si sa che per entrambi “capire” e “farsi capire” hanno sempre costituito una ragion di vivere e di scrivere.

    Silone ripeteva spesso “se ho scritto dei libri, è per cercare di capire e far capire” mentre faceva dichiarare da Tommaso il Cinico de La scuola dei dittatori che “non ho mai lottato per il potere, ma per capire”, una posizione ribadita diverse volte anche negli scritti autobiografici.

     Luce d'Eramo dal canto suo racconta in Io sono un'aliena, (Edizioni Lavoro, 1999):  "Ho pensato che scrivevo per far partecipi gli altri di ciò che capivo (che m'avevano insegnato le mie esperienze), di ciò che credevo di vedere e gli altri non vedevano o non mi mostravano o mi nascondevano: rappresentare l'invisibile, questo era il mio desiderio. ... Poi mi sono detta che scrivevo perché con le parole ero libera. E poi ancora perché per scrivere ci vuole una solitudine di fondo e io l'ho sempre avuta. La solitudine che per me non è una privazione, un sentirsi respinti: no, è uno sprofondamento in cui si riesce ad assorbire meglio la realtà, come un immergersi di nascosto, per osservare non visti, per conoscere e dunque, paradossalmente, per stare insieme. Lo scrivere storie è un solitario stare assieme agli altri (liberatisi in personaggi) senza dare loro impiccio. ... ad un certo punto sono arrivata a dire che scrivevo per comunicare, poi per capire e ancora perché non capivo e volevo dipanare la grande confusione che avevo in testa”.

    Chiudo con quest'altra lunga citazione sperando che possa suscitare in voi la voglia di leggere non solo questo Ignazio Silone  (Castelvecchi, 2014) bensì le opere di Luce d'Eramo, Deviazione (che risale al 1979 ma è ora ristampata da Feltrinelli) in particolare, ma magari anche Partiranno (Mondadori, 1986) e Ultima luna (Mondadori, 1993) nonché Tutti i racconti editi postumi dall'Elliot (2013).

 

*) Yukari Saito, traduttrice e lettrice di giapponese presso il Centro Linguistico dell'Università di Pisa, è impegnata sulle tematiche sociali, ambientali, della pace e dei diritti umani, tematiche su cui nel 2006 ha fondato a Pisa il Centro di documentazione “Semi sotto la neve”, con denominazione ispirata a un celebre romanzo siloniano. Di Silone ha tradotto Vino e pane (Hakusuisha, Tokyo, 2000) e La scuola dei dittatori (Iwanami shoten, Tokyo, 2002), dopo aver fatto conoscere al pubblico nipponico Una famiglia italiana di Franca Magnani (Asahi Shimbun, Tokyo, 1992). Recentemente ha curato Ignazio Silone (Castelvecchi, Roma, 2014, pp. 762), opera in cui sono raccolti e compendiati in unico volume i principali saggi di Luce d'Eramo sullo scrittore marsicano nonché il carteggio d’Eramo-Silone. Il testo qui sopra riportato appartiene alla relazione tenuta dalla studiosa al convegno "Tre libri nuovi" che ha avuto luogo al Cooperativo di Zurigo il 29 giugno scorso. Ringraziamo l'autrice per la gentile concessione.

 

Sentenza storica, sì adozione a coppia lesbica

Da Avanti! online

www.avantionline.it/

 di Sara Pasquot

 Sentenza che farà storia quella del tribunale per i Minorenni di Roma che ha riconosciuto l’adozione di una bimba che vive in una coppia lesbica, figlia biologica di una sola delle due conviventi. Si tratta del primo caso in Italia di stepchild adoption adozione da parte di uno dei due componenti di una coppia del figlio, naturale o adottivo, del partner.

    Può dunque riferirsi sia a coppie eterosessuali che omosessuali, anche se viene comunemente riferita a coppie dello stesso sesso. Oltre che nel Regno Unito, la stepchild adoption (adozione del figliastro) è consentita anche in altri Paesi europei dove è possibile per le coppie omosessuali adottare bambini, come ad esempio Spagna, Svezia, Norvegia, Danimarca, Belgio, Francia ma anche in nazioni, come Germania, Finlandia e Groenlandia, che pur non consentendo l’adozione di bambini da parte di coppie dello stesso sesso riconoscono a chi è in convivenza registrata con una persona di sesso uguale l’adozione dei figli naturali e adottivi del partner.

