mercoledì 4 aprile 2012

151 - Un divo un po' troppo innocente

Pubblichiamo la prefazione di Gian Carlo Caselli al libro L'innocenza di Giulio di Giulio Cavalli, Chiarelettere, Milano 2012.

 

di Gian Carlo Caselli

 

Lo ammetto. Sono un mostro. Nel senso latino di monstrum: un essere fuori dell'ordine naturale. Eh sì, perché sono l'unico giudice in Italia (credo al mondo) che può «vantare» una legge scritta apposta per lui, contro di lui. Nel paese delle leggi ad personam, che hanno inquinato il sistema violando i principi fondamentali dell'ordinamento e la stessa regola di «buona fede legislativa», troviamo – tanto per non farci mancare nulla – anche una legge «contra personam», scritta apposta per impedirmi di partecipare alla nomina del nuovo procuratore nazionale antimafia dopo che Piero Luigi Vigna era scaduto dall'incarico.

    Perché tutta questa attenzione? Detto e ripetