lunedì 7 settembre 2015

A Bagnoles per i Rosselli

Dalla Fondazione Rosselli di Firenze

http://www.rosselli.org/

di Valdo Spini

Bagnoles de l’Orne è cambiata. Ma non solo per l’inevitabile scorrere del tempo. Questa cittadina della Normandia di circa 2.600 abitanti, nei cui dintorni Carlo e Nello Rosselli furono assassinati dalla Cagoule su mandato del governo fascista italiano, è sempre un’importante località termale e turistica (Carlo Rosselli era venuto a curarvi la sua flebite), solo che le disposizioni amministrative sono cambiate. La maggior parte dei suoi alberghi (a cominciare dal glorioso Grand Hotel) sono chiusi o sono diventate residenze, per effetto di nuove normative. Così sia l’albergo in cui erano scesi Carlo e Marion Rosselli, raggiunti poi da Nello, l’Hotel Cordier, un edificio di foggia tradizionale normanna, sia il più imponente Bel Air che lo fronteggiava e da dove componenti della Cagoule (la sanguinosa organizzazione terroristica di estrema destra francese che li uccise materialmente), giunti da Parigi, ne sorvegliavano i movimenti, sussistono ancora, ma sono desolatamente chiusi. Li abbiamo fotografati, ancora con i loro nomi scritti sui rispettivi edifici, perché ne rimanga traccia.

E fu proprio dall’Hotel Cordier, che i due fratelli, uscirono il 9 giugno 1937, con la Ford scassata usata da Carlo nella guerra di Spagna, per portare Marion, moglie di Carlo, alla stazione e farla rientrare a Parigi in tempo per festeggiare il compleanno del primogenito, per dirigersi poi ad Alençon, sempre costantemente sorvegliati dalla Cagoule, che organizzò il sanguinoso agguato sulla via del ritorno, a pochi chilometri dal rientro a Bagnoles.

A Bagnoles, nessuna indicazione turistica o stradale attira l’attenzione sulla presenza di un monumento commemorativo posto sul luogo del delitto, ma la memoria rimane, almeno nei più anziani. Entrati in una boulangerie del vicino paesino di Couterne, e chiesto indicazioni per il monumento, una signora che aspettava il suo turno per comprare il pane ce lo indicò. E così un cliente del negozio di fiori dove avevamo comprato le rose che abbiamo depositato ai piedi del monumento.

Non solo, il corposo volume che viene offerto in vendita nella principale libreria per chi vuole documentarsi sulla storia del territorio de l’Orne, ricorda, con qualche inesattezza, ma con netta solidarietà, la vicenda del delitto[1].

Tuttavia non bisogna farsi illusioni: il tempo può far svanire questi ricordi se non ne riattiviamo la conoscenza.

Abbiamo ripercorso la strada, ora asfaltata, (all’epoca sterrata), nello stesso senso dei fratelli Rosselli e a pochi chilometri da Bagnoles, abbiamo rincontrato la foresta, scelta dalla Cagoule come teatro dell’azione criminale. Indotti a fermare la loro macchina, i due fratelli furono uccisi a rivoltellate e a pugnalate da un commando della Cagoule che agiva su mandato e in contatto diretto con il Servizio Informazioni Militari del governo fascista italiano.[2]

Come dicevamo prima, nessun cartello annuncia il monumento, che è però ben tenuto. C’è una siepe ben curata a ferro di cavallo, aperta verso la strada, da cui, camminando sopra un colorato ghiaino, si accede al monumento, opera dello scultore di Carlo Sergio Signori (1949). Nelle fila di Giustizia e Libertà, il movimento antifascista fondato e guidato da Carlo Rosselli, vi era anche un grande storico dell’arte, Lionello Venturi, padre dello storico Franco. Fu sotto il suo impulso che per il monumento si scelse una forma di arte astratta e non figurativa, fatto piuttosto coraggioso per l’epoca.[3] Il monumento fu scolpito a Carrara nello studio Nicòli, e di lì partì alla volta della Francia, salutato alla partenza, tra gli altri, da Ferruccio Parri ed Ernesto Rossi. Fu inaugurato il 19 giugno 1949 alla presenza dello stesso Parri e di numerosi esponenti italiani e francesi.