    “Le due mamme – ha spiegato Maria Antonia Pili, presidente di Aiaf Friuli l’avvocato Pili – hanno dapprima intrapreso e portato a termine un percorso di procreazione eterologa all’estero e, dopo la nascita della bambina, hanno stabilmente proseguito nel progetto di maternità condividendo con ottimi risultati compiti educativi e assistenziali, nonché offrendo alla minore una solida base affettiva”. Il ricorso è stato accolto sulla base dell’articolo 44 della legge sull’adozione del 4 maggio 1983, n. 184, come modificata dalla legge 149 del 2001, il quale contempla l’adozione in casi particolari. “Ovvero nel superiore e preminente interesse del minore a mantenere anche formalmente con l’adulto, in questo caso genitore ‘sociale’ – ha dichiarato l’avvocato Pili – quel rapporto affettivo e di convivenza già positivamente consolidatosi nel tempo, a maggior ragione se nell’ambito di un nucleo familiare e indipendentemente dall’orientamento sessuale dei genitori.

    La norma in questione infatti – ha aggiunto la legale – non contiene alcuna discriminazione fra coppie conviventi siano esse eterosessuali o omosessuali”. Secondo Pili, dunque, il Tribunale per i Minorenni di Roma “ha correttamente interpretato la norma di apertura” già contenuta nella Legge sull’adozione. “Non si è trattato dunque – ha precisato la legale – come ben argomenta sul punto la sentenza, di concedere un diritto ex novo, ovvero di creare una situazione prima inesistente, ma di garantire nell’interesse di una minore la copertura giuridica a una situazione di fatto già consolidata, riconoscendo cosi’ diritti e tutela ai quei cambiamenti sociali e di costume che il legislatore ancora fatica a considerare, nonostante – ha concluso – le sempre più diffuse e pressanti rivendicazioni dei moltissimi soggetti interessati”.

    “La sentenza apripista dimostra come la società civile sia più veloce del Parlamento che è ancora in ritardo sui diritti civili - scrive su twitter la deputata socialista Pia Locatelli – come gruppo socialista alla Camera abbiamo presentato una proposta di legge in materia affinché si riconoscano diritti, e si stabiliscano doveri, a tutte le coppie di fatto senza alcuna distinzione tra omo e etero.”

   

Vai al sito dell’avantionline

 

lunedì 23 giugno 2014

TRE LIBRI NUOVI

ZURIGO, DOMENICA 29 giugno 2014,

Al Cooperativo, St. Jakobstr. 6

dalle ore 10.15 alle ore 12.30

info:+41 (0)44 2414475

 

I tre libri di cui si parlerà:

FABIO VANDER, Posizione e movimento. Pensiero strategico e politica della Grande Guerra, Mimesis, Udine, 2013.

LUCE D'ERAMO, Ignazio Silone, a cura di YUKARI SAITO, Castelvecchi, Roma, 2014.

AA.VV., Genova 2012 - Materiali per un dibattito politico, a cura di FELICE BESOSTRI, Ed. AdL, Zurigo, 2014.

 

Relatori:

FELICE BESOSTRI, Direzione nazionale PSI

CARLO GHEZZI, Fondazione Di Vittorio

YUKARI SAITO, Letterata e traduttrice

FABIO VANDER, Storico e filosofo

 

Moderatore: Andrea Ermano

Intervengono: Maurizio Montana, Francesco Papagni, Marco Tommasini, Valentin Lustig e Sandro Simonitto

FELICE BESOSTRI. Avvocato abilitato per le magistrature superiori, si è distinto per la sua battaglia contro il "Porcellum" conclusasi con la sentenza d'incostituzionalità. Senatore della Repubblica (XIII legislatura, DS) e membro dell'assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa tra il 1999 e il 2001, ha partecipato ai Forum Social Mundial del 2002 e del 2004 ed è oggi membro della Presidenza della Sezione Internazionale del PS Svizzero e della Direzione del PSI. Con l'ADLha pubblicato i volumi: Da lontano e da vicino (2001), Fili Rossi (2005), nonché curato Sinistra come in Europa (2007), e Genova 2012 (2014).

