giovedì 20 dicembre 2012

Ultimo schiaffo all'università

LAVORO E DIRITTI

a cura di www.rassegna.it

In Senato il provvedimento trasformato dal maxi emendamento del governo. Nella notte i fondi per gli Atenei pubblici scendono da 400 a 100 milioni, mentre alle private ne vanno oltre 50. Passo indietro anche sui video poker.


La legge di stabilità è in Senato e dovrebbe restarci fino al 23 dicembre quando è prevista la sua approvazione per il passaggio alla Camera dove in terza lettura dovrebbe arrivare l'approvazione definitiva. Il condizionale è d'obbligo perché il Pdl non ha fatto segreto di voler rallentare l'iter per ottenere uno slittamento delle elezioni nel 2013.

    Ma il Pd non ci sta. Per il segretario Bersani è “disdicevole” ritardare la data naturale delle elezioni fissata il 17 febbraio unicamente “per esigenze non dell'Italia, ma di forze politiche in ritardo”. Per approvare entro la settimana la legge di stabilità “siamo pronti a stare alla Camera anche la notte”, ha detto Bersani a Bruxelles.

    Intanto, la confusione sotto il cielo è grande, complice il clima da fine corsa che ha trasformato la legge finanziaria in una sorta di ultimo treno, dentro i cui vagoni far salire tutti i provvedimenti, anche micro, che si vogliono far passare.

    Le 16 pagine dell'emendamento omnibus contengono provvedimenti di ogni tipo, alcuni portatori di forti polemiche. Tra questi spicca il taglio dei finanziamenti alle Università pubbliche: solo 100 milioni di finanziamento per il fondo ordinario a fronte dei 400 promessi dal ministro Profumo. “Un ulteriore durissimo colpo al sistema universitario”, un altr passo “verso la privatizzazione dei saperi”, è stato il duro commento di Mimmo Pantaleo, segretario generale della Flc Cgil.

     “Le università – continua Pantaleo – vengono spinte con il sottofinanziamento ad aumentare le tasse scolastiche, a tagliare occupazione e ricerca, a precarizzare il lavoro riducendo l’offerta formativa e trasformando gli studenti in clienti”. “Chiediamo – conclude il sindacalista – che vengano trovati gli ulteriori 300 milioni rispetto ai 400 necessari a evitare altri tagli al fondo ordinario 2013. Occorre da parte delle forze politiche che si candidano a governare il paese di proporre un progetto alternativo di università rispetto ai disastri dei governi Berlusconi e Monti”.

    Da sottolineare che ci sono però 52,5 milioni per i Policlinici gestiti direttamente da università non statali. 12,5 milioni arrivano per il Bambin Gesù di Roma e 5 milioni alla Fondazione Gaslini. E il'arcivescovo di Genova, cardinale Angelo Bagnasco, esprime la sua “soddisfazione” per il riconoscimento del ruolo nazionale all'ospedale privato di Genova.

    Poi c'è il capitolo gioco d'azzardo: per tutto il pomeriggio le agenzie hanno riportato lo sdegno espresso da più parti, compresi il ministro della Famiglia Andrea Riccardi e quello della Salute Renato Balduzzi, per un emendamento del Pdl che autorizza di fatto l'apertura di nuove sale poker (cancellando la norma che faceva slittare queste nuove aperture al giugno prossimo). Balduzzi ha parlato di norme “sconcertanti”.

    Ci sono anche i soldi per la Tav. Sono 2,25 miliardi in 13 anni per la linea Torino-Lione. Il testo aumenta gli stanziamenti del 2015 di 150 milioni (da 530 a 680) e ne stanzia altri 150 all'anno dal 2016 al 2029.

    Mentre slitta al 2014 l'obbligo per le Regioni di non applicare ai redditi bassi la maggiorazione oltre i 0,5 punti percentuali dell'addizionale Irpef. Slitta inoltre al 2014 il quoziente familiare per quanto riguarda l'aliquota Irpef regionale.

    Un po' di ossigeno per gli enti locali arriva invece con l'allentamento del patto di Stabilità per comuni e province: maggiori risorse per 1,4 miliardi. E 400 milioni di minori tagli ai comuni.