Il monumento è tutto sommato ben tenuto, lindo e pulito. Ai suoi piedi due coroncine simboleggiano l’omaggio ai due martiri. Avevo visto il bozzetto del monumento quando, grazie allo studio Nicòli di Carrara lo avevamo esposto allo Spazio QCR il 9 giugno 2014, in occasione del 77esimo anniversario. Ma un monumento va visto nel suo contesto, nel suo posizionamento. E la mia impressione è stata nettamente positiva. Le due alte steli rappresentano in qualche modo qualcosa di ancor più duraturo delle stesse immagini. Con lo sfondo del bosco che servì da cornice al criminale agguato, invitano al raccoglimento, alla meditazione, alla presa di coscienza. Una tremenda impressione.

Quella che avrebbe bisogno di una pulitina per ritornare realmente leggibile è l’iscrizione posta in cima alla stele più alta. Essa suona così:

CARLO ET NELLO ROSSELLI

TOMBES ICI POUR LA JUSTICE

ET LA LIBERTE’

SOUS LE POIGNARD DE LA CAGOULE

PAR ORDRE

DU REGIME FASCISTE

ITALIEN

L’iscrizione non ha bisogno di alcun commento. Possiamo accostarvi quella che Piero Calamandrei scrisse per la loro tomba nel cimitero di Trespiano (Firenze):

CARLO E NELLO ROSSELLI

GIUSTIZIA E LIBERTA’

PER QUESTO VISSERO

PER QUESTO MORIRONO.

A noi sta di non dimenticare, di praticare e di tramandare il loro ricordo. In tale contesto, dobbiamo dedicare più attenzione a questo monumento posto in terra di Francia e chiedere che ci siano più indicazioni, più conoscenza.

[1] A. E. Poëssel. L’Orne et L’histoire, Condé-sur-Noireau, Editions Charles Corlet, 2011,pp.453-4-.

[2] Per la ricostruzione del delitto, per parte italiana, rinviamo al documentatissimo, M. Franzinelli, Il delitto Rosselli, Milano Mondadori 2007. Per parte francese, al sito www.persee.fr in cui vi sono numerosi articoli non solo sul delitto, ma anche sugli echi nell’opinione pubblica francese in generale e della Normandia in particolare.

[3] Cfr. F.A. Nicòli, Il Monumento ai Fratelli Rosselli 1946-’49, in “Quaderni del Circolo Rosselli” , n.3/2014, Pacini Editore, Pisa, pp. 166-174. Vedi per la Fondazione Circolo Fratelli Rosselli, www.rosselli.org

La Panda rossa e “Mafia capitale”

Da MondOperaio - http://www.mondoperaio.net/

Molte cose sono cambiate a Roma da quando, otto mesi fa, i mandati di cattura della Procura della Repubblica imposero il marchio 'Mafia-Capitale' nei titoli e nelle cronache dei media cittadini, nazionali e del mondo. Sono cambiate nell'amministrazione, nei partiti della maggioranza e dell'opposizione in Campidoglio e nelle loro relazioni con i partiti nazionali e il governo, sotto lo sguardo attento del popolo sovrano che due anni fa aveva già avuto modo di esprimersi con l'elezione a sindaco di Ignazio Marino.

di Celestino Spada

Le cose sono cambiate anche nei giornali e nelle radio e televisioni dell'Urbe, come pure nelle pagine romane dei quotidiani nazionali: tutti impegnati, a dicembre, a dare spazio, voce e corda a un'armata Brancaleone di opposizione e pezzi di maggioranza, di interessi lesi o minacciati, di categorie private e di corpi pubblici, che braccava da settimane "la Panda rossa del sindaco" in sosta nei vicoli di Roma e indagava sui permessi di accesso e sui recapiti delle notifiche delle multe al suo proprietario da parte di incaricati che da mesi non riuscivano a trovarlo.