CARLO GHEZZI. Segretario della Fondazione Giuseppe Di Vittorio, costituita per iniziativa della CGIL nel 1991 allo scopo di promuovere studi storici e sociali sul movimento operaio e sindacale italiano. Già Segretario generale della Camera del Lavoro di Milano e responsabile dell'organizzazione della segreteria nazionale della Cgil, è stato delegato nel Consiglio di fabbrica della Pirelli. Sotto la sua guida la CGIL milanese si è battuta per la moralizzazione della vita pubblica e si è aperta ai problemi dell'immigrazione. Con la Fondazione Di Vittorio ha fornito un importante contributo alla promozione delle manifestazioni genovesi nel 120° dalla fondazione del Partito dei Lavoratori Italiani.

YUKARI SAITO. Traduttrice e lettrice di giapponese presso il Centro Linguistico dell'Università di Pisa. Saggista impegnata sulle tematiche sociali, ambientali, della pace e dei diritti umani, tematiche su cui nel 2006 ha fondato a Pisa il Centro di documentazione "Semi sotto la neve", con denominazione ispirata a un celebre romanzo siloniano. Di Silone ha tradotto Vino e pane (Hakusuisha, Tokyo, 2000) e La scuola dei dittatori (Iwanami shoten, Tokyo, 2002), dopo aver fatto conoscere al pubblico nipponico Una famiglia italiana di Franca Magnani (Asahi Shimbun, Tokyo, 1992). Recentemente ha curato Ignazio Silone (Castelvecchi, Roma, 2014, pp. 762), opera in cui sono raccolti e compendiati in unico volume i principali saggi di Luce d'Eramo sullo scrittore marsicano nonché il carteggio d'Eramo-Silone.

FABIO VANDER. Storico e filosofo, lavora presso il Senato della Repubblica, si è laureato in filosofia con Gennaro Sasso e in scienze politiche con Pietro Scoppola. Tra le sue pubblicazioni: Metafisica della guerra (Milano, 1995); La democrazia in Italia (Genova-Milano, 2004); Contraddizione e divenire (Milano, 2005); Critica della filosofia italiana contemporanea (Genova-Milano, 2007); Essere e non-essere (Milano, 2009); De philosophia italica (Lecce, 2010).

 

martedì 18 marzo 2014

Il riformismo e la riformite

Da MondOperaio

http://www.mondoperaio.net/

di Alberto Benzoni

Nelle sue memorie Samuel Hoare (poi lord Templewood), esponente conservatore degli anni trenta, ricorda di aver proposto, da ministro degli interni (i poveri inglesi non hanno un ministro della giustizia), una legge di riforma del sistema carcerario. Legge che, per un insieme di circostanze, non potè essere approvata dal Parlamento; per essere poi varata, nel secondo dopoguerra (e con modifiche marginali) dal governo laburista.

“Poco male” (questo nella sostanza, il ragionamento di Hoare) “perchè la legge era giusta, ma al tempo mio non c’era ancora il clima politico e psicologico per farla passare”. E qui il Nostro esprime alla perfezione la dialettica tra conservazione e riformismo che percorre felicemente tutta la storia della Gran Bretagna.

Alla base, l’idea che le cose che esistono non sono solo un retaggio del passato (degno, per ciò stesso, di rispetto), ma sono anche portatrici di senso e di valore. E che di conseguenza qualsiasi proposta di cambiamento deve superare una specie di onere della prova: e non solo sotto il profilo della sua validità intrinseca ma anche del suo inserimento razionale nella realtà esistente.

E’ la migliore definizione del riformismo: tanto più se formulata da un conservatore. Altra cosa, e tutta diversa, è la “riformite”: cioè la versione distorta del riformismo che, in pratica e in teoria, ha segnato di sé tutta la storia della seconda Repubblica. Qui scompare la feconda tensione dialettica tra vecchio e nuovo: perché ciò che esiste è per definizione, male; e perché il “nuovo che avanza” avanza perciò nel vuoto più totale, sottratto a qualsiasi prova e verifica razionale. Il risultato finale è un sistema totalmente privo di forma. E perciò, astuzia della ragione, sostanzialmente irriformabile.

 

 

Da CRITICA LIBERALE

riceviamo e volentieri pubblichiamo

Papa Francesco, un conservatore sorridente

di Paolo Bonetti

Dopo l’intervista concessa qualche tempo fa al fondatore di “Repubblica”, il papa ne ha concesso un’altra al direttore del “Corriere della Sera” Ferruccio De Bortoli: un’intervista meno fumosa della prima, in cui i due interlocutori si perdevano in un intrico di questioni filosofiche e teologiche poco trattabili sulle pagine di un quotidiano, e più attenta, invece, ai concreti problemi pastorali della Chiesa Cattolica, problemi che poi, a causa della persistente e negativa influenza che il cattolicesimo continua ad avere sulla legislazione italiana, diventano inevitabilmente problemi dell’intera società civile, con l’impossibilità di arrivare a soluzioni ragionevoli di questioni che in altri Stati sono già state risolte con il riconoscimento che i diritti fondamentali dei cittadini non possono essere condizionati e sostanzialmente misconosciuti per volontà di un’associazione privata qual è, nonostante la sua rilevanza sociale, la Chiesa di Roma.