 

mercoledì 19 dicembre 2012

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Riceviamo e volentieri pubblichiamo


False accuse alla laicità


Il discorso del cardinale Scola, pronunciato a Milano in occasione della festa di Sant’Ambrogio, ha suscitato un coro di sdegno.


di Eric Noffke, pastore valdese


Roma, 11.12.2012 – Per fortuna il discorso del cardinale Scola, pronunciato a Milano in occasione della festa di Sant’Ambrogio, ha suscitato un coro di sdegno: diverse riposte, puntuali ed intelligenti, sono arrivate da alcune delle voci più autorevoli del panorama intellettuale italiano. Giustamente si è visto nelle parole dell’arcivescovo di Milano un ennesimo attacco all’idea di laicità e un inquietante auspicio a tornare al confessionalismo di Stato; il suo riferimento ad un presunto modello americano (che, è stato fatto notare correttamente, in quei termini oggi non esiste neanche più) sembra più uno specchietto per le allodole che una proposta seria.

    In realtà, in prossimità della campagna elettorale Scola ha voluto mandare ai milanesi tutti, a cominciare dal loro sindaco, il chiaro messaggio che le cose, nell’arcidiocesi di Milano, sono cambiate. Non che avessimo molti dubbi in proposito, ma un discorso come questo ci ripropone la domanda se una certa gerarchia cattolica voglia davvero porsi come interlocutore in un dialogo pubblico o se non abbia piuttosto ragione Paolo Naso quando, sul sito della Chiesa Valdese, parla di “guerra fredda”. In tal caso dobbiamo leggere le parole di Scola come una chiamata alle armi contro lo Stato laico; d’altra parte tutto il lavoro di Comunione e Liberazione non esprime proprio questo progetto?

    Che la direzione sia questa ce lo dice prima di tutto il riferimento a Costatino, proprio in apertura del discorso di Scola. Invece di essere magistra vitae, la storia diventa piuttosto un’arma da guerra e altro non potrebbe essere la fuorviante immagine di Costantino eletto a patrono della libertà religiosa. È vero, il suo editto del 313 ha posto la parola fine alle persecuzioni dei cristiani, i quali saranno stati felici di poter professare la loro fede senza la paura di rischiare la vita. Esso, però, è stato il preludio delle persecuzioni degli eretici i quali, tra l’altro, con la loro stessa esistenza accusavano prima l’imperatore, poi il papa re di un uso politicamente e ideologicamente strumentale del cristianesimo. Per non parlare, come giustamente ci fa notare Vito Mancuso su Repubblica, della messa al bando dei culti pagani, ben presto a loro volta oggetto di condanne e vessazioni. Di Costantino e della svolta che impresse alla storia del cristianesimo ci sarà tempo per parlare nel corso dell’anno in maniera storicamente più argomentata e seria. Vederlo evocato in un atto di accusa alla laicità, però, richiama echi inquietanti di tempi che vorremmo lasciarci alle spalle. Dal cesaropapismo allo stato pontificio, la storia è piena dei pessimi esiti della commistione tra Stato e Chiesa. Ad ogni modo, proprio la storia è uno dei campi in cui si combatterà questa guerra, fredda o calda che sia, contro la laicità.

    C’è poi un secondo punto che mi pare importante evidenziare: quali sono le fazioni opposte in questo confronto? Se da una parte, infatti, sta una maggioranza della gerarchia cattolica, con le sue spade affilate puntate contro lo schieramento laico e la sua cultura presunta secolarizzata, dove si collocano gli altri? E soprattutto, il mondo evangelico italiano da che parte sta? Quanti, nelle nostre chiese, sono tentati dal frutto polposo, ma avvelenato, della battaglia cattolica per i valori “non negoziabili” in campo etico? Naturalmente è un’illusione immaginare che il mondo evangelico possa assumere una posizione comune; ma non sarebbe una cattiva idea quella di evitare pericolose neutralità o scomode strumentalizzazioni. Siamo davvero appiattiti sull’alternativa tra una laicità alla francese o all’americana, quando nel nostro paese non abbiamo avuto né la Riforma protestante né la rivoluzione francese? Credo che sarebbe il caso di chiarirci le idee in qualche modo, magari proprio partendo dal diciassettesimo centenario dell’editto di Costantino.