Oggi l'aria e il prodotto informativo sono diversi. La manutenzione delle strade e la raccolta dei rifiuti, lo stato del trasporto pubblico e la gestione del patrimonio edilizio, i camion-bar a licenza rotante in una famiglia radicati ai Fori e nel centro storico e il servizio reso sulla strada e di giorno alla città e ai cittadini dal Corpo dei Vigili Urbani, lo stato del verde pubblico e degli accessi al mare e alle spiagge di Ostia: tutte le "emergenze" che travagliano da tempo la vita di chi abita e di chi viene per lavoro o per svago nella Città Eterna sono divenute negli ultimi mesi l'oggetto di una particolare "emergenza" informativa. Servizi – spesso "grandi affreschi dell'orrore" – mai prima così precisi, e interviste affidate ai più titolati reporter e osservatori e commentatori nazionali sono venuti quasi ad accrescere il peso dell'interlocuzione e il valore dell'impegno e del servizio fornito oggi dai media alla città e al paese.

L'effetto, per chi legge, può risultare anche enciclopedico: la tale situazione risale agli anni '60, l'altra agli anni '80; con lo stato di quella gestione si misurò negli anni '90 l'assessore al patrimonio Linda Lanzillotta, con quello dell'altra il generale dei Carabinieri Mario Mori. Si scoprono terre incognite, come i contratti (e gli orari) di lavoro degli addetti alla metropolitana messi a confronto con quelli dei loro colleghi di Napoli e di Milano, e si torna sulla cornucopia del "salario accessorio" dei vigili urbani e di altre categorie di lavoratori comunali che solo il rifiuto del ministero dell'Economia di pagarne gli oneri ha consentito ai romani di conoscere.

Naturalmente si attinge a piene mani ai materiali delle inchieste della Procura, fonte-principe e madre, sembra, di ogni notizia e cognizione circa l'intreccio fra politica, amministrazione e malavita organizzata, che ha potuto divenire nel corso degli anni il tessuto connettivo dominante la politica e le sue relazioni con la società civile. Non mancano, evidentemente, le ripetizioni fra mezzo e mezzo, ma anche nello stesso giornale, che da mesi "copre" l'inchiesta in corso e i suoi sviluppi con la seconda retata fra giugno e luglio scorsi: a ribadire e quasi a scolpire sulla carta e online – e soprattutto nella testa di chi legge e in genere dei romani – come stanno le cose. Ma con l'effetto, non si sa quanto indesiderato, di far venire la curiosità di sapere che cosa abbia almeno percepito di tutto questo, in tanti anni e a Roma, qualcuno fra i giornalisti delle varie "appartenenze", e magari fra quelli che si vogliono "vicini" o contigui o di area di quale che sia il partito o il politico "di riferimento".

Di certo in questi anni non è stato a Roma, ma in Calabria nel maggio 2013, che un giornalista della Stampa di Torino (la città natale del neo-assessore capitolino Stefano Esposito) ha raccolto l'indifferenza di un influente cittadino rispetto all'esito delle imminenti elezioni comunali ("in ogni caso, un comitato di affari a venire"). Mentre, nel furore informativo e comunicativo di questi mesi, è Conchita De Gregorio a riferire un'opinione competente in materia, intervistando Cristiana Alicata, oggi nel CdA dell'Anas: "Che poi, guarda: anche fuori della politica, anche nei giornali e nelle istituzioni private, c'è chi è dentro il sistema" (Repubblica, 16 giugno scorso). Forse, alle molte manutenzioni, ordinarie e quotidiane, elencate nell'editoriale del Corriere della sera del 30 luglio, che sono mancate in questi decenni – e indispensabili, ci viene ricordato, a rendere pulita e decorosa la vita in una città – è il caso di aggiungere l'informazione.

110mo anno del Cooperativo

Matinée il 13 settembre a Zurigo

Al Cooperativo – St. Jakobstrasse 6

Il Coopi di Zurigo, storico locale dell’emigrazione socialista compie 110 anni e promuove una matinée dedicata alla musica, alla letteratura e alla riflessione politica.