Nell’intervista Bergoglio conferma ancora una volta la linea pastorale del suo pontificato fondata sulla misericordia e sull’accoglienza, ma fermissima nel ribadire la tradizione della Chiesa in materia di teologia morale. Il papa, che possiede fra l’altro la qualità inedita in un papa dell’autoironia, è consapevole della distanza che separa la Chiesa dalla sensibilità morale e dai costumi effettivi della società contemporanea. Nonostante i molti adulatori, credenti e non credenti, che vorrebbero farne, come lui stesso dice, “una sorta di superman”, e nonostante l’affetto sincero di milioni di uomini e donne che apprezzano la sua volontà di dialogo e la sua disponibilità ad ascoltare per cercare di capire, Francesco si rende conto, al contrario del suo predecessore, che la Chiesa non può limitarsi a giudicare e condannare dall’alto il mondo contemporaneo ed è convinto che essa debba invece svolgere un’opera terapeutica di paziente cura e guarigione dei molti mali della modernità. Ma la misericordia e la sollecitudine per coloro che patiscono nelle loro anime le ferite di un disordine spirituale di cui molto spesso non sono neppure consapevoli, non significano in alcun modo che la Chiesa è disposta a rinunciare ai principi della sua morale fondata su leggi che essa ritiene al tempo stesso divine, naturali e razionali. La Chiesa non è relativista e neppure storicista, le sue verità hanno un’origine extratemporale e non possono mutare come si evolvono e cambiano i costumi umani. Essa, dice Bergoglio, comprende e soccorre, ma non transige circa l’assolutezza dei valori che è chiamata a difendere.

Quando il papa afferma di non comprendere l’espressione “valori non negoziabili” e sembra prendere le distanze da Ratzinger che, invece, ha più volte insistito su questo carattere dell’etica cattolico-ecclesiastica, in realtà fa poi un’affermazione che, a considerarla con attenzione, risulta ancora più rigida di quelle di Benedetto XVI: egli dice che “i valori sono valori e basta” dal momento che, fra le dita di una mano, non si può dire che “ve ne sia una meno utile di un’altra”. E aggiunge di non capire “in che senso vi possano essere valori negoziabili”. E’ una affermazione questa su cui i commentatori non si sono soffermati con la necessaria attenzione: il papa, in sostanza, ha voluto dire che non solo alcuni, ma tutti i valori dell’etica cattolica non possono essere negoziati, poiché farlo significherebbe precipitare in quella “dittatura del relativismo” di cui ha parlato tante volte Ratzinger. La Chiesa comprende, accoglie e perdona, ma ammonisce gli Stati laici a non legiferare in contrasto con la sua morale che considera immutabile in ogni suo aspetto. La riprova di quanto dico sta poi nelle risposte che il papa dà sulle singole questioni che il suo interlocutore gli propone. I divorziati vanno aiutati a superare la loro condizione di crisi e di sofferenza e il loro dramma non può essere valutato con i criteri estrinseci della semplice casistica, ma questo non cancella in alcun modo il carattere sacrale e indissolubile del matrimonio, che è conforme alla legge divina soltanto quando unisce due persone di sesso diverso. “Il matrimonio è fra un uomo e una donna”, ribadisce il papa, che poi parla delle unioni civili come semplici tentativi di “regolare aspetti economici fra le persone”, negando in questo modo ogni carattere affettivo e ogni dignità morale a legami che non rientrino negli schemi di una morale cattolica considerata come l’unica davvero naturale e socialmente accettabile. Anche sulla condizione della donna nella Chiesa il conservatorismo di Bergoglio appare evidente oltre ogni vago riconoscimento circa l’origine e il carattere femminile della Chiesa. Se le donne chiedono di essere inserite nei luoghi di decisione della Chiesa, Francesco riconosce che il problema esiste, ma poi afferma che si tratterebbe, comunque, di “una promozione di tipo funzionale” con cui “non si fa tanta strada”. Sul tema del controllo delle nascite, dichiara che “la questione non è quella di cambiare la dottrina”, ma di far sì che “la pastorale tenga conto delle situazioni e di ciò che per le persone è possibile fare”. E’ la vecchia posizione di Paolo VI, di cui Bergoglio loda apertamente l’enciclica “Humanae Vitae”, dicendo che Montini “ebbe il coraggio di schierarsi contro la maggioranza, di difendere la disciplina morale, di esercitare un freno culturale, di opporsi al neo-malthusianesimo presente e futuro”.