    Oggi più che mai, dunque, è necessario affermare che le accuse di Scola alla laicità sono false, soprattutto in Italia. Bisogna opporsi con forza a chi, come lui, cerca di riproporre, neanche tanto sotto mentite spoglie, una religione intesa come soffocante cappa liberticida, collaudata macchina di controllo delle coscienze, tesa alla difesa di ben precisi interessi di parte. Ma non basta: dobbiamo pure agire per offrire al nostro paese una reale alternativa evangelica, nel pensiero e nelle opere. (nev-notizie evangeliche 50/12)

 

 

Riceviamo e volentieri pubblichiamo


Ciao, Guido


Un commiato dal compagno Guido Martinotti (1938-2012)


di Felice Besostri


Mi è giunta ora la notizia dell'improvvisa scomparsa di Guido Martinotti, un compagno socialista la cui frequentazione è stata un arricchimento culturale e politico incommensurabile, anche quando non vi era convergenza di valutazione su fatti contingenti. La sua attività di studioso e di intellettuale in Italia, in Europa e negli Stati Uniti è la migliore dimostrazione che le vicende del PSI non hanno fatto scomparire una cultura politica socialista dal nostro paese, come molti speravano purtroppo non solamente a destra.

    Non possiamo limitarci a testimoniare il passato, perchè Guido e noi siamo convinti che proprio l'assenza di un partito socialista, quale che sia il nome, vincolato alla grande famiglia del socialismo europeo e fortemente radicato nel popolo, tra chi vive del proprio lavoro, sia una delle cause della debolezza strutturale della sinistra italiana.

    Fino all'ultimo Guido è stato impegnato nelle primarie nazionali e in quelle regionali con una scelta netta a favore di Umberto Ambrosoli.

    In oltre quarant'anni di conoscenza sono troppi i momenti che affiorano alla memoria per ricordarne uno.

    Guido ha voluto essere con noi al Quinto incontro annuale del Gruppo di Volpedo, malgrado un'indisposizione. E all'Umanitaria ha svolto una lezione magistrale nell'ambito della scuola politica della "Fondazione Socialismo".

    Menziono qui anche i suoi interventi puntuali nella mailing list del Circolo Rosselli. Avevamo in programma un incontro a Parigi, la capitale di un socialismo possibile. Non credo all'aldilà, ma  nel ricordo perenne di un amico e un compagno come pochi.

 

Guido Martinotti (Milano 1938 – Parigi 2012) – Sociologo italiano. Professore universitario, dopo aver insegnato nel Politecnico di Milano e nelle Università di Milano, di Napoli, di Torino e di Pavia, anche ricoprendo incarichi direttivi, dal 1999 al 2005 è stato Prorettore all'Università degli Studi di Milano-Bicocca. È stato uno dei maggiori esponenti della sociologia urbana, anche a livello internazionale. Membro autorevole di numerose associazioni scientifiche nazionali e internazionali e dell’Accademia Europaea ha, in particolare, cofondato e diretto l’Associazione Italiana di Sociologia, l’International Federation of Data Organizations e l’European Consortium for Sociological Reseach. Ha pubblicato vari lavori tra i quali:Metropoli e sottocomunità (1966); Città e analisi sociologica (1967); Education in a changing society (1978); L'informatica nelle regioni italiane e straniere (1979); La città difficile. Equilibri e diseguaglianze nel mercato urbano (1982); Metropoli, la nuova morfologia sociale della città (1993) e ha collaborato alla Storia di Milano dell’Istituto della Enciclopedia Italiana (saggio La società milanese all’inizio del terzo millennio). Sempre presso l'Enciclopedia Italiana segnaliamo il video-intervento di Guido Martinotti La sociologia di fronte ai social network.

 

 

 

 

Un testo inedito di Guido Martinotti (1938-2012)


Libera Chiesa

in libero Stato!


Di seguito riportiamo ampi stralci da un testo inedito di Guido Martinotti, l'itervento da lui scritto per il convegno promosso dal "Gruppo di Volpedo" a Genova nell'agosto scorso in occasione del 120° dalla fondazione del Partito dei Lavoratori Italiani.


Il pontefice per quasi cinquant’anni, fino al concordato con Mussolini, tramò oscuramente con le potenze straniere sognando una nuova guerra contro la “Repubblica Romana” nel sogno bacato di ricostruire uno Stato della Chiesa (ossimoro pazzesco) con i suoi veri soldati, moneta, francobolli eccetera. E’ stato questo sogno perverso che ha reso lo stato italiano debole ed esposto. Altro che l’anticlericalismo risorgimentale, che aveva a livello popolare tutte le ragioni di essere in un mondo che il Vaticano voleva tenere pagano il più a lungo possibile. I partiti politici italiani hanno sempre pagato lo scotto al ricatto della salvaguardia del paganesimo popolare e alle minacce ruffiniane del clero.