Due attori di talento – Egon Fässler ed Enzo Scanzi – interpreteranno, in italiano e in tedesco, un’intensa antologia tratta da Nonna Adele, grande romanzo di Ettore Cella-Dezza ambientato nella Zurigo del Cooperativo durante i primi decenni del XX secolo.

Il quartetto d’archi Weshalb Forellen – formato da Mario Huter (Violino), Monika Camenzind (Violino), Nicole Hitz (Viola) e Martin Birnstiel, (Violoncello) – eseguirà variazioni su motivi della tradizione popolare italiana con incursioni nel mondo del tango argentino: imperdibile!

Nello spirito pacifista della Conferenza di Zimmerwald (che proprio cento anni fa ebbe il Coopi e la “cooperatrice” Angelica Balabanoff tra i suoi promotori) interverranno per un indirizzo di saluto Esther Maurer, Luciano Ferrari e Felice Besostri, offrendo elementi di riflessione sul complesso momento politico attuale.

Esther Maurer, municipale emerita di Zurigo, è coordinatrice nazionale di SolidarSuisse, organizzazione no profit attiva in 14 paesi con cinquanta progetti finalizzati a promuovere l’aiuto umanitario, la dignità del lavoro e una vasta partecipazione democratica.

Luciano Ferrari ha diretto per lunghi anni la redazione internazionale del Tages Anzeiger, il maggiore quotidiano elvetico; è segretario generale vicario e coordinatore politico della segreteria nazionale del Partito Socialista Svizzero.

Felice Besostri, giurista costituzionalista ed esperto di politica internazionale, è Presidente della Rete Socialista per il Socialismo Europeo, già Senatore della Repubblica e membro del Consiglio d’Europa nonché presidente dell’Assemblea Parlamentare della Iniziativa Centro Europea.

L’incontro, aperto al pubblico, avrà luogo domenica 13 settembre 2015, dalle ore 10.15, nella sala da pranzo del Ristorante Cooperativo tra gli splendidi capolavori di Mario Comensoli.

> Cooperativo – St. Jakobstrasse 6 – 8004 Zürich

Alle ore 12.30 sarà offerto un buffet.

mercoledì 24 giugno 2015

E il ragazzo va…

Segnalazione

 

Il bel film La scuola è finita, di Valerio Jalongo, con Valeria Golino, Vincenzo Amato e Fulvio Forti è fruibile in questi giorni su Rai Cinema Channel (vai al sito)

 

È fruibile in questi giorni su Rai Cinema Channel "La scuola è finita", film del 2010 di Valerio Jalongo, ambientato nella periferia romana, con baricentro in un istituto superiore molto degradato dove le forze dell'ordine passano di tanto in tanto col cane poliziotto a caccia di giovani spacciatori.

    Durante una di queste ronde diurne l'animale si butta sull'insegnante di lettere. Il quale non viene perquisito per intercessione della preside (Paola Pace). L'insegnante si chiama Aldo Talarico (Vincenzo Amato). Sua moglie, stufissima, è Daria Quarenghi (Valeria Golino) e sta divorziando da lui. Entrambi insegnano in quella scuola, intitolata a Johann Heinrich Pestalozzi, grande pedagogo illuminista svizzero del Settecento.

    A un certo punto l'edificio scolastico, che si trova in uno stato di incredibile fatiscenza, viene invaso da masse studentesche in vena di neo-luddismo. Segue distruzione vandalica di documenti e materiali didattici vari e financo di pezzi di muri...

    E però, e però… questi ragazzi organizzano anche un concerto oggettivamente ben riuscito. Durante il quale concerto tutti si entusiasmano per l'allievo Alex Donadei (Fulvio Forti), uno che di solito vende pasticche ed è sempre sballato.

    Ma la sera del concerto Alex suona splendidamente, grazie a un suo talento naturale, grazie alla grandissima incazzatura che si porta dentro, e anche grazie all'incoraggiamento minuzioso e implacabile del suo professore di lettere, il già citato Aldo.

    Comunque Alex ogni tanto esagera. Una volta, in preda alle pasticche, crede persino di poter volare. E, infatti, eccolo sul bordo vertiginoso del cortile interno della scuola mentre raggiunge barcollando l'ultimo piano dell'edificio nel panico nero di tutti.

    Si butta nel vuoto. Il film inizia qui. Con un tuffo al cuore.

 

Ma Alex è un ragazzo fortunato. In mezzo al cortile cresce un frondoso ippocastano, sul cui fogliame si suppone sia planato questo giovane demente in preda alle allucinazioni. Fatto sta che ne esce miracolosamente illeso e ce lo ritroviamo poco dopo a casa, a cavillare con la madre (Antonella Ponziani). Della quale odia il nuovo convivente (Gianluca Belardi). Con cui ingaggia una confusa colluttazione e poi fugge di casa. Sa benissimo che la sua sorte scolastica è segnata. Ma lui ormai pensa all'Australia. La mitica Australia! Dove vive il suo vero padre, che di tanto in tanto gli scrive mail e cartoline abbastanza affettuose.

    In realtà, il padre è un ex tossicodipendente. Adesso sembra in tutto e per tutto a un bravo signore sulla cinquantina. Lavora all'aeroporto di Fiumicino. È stata la madre ad averlo "diaframmato" dal figlio e ad avere simulato una corrispondenza posticcia. Ma dopo la colluttazione e la fuga di Alex la donna non ne può più di tutta questa menzogna e si reca perciò dalla professoressa implorandola di voler lei portare Alex a conoscere il padre: "Io non potrei. Non ho coraggio".

    Segue scena dell'incontro con il padre all'Aeroporto di Roma. La delusione di Alex non potrebbe essere più cocente. Salvare uno come Alex appare ormai inutile, oltre che impossibile. Nondimeno i due prof divorziandi non mollano. Pe' tigna?

    Daria segue il ragazzo al "Centro di ascolto scolastico". Aldo imbraccia la chitarra elettrica e istiga Alex a suonare e suonare. Entrambi i prof azzardano, ciascuno a proprio modo e misura, un certo grado di complicità. Per Aldo questo significa fare letteralmente di tutto affinché Alex accetti di esibirsi al concerto della "skuola okkupata". E contro tutti i pronostici Alex alla fine suona, mietendo un fantastico successo.

    Ma di lì a poco, in un giorno di sconforto per l'atto di divorzio or ora firmato assieme a Daria dall'avvocato, Aldo decide alla cazzo di assumere numerose sostanze stupefacenti che il volonteroso allievo gli procurerà per la modica cifra di cinquanta euro. E così il prof approda al pronto soccorso, dove metteranno a verbale che si è strafatto di "anestetico per cavalli" insieme a un allievo.

    Ovviamente Alex ha anche una mezza cotta per la prof, benché lei sia "una di quarant'anni". Le dice che è "bella", laddove invece Aldo l'aveva chiamata "brutta" volendo ferire l'ancora-moglie divorzista. Daria si sente abbastanza addolorata per quest'ultimo apprezzamento dell'ancora-marito e dubitativamente confermata, invece, da quello dell'alunno. Daria rimane assolutamente dentro ai binari. E alla fine, a bon droit, rivendica di avere la coscienza a posto. Non come Aldo che ha sbarellato.

    Ma anche Daria verrà colpita e affondata: da un morboso esposto della madre di Alex che la accusa d'intrattenere una relazione sentimentale con il figlio e di avere perciò seminato zizzania nella sua famiglia.

    Adesso i giornalisti stanno appostati come iene dietro ai cancelli della scuola. Daria e Aldo sono appena stati sospesi dall'insegnamento. Vediamo uscire prima lei e fendere dolente, quasi in trance, la piccola folla esagitata di professionisti dell'informazione.

    Poi passa Aldo e molla un cazzotto a una telecamera.