Anche sui trattamenti di fine vita e sul diritto di scegliere in anticipo, quando ci si venga a trovare in stato vegetativo, il modo in cui essere curati o non curati, la posizione di Francesco non si discosta da quella tradizionale della Chiesa, che rifiuta l’uso di mezzi straordinari nella fase terminale della malattia, ma preferisce insistere sulle cure palliative piuttosto che accettare un testamento biologico che sia veramente tale e obbedisca alla volontà del malato. Naturalmente non c’è da sorprendersi: per la Chiesa la vita è un dono di Dio del quale gli uomini non possono disporre liberamente, ma che debbono accettare senza beneficio di inventario. La morale cattolica resta una morale paternalistica che mette gli uomini sotto tutela: tanta misericordia o presunta tale, dal momento che non si tiene conto del concreto dolore e della concreta dignità delle persone, ma nessun riconoscimento del diritto di ogni uomo a decidere autonomamente sulla propria vita e sulla propria morte.

Infine, ci sono nell’intervista affermazioni papali quanto mai discutibili dal semplice punto di vista della loro aderenza alla realtà effettuale. Quando il papa afferma che, sulla questione degli abusi sui minori, “la Chiesa ha fatto tanto, forse più di tutti”, dimentica di aggiungere che questo è avvenuto dopo documentate denunce e lunghe pressioni del mondo laico, mentre per decenni ci sono stati, da parte del mondo ecclesiastico comprese le supreme gerarchie, colpevoli silenzi e ritardi nell’intervenire per porre fine agli abusi. La Chiesa non può rivendicare in materia alcuna superiorità morale: la denuncia del male non è partita dal suo interno e i provvedimenti risanatori sono stati presi per le ripetute condanne dell’opinione pubblica internazionale. Ancora oggi la Chiesa continua a cercare alibi per certi suoi deplorevoli comportamenti in fantomatiche persecuzioni a cui sarebbe sottoposta da organizzazioni internazionali che fanno semplicemente il loro dovere. C’è poi l’insistenza di Bergoglio sulla povertà come ideale evangelico da perseguire fermamente in un mondo che ha il culto del benessere materiale. Ma, anche in questo campo, è molto facile segnalare il contrasto che c’è fra questo francescanesimo teorico e la somma ingente di ricchezze e di privilegi che la Chiesa continua a detenere. Che il papa stia facendo molto per risanare la Curia da vizi ormai intollerabili, dalla sua pretesa di servire contemporaneamente Dio e Mammona, è senz’altro da riconoscere e da apprezzare. Ma tutto questo non conduce ancora a quella Chiesa povera che sembrerebbero essere il fine principale dell’azione papale: se, come dice Francesco, “la povertà allontana dall’idolatria, apre le porte alla Provvidenza”, non basta cacciare i mercanti dal tempio, bisogna anche recidere ogni legame con questi mercanti, mercanti del potere e mercanti della ricchezza. Questa virtù eroica dubitiamo che la Chiesa possa mai possederla. Abitare a Santa Marta, piuttosto che nei sacri palazzi, non basta.

Critica liberale

 

giovedì 6 marzo 2014

Un’altra Europa

Da MondOperaio

http://www.mondoperaio.net/

di Riccardo Nencini *)

Per la sinistra italiana il congresso di Roma del Partito del socialismo europeo rappresenta un punto di arrivo. L'adesione del Partito democratico, infatti, mette fine ad un'anomalia che non solo in questo secolo ne ha indebolito il ruolo. Ed è significativo che questo avvenga nel momento in cui alla guida di quel partito siede chi proviene da un'esperienza politica in seno alla quale molti esorcizzavano il rischio di dover "morire socialisti".

Evidentemente ora il rischio da esorcizzare è quello di morire tout court: un rischio che la sinistra italiana ha corso ogni volta che si è tenuta lontana dal socialismo europeo, e che ha condizionato non poco il ruolo che essa ha giocato nell'ultimo ventennio, e la stessa vitalità del sistema politico in cui ha operato, e che ora non a caso è giunto al capolinea.