    Il risultato è quel nido di nequizie che ogni giorno si svela sempre più e che pesa sui cattolici più che su chiunque altro. Mi sembra che oggi siano venute meno le due condizioni base per il sostegno a questa politica storica, La legittimità morale del Vaticano è ogni giorno più in rotta con la moralità umana del cattolicesimo e sta perdendo le basi oggettive per questa legittimità.

    Il popolino si è paganizzato, prendendo due direzioni, la secolarizzazione (consumistica se vogliamo, ma pur sempre secolarizzazione) e la rivolta etica contro le gerarchie. Nasce mi sembra un anticlericalesimo cattolico che va aiutato e in cui mi riconosco. Il richiamo alle armi politiche del cattolicesimo fa ridere e non sortirà più che qualche convegno. Dobbiamo, noi anticlericali non credenti, allearci con gli anticlericali cattolici per eliminare definitivamente i detriti del cesaro-papismo.

    Lo Stato del Vaticano va abolito, al suo posto va riconosciuta la proprietà dei beni materiali e immateriali alla Chiesa Cattolica ma sotto l’eminent domain delle Stato italiano; nelle “sacre” (sic!!) mura vanno aperte tutte le brecce possibili.

 

venerdì 30 novembre 2012

Insegnare filosofia oggi

Riceviamo da vivalascuola

e volentieri pubblichiamo

di Giorgio Morale

Questa settimana vivalascuola propone un tema didattico che abbiamo rimandato da tempo: insegnare filosofia oggi.

http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/category/viva-la-scuola/

Punto di partenza delle testimonianze proposte un brano di un libro di Leone Parasporo: «Dobbiamo fare la stessa cosa che faceva Protagora: convincere i giovani che studiando la filosofia "si diventa ogni giorno migliori". Ma oggi, chi ti crede più? (...) I giovani ateniesi sapevano che Protagora non bluffava e che li avrebbe guidati per davvero verso il successo e il potere. Ma questi, guardali: che possono aspettarsi da noi? Niente… insegnare la filosofia, oggi, significa farsi complici del Grande Inganno».

   Da queste affermazioni prendono le mosse gli interventi di Giuseppe Panella, Bruno Milone, Nicola Fanizza, Guido Panseri, Alessandra Paganardi, Katia Tomarchio e Franco Toscani sull'insegnamento della filosofia oggi.

    Completano la puntata le notizie della settimana scolastica: una settimana che ha visto una straordinaria mobilitazione della scuola: riferiamo di candelotti lacrimogeni che cadono dai palazzi dei ministeri, delle pillole di sapere che ci propone il Miur, di nuovi tagli in programma, dell'iter della ex legge Aprea...

P.S.: È in preparazione la puntata prenatalizia di vivalascuola, che proporrà brevi recensioni di libri sulla scuola (romanzi, saggi, storia, attualità, ecc.) da consigliare: invito chi volesse contribuire con un proprio scritto a comunicarmelo a questo indirizzo, indicando il titolo del libro scelto.


“La catastrofe ha evitato il peggio!”

di Nino Cavaliere

Istituto Fernando Santi Napoli

La frase che mi sembra possa meglio rappresentare la situazione attuale in cui versa il nostro paese è quella detta da un antico saggio indiano, che di fronte all'ennesima esondazione del Gange, che aveva spazzato via i poveri villaggi sorti sulle sue rive, affermò: "La catastrofe ha evitato il peggio!" Il peggio a cui l'anziano si riferiva era l'epidemia di colera che serpeggiava da tempo tra le povere capanne di quei villaggi.

    Per molti, Monti rappresenta una catastrofe, e purtroppo per noi, i dati generali del nostro paese, al termine di un anno del suo Governo, sono una conferma di questa definizione. Tutti gli indicatori sono negativi e non ci sono, al momento, segnali che ci possano confortare per il futuro.

    Ma il peggio che abbiamo lasciato era un Presidente del Consiglio ricattabile da qualsiasi delinquente di strada, come gli ultimi avvenimenti confermano, poco considerato sul piano internazionale e dalle dubbie frequentazioni con capi di Stato di pochissima reputazione e scarsa considerazione politica, come il presidente di Panama, lo scomparso dittatore libico e Putin, discusso e potente leader russo.