    La gogna mediatica riferirà di due insegnanti coinvolti in atti di vandalismo contro la scuola, in attività di spaccio di sostanze stupefacenti e persino in un centro d'ascolto "a luci rosse".

    I due prof disonorati sono intanto saliti in macchina e li vediamo allontanarsi depressi dall'Istituto Pestalozzi.

    Ma Alex sa che quella coppia stralunata di quarantenni divorziandi coperti di merda telegiornalistica ha comunque provato a dargli una mano.

    Li raggiunge in motorino costeggiandone la vettura. Dai finestrini li intravede abbastanza bene. Li guarda e li riguarda con sguardi che significano il suo riguardo nei confronti loro e solo loro.

    Daria accenna un saluto tenendo la mano a pugno semichiuso con grazia.

    E il ragazzo va.

    Va con mezzo sorriso pensoso sulle labbra, con il suo casco in testa, con gli occhi attenti alla strada, tra i casermoni e le massicciate e i murales della periferia metropolitana. (AE)

 

mercoledì 17 giugno 2015

L’onda lunga della secolarizzazione

FONDAZIONE NENNI

http://fondazionenenni.wordpress.com/

 

 di Luciano Pellicani

 

"Credo che non si possa parlare solo di una sconfitta dei principi cristiani, ma di una sconfitta dell'umanità". Con queste allarmate e allarmanti parole il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, ha commentato l'esito del referendum indetto il 22 maggio in Irlanda per decidere sulle nozze fra omosessuali. Un esito clamoroso, poiché l'Irlanda era considerata una società "cattolica par exellence". Evidentemente, l'onda lunga della secolarizzazione ha acquistato una velocità e una potenza espansiva tali da corroborare ampiamente la tesi di coloro che ritengono che ormai l'Europa occidentale ha cessato di essere una civiltà cristiana. Fra i quali recentemente si è distinto Riccardo Campa con un libro dal significativo titolo "La rivincita del paganesimo" (Deleyva Editore).

    La sua tesi centrale è che la secolarizzazione è il problema fondamentale della sociologia e che, per decifrare correttamente il processo di modernizzazione – vale a dire la transizione dalla Città sacra alla Città secolare – è imperativo partire dalla constatazione che la civiltà europea si è retta per secoli e continua a reggersi su due potenti tradizioni: quella greco-romana e quella giudaico-cristiana; ossia "Atene e Gerusalemme, l'Accademia e la Chiesa". Una coesistenza che non è stata punto armoniosa, come in passato ha preteso Talcott Parsons e come oggi pretende Rodney Stark. Al contrario: è stata — e continua ad essere — assai conflittuale poiché i valori cardinali della "Cultura delle Ragione" sono antitetici ai valori cardinali della "Cultura della Fede", centrata sul principio secondo il quale "Atene è pestifera per la salute dell'anima", formulato da Gregorio Nazianzeno e ossessivamente ribadito nel corso dei secoli dominati dal Contemptus Mundi. Per questo, opportunamente, Campa sottolinea con particolare vigore che, oltre ad essere fedele alla Ragione, la tradizione greco-romana è fedele alla Terra, mentre la tradizione giudaico-cristiana è fedele al Cielo. Una tesi, la sua, già espressa dal grande George Orwell con queste parole: "L'ideale umanistico e quello trascendente sono incompatibili. Si deve scegliere fra Dio e l'uomo e tutti i radicali e i progressisti, dal più blando dei liberali al più estremista degli anarchici, hanno in realtà scelto l'uomo".

    Stando così le cose, il riconoscimento del diritto degli omosessuali di sposarsi — sancito dalla maggioranza degli Irlandesi — non è altro che ultimo capitolo del secolare conflitto fra Atene e Gerusalemme, non già – come ritiene il cardinale Parolin – un sconfitta dell'umanità. Semmai, una sconfitta dell'umanità era la sadica pratica di ardere sul rogo coloro che, per le loro tendenze sessuali, erano considerati, dall'etica cristiana, peccatori contro la Natura e contro Dio.