C'è però un altro rischio dal quale è bene che il congresso di Roma ci consenta di stare lontani: il collasso dell'Unione europea. Il sogno e' finito da almeno un lustro. Il continente naviga in balia degli euroscettici: nazioni scosse da movimenti populisti e della destra estrema, mancanza di un progetto che non sia quello egemonico della Germania, crisi economica durevole. Non è l'Europa pensata sul finire del secolo passato. Si è allargata l'Unione verso est ma sono stati dimenticati gli ingredienti naturali per renderla protagonista, pur vivendo le relazioni internazionali una fase di straordinari cambiamenti. Non abbiamo avuto né una politica estera e di difesa comuni, né regole di mercato che tracciassero una via originale e certa, magari con la politica alla testa.

La cornice aurea in cui la sinistra deve muoversi oscilla tra la redistribuzione della ricchezza, il coinvolgimento popolare più largo possibile nell'assunzione delle decisioni più rilevanti, l'affermazione di un "tavolato comune di diritti e di doveri pubblici" cui attingano tutti i cittadini tutti. Non esiste una terza fase dell'Unione se non si fissano questi cardini. L'Unione europea nasce per combattere lo spettro del nazismo appena sconfitto e il fantasma del comunismo che aleggia su mezzo continente; infine per unire democrazie giovani e risorse - ferro e acciaio - indispensabili per la ricostruzione postbellica. La seconda tappa è a Maastricht, quaranta anni più tardi: moneta unica, gli Stati orientali che si avvicinano, la fissazione di un portolano per interpretare il futuro alle porte. E' il terzo tempo che manca, ed è una colpa grave. Senza bisogno di scomodare le tante epoche costruite dall'Occidente e offerte all'intero pianeta sotto forma di scoperte tecnologiche e riferimenti culturali, da ieri l'Europa non incide più nelle grandi questioni che affascinano e scuotono il mondo.

Una buona ragione perché il congresso si faccia eretico e consegni a Martin Schulz un mandato a osare: prima per coinvolgere e appassionare i cittadini europei in una campagna elettorale difficile e a tutt'oggi considerata di secondaria importanza; e poi, se eletto, per svincolarsi da un abbraccio, quello di Berlino, poco in linea con l'idea di Europa che i socialisti hanno infisso nella Carta di Lipsia. A cominciare dagli eurobond, da politiche economiche e finanziarie che non siano partigiane, e dall'armonizzazione delle politiche fiscali. Sono i mercati che vanno tenuti a freno, e va combattuta l'austerità a senso unico: questo deve fare il Pse.

Vi è un secondo nodo da sciogliere. Masse di migranti ci guardano con speranza. Sono un dovere irrinunciabile l'integrazione dei profughi che fuggono dalle guerre e dalla carestia e l'apertura delle nostre frontiere a chi intende studiare nelle nostre università e cercare un'occupazione. Non può esserci né una limitazione nel godimento dei diritti fondamentali né accondiscendenza verso forme di multiculturalismo lesive dei medesimi diritti. Le tradizioni e i costumi che confliggono con le fondamenta della civiltà vanno combattuti con fermezza. L'Europa deve impegnarsi nel Mediterraneo sostenendo quei movimenti che difendono l'avanzata dei valori di libertà e di democrazia. E' la strada maestra e va percorsa con decisione.

Infine, la nuova Europa va ribattezzata. Urge una legittimazione nuova delle istituzioni comunitarie. La scelta da parte del Parlamento del Presidente della Commissione Europea è un buon inizio. Un buon inizio, appunto. Ma in un'Europa che va dall'Atlantico ai confini con le steppe il tema della sovranità va ridiscusso, e vanno allargate le maglie della partecipazione democratica alle scelte più significative. Le procedure decisionali fissate nel Novecento sono superate. C'è bisogno di più unità politica, di maggiore incisività, di una efficienza più marcata. Un'opinione conclusiva. La presenza di forti partiti "estremi" in molti paesi - a partire da Francia, Italia e Grecia – incide profondamente nei sistemi politici nazionali. Il Pse deve sentire come un'urgenza il tema delle alleanze. Continuo a pensare che il mondo liberaldemocratico possa condividere con noi il cammino per governare le emergenze e per costruire dimensioni statuali più vicine al cuore dei cittadini.

*) Segretario nazionale del PSI, viceministro Infrastrutture e Trasporti