    Il peggio è stata l'ubriacatura sociale e culturale che ha vissuto il nostro paese da quando il Cavaliere è sceso in campo ed ha portato il paese alla rottura della coesione nazionale.

    Il compito che tutti noi dobbiamo assolvere è quello di sconfiggere il peggio ed uscire dalla catastrofe. Dovremo superare il fallimento della politica liberista del centro destra e ricostruire una politica di sviluppo, che un commissario liquidatore come Monti non poteva e non potrà mai fare.

    Tutti coloro che immaginano una continuazione di Monti al Governo, dimostrano di preferire il paese sottoposto ad una recessione senza fine, con i conti sempre a posto, ma con un debito pubblico in lento, ma in costante aumento. L'Italia, non può consentirsi di vivere in una catastrofe continua, le alluvioni passano, per quanto possano essere drammatiche e per quanti danni possono aver provocato, per fortuna passano. Tutti noi siamo chiamati a ricostruire il nostro paese.

    Dovremo soprattutto immaginare una politica che dia nuovi obbiettivi ai cittadini, che non siano quelli del consumismo sfrenato e dell'illusione della ricchezza per tutti, prodotta da una finanza spregiudicata e senza alcun controllo,  senza fatica e senza lavoro produttivo.

    Occorre innanzi tutto non fare più confusione politica e culturale e confondere in questo modo i cittadini: non si combatte il liberismo con il liberalismo, ne si sconfigge il consumismo con il semplice  solidarismo cattolico! Bisogna affermare con forza che senza la giustizia sociale non è possibile nessuna crescita. Se non vengono messi al centro della nostra discussione politica i bisogni degli ultimi, non saremo in grado di far ripartire il nostro paese. Al centro della nostra iniziativa politica ci devono essere i giovani, le donne, i lavoratori, i disabili e gli anziani poveri, gli immigrati. Al liberismo sfrenato e corrotto di questi anni deve essere contrapposto una coerente azione sociale, che lavori per la coesione del paese, per il superamento di antagonismi anti storici tra Nord e Sud, che rimetta al centro la politica.

    Alle teorie liberiste bisogna contrapporre le idee e gli obiettivi di un socialismo democratico che in Europa si afferma come unico possibile strumento di ripresa economica e sociale.

    Per tutti coloro, che hanno sempre lottato per l'affermazione dei diritti, della libertà e per la democrazia, la politica significa soprattutto garantire sempre più ampi spazi di partecipazione democratica dei cittadini nella vita delle istituzioni, per assicurare a tutti che le scelte assunte siano le migliori possibili alla collettività.

    Uno dei ritornelli, della destra al Governo, maggiormente ripetuto era che la democrazia era depositata nel voto espresso dai cittadini che avevano assegnato la maggioranza a Berlusconi ed al suo schieramento e che doveva, quindi, governare senza impedimenti di sorta. Al massimo, la cultura liberale, imponeva la "trasparenza degli atti della politica", che spesso si traduceva in mera osservanza delle disposizioni amministrative.

    La trasparenza, spesso è stata confusa con una politica di comunicazione ossessiva, in cui conoscevamo tutto in tempo reale, senza mai avere l'impressione di capire veramente quello che avveniva. Ma soprattutto, non eravamo in grado di intervenire in nessun modo. La politica era ridotta a mera rappresentazione e noi tutti eravamo solo degli spettatori inermi, impossibilitati ad esprimere le nostre idee e le nostre posizioni.

    La partecipazione democratica dei cittadini è ben altra cosa, è innanzi tutto non sottoscrivere deleghe a tempo indeterminato agli eletti, perché uno degli elementi fondanti della politica è il controllo sugli atti di Governo. Da una parte partecipare alle scelte, dall'altra controllare l'attività dei rappresentanti liberamente eletti.

    La trasparenza è un atto dovuto, ma è il controllo democratico, che ne è rappresenta la logica conseguenza.

    Questi sono i principi previsti dalla nostra Costituzione, che devono e possono essere arricchiti dalle innovazioni che si dovessero rendere necessarie, con il cambiamento delle condizioni sociali del paese. Le primarie che domenica andremo a celebrare, rappresentano una innovazione politica, che nel corso di questi ultimi anni il centro sinistra italiano ha saputo costruire, attraverso molte perplessità, ripensamenti e difficoltà. Eppure, ogni volta che le primarie sono state fatte, hanno rappresentato un grande momento di coinvolgimento democratico dei cittadini, che hanno espresso il loro voto per un candidato, per un programma, per una coalizione.

    Questo sistema democratico e popolare, contraddistingue la sinistra italiana in questa fase tanto complessa che stiamo attraversando. Tutti siamo consapevoli, che non esistono ricette a tavolino per superare il peggio di questi ultimi anni, ma la garanzia che la strada sia quella giusta la può dare solo l'ampiezza del coinvolgimento dei cittadini alle scelte da fare. La prima garanzia del possibile successo della sinistra, per la ripresa economica, è la democrazia!  Le primarie del centro sinistra sono una innovazione politica importante, che vale molto di più di qualsiasi piazza telematica.

    E' questo il  modo che abbiamo scelto tutti insieme di praticare, che rappresenta il primo antidoto alla catastrofe che stiamo vivendo.  

    Noi ci apprestiamo a scegliere il nostro prossimo candidato alla guida del Governo dopo Monti e pensiamo che Pierluigi Bersani sia il candidato giusto da votare e da sostenere domenica prossima ed in primavera. Noi pensiamo che anche le catastrofi possano essere utili, se riusciamo ad immaginare come ricostruire in maniera più solida, più sicura il nostro futuro, il nostro possibile sviluppo.  Bersani è per sostenere le ragioni dell'unità del paese, dentro una Europa politica, più forte e meno ricattabile dalla finanza internazionale. Bersani, porta avanti un deciso programma di rilancio del lavoro, della occupazione e dello sviluppo del Sud, che noi riteniamo indispensabile ed indilazionabile. L'Istituto Fernando Santi di Napoli si è occupato per anni della emigrazione e della difesa e dei  diritti dei  lavoratori italiani all'estero, difendendo al tempo stesso la nostra cultura e le tradizioni del nostro paese. Pensavamo, alla fine degli anni 90, di dover abbandonare questa nostra missione, che ci aveva coinvolto in mille azioni ed interventi. Pensate, tra il 1951 ed il 1974, furono  ben 4 milioni e duecentomila i meridionali che lasciarono le nostre terre per andare a lavorare in Europa e nelle Regioni del nostro nord. Si arrivò a medie annuali spaventose, fino a duecentoquarantamila (240.000) all'anno. Pensavamo, che non avremmo rivisto più questa diaspora di meridionali, sparsi per il mondo a cercare un po' di lavoro e di dignità. Purtroppo, questo fenomeno è in grave ripresa, già oltre 200.000 giovani formati e preparati nelle nostre regioni meridionali, sono stati costretti, in questi ultimi tre anni , a lasciare i nostri territori.

    A discapito di tutte le dichiarazioni, fino ad ora non si notano provvedimenti per affrontare questo fenomeno che è al limite della emergenza sociale.

    Il lavoro ai giovani, alle donne, ai disabili è il principale obiettivo che vogliamo consegnare al nostro candidato Bersani, che voteremo con convinzione, perché ci coinvolgerà tutti in un grande percorso di riscatto sociale ed economico che ci faccia guardare con serenità al nostro futuro e ci faccia riprendere il nostro ruolo in Europa, con il rispetto che meritiamo, per la dignità che il nostro lavoro e la nostra cultura rappresentano.


Napoli, 23/11/2012


La Chiesa cattolica e il Cinquecentenario della Riforma protestante

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Mezzo millennio nel

segno della libertà

di  Fulvio Ferrario,

docente di teologia sistematica alla Facoltà valdese

Sembra stia diventando un chiodo fisso: il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell'unità dei cristiani, torna sul tema della Riforma o, più precisamente, della "divisione" che essa avrebbe determinato nel XVI secolo: "il teologo ed ecumenista Wolfhart Pannenberg afferma che la Riforma ha fallito e il risultato di questo fallimento sono state le sanguinose guerre di religione nel XVI e XVII secolo".

    Lutero aveva buone intenzioni, ma volerle unire alle "conseguenze terribili della Riforma nella stessa celebrazione festosa, mi sembra molto difficile". Responsabili del fallimento, tuttavia, sarebbero "entrambe le parti"; si potrebbe, dunque, commemorare insieme il Cinquecentenario della Riforma nel 2017 con una "celebrazione penitenziale comune nella quale riconosciamo insieme le nostre colpe". Mi permetto di dirlo con franchezza: un valdese italiano, che apprende da un esponente della curia romana che, ad esempio, la "soluzione finale" del problema protestante in Italia, tentata appunto tra XVI e XVII secolo, sarebbe una "conseguenza terribile della Riforma", ha qualche difficoltà a esprimere un commento sereno.

    Dopo aver tirato un profondo respiro, tuttavia, si può forse provare a ragionare pacatamente. Da qualche decennio, Lutero è diventato "buono". Che però esista, in Occidente, un altro modo di essere chiesa, questo no; e se c'è, non è tale "in senso proprio". Sentirselo dire, può non far piacere. In fondo però, che la chiesa della Controriforma la pensi così, non dovrebbe stupire; e che poi in questo contesto sia possibile citare un teologo luterano come Pannenberg, dispiace ancora di più, ma nemmeno questo meraviglia del tutto. Ma vediamo di entrare nel merito.

    In un certo senso, anzi, in più di uno, si può certo affermare che la Riforma abbia fallito. Ha fallito in quanto non è riuscita a rinnovare l'intera chiesa, a causa della reazione papale; ha fallito, soprattutto, come fallisce ogni impresa umana, anche la più santa e benedetta, in quanto comunque segnata dal peccato; la Riforma non ha riformato abbastanza e non ha sempre riformato bene; e la chiesa riformata secondo la Parola di Dio può riconoscere tali fallimenti, perché non soffre del delirio dell'infallibilità. Da questo punto di vista, la dimensione penitenziale non deve certo mancare nemmeno nel 2017: ogni trionfalismo sarebbe fuori luogo.

    Il contrario del trionfalismo, in questo caso, è un'immensa, infinita gratitudine. Gratitudine a Dio per il dono della Riforma: per il dono di una fede vissuta, per quanto indegnamente, nel segno della libertà; per il dono della Scrittura letta in una comunità di sorelle e di fratelli; per il dono dell'annuncio di un Dio sconsideratamente misericordioso, talmente misericordioso da voler trarre anche me dalla mia fogna di peccato; per il dono di una chiesa rinnovata, dove non ci si interroga sul "ruolo dei laici", ma nella quale i "laici" (e le laiche) sono la chiesa; per il dono di poter vivere l'etica nella responsabilità, sapendo di poter sbagliare, ma tentando appassionatamente di non farlo e rischiando vie nuove, anche a costo di scandalizzare i benpensanti (esistono precedenti autorevoli); per il dono di una teologia che può pensare e parlare con franchezza, senza l'incubo di un'occhiuta sorveglianza di polizia spirituale, che si arroga il monopolio di ciò che essa chiama "servizio alla verità"; per il dono di un ministero che anche le mie sorelle condividono, aiutandomi nel tentativo di uscire dalle pastoie di una mentalità maschilista che soffoca anche i maschi. E' probabilmente vero che il protestantesimo di questo inizio del XXI secolo attraversa una fase di grave difficoltà: la libertà dell'evangelo gli consente di riconoscerlo senza nascondersi in un gergo chiesastico e falsamente pio e anche di lasciarselo dire dalle gerarchie romane, lasciando tranquillamente aperta la questione se esse abbiamo o meno i titoli per farlo. Ma che oggi ancora esista una chiesa della Riforma, anzi, molte chiese diverse e in comunione (una realtà, questa, che il card. Koch e altri con lui faticano a comprendere e che per questo rimuovono), questo è un dono grande, che si può ricevere solo con commozione e passione di fede, e che cambia la vita, riempiendola di gioia.

    Per questo io spero che le chiese protestanti di tutto il mondo sappiano ricordare il quinto centenario della Riforma della chiesa secondo la parola di Dio, nel 2017. Mi si dice che molti ambienti evangelici tengono parecchio a che ciò accada insieme alla chiesa di Roma. Sarebbe bello, io credo, se si potesse, insieme, rendere grazie dal profondo dell'anima al Dio che ha riformato la chiesa aprendole un futuro che milioni di donne e uomini hanno vissuto e possono vivere con passione grande. Non sono sicuro, leggendo le reiterate affermazioni del card. Koch, che lo spirito delle gerarchie romane sia esattamente questo. In tal caso, la gratitudine per la Riforma potrà essere solo la nostra. Senza polemica, senza astio, senza rivendicare, contro altri, alcuna "pienezza" protestante "dei mezzi di grazia". Ricorderemo la Riforma senza celebrarla: essa, infatti, voleva celebrare Cristo soltanto. (nev-notizie evangeliche 47/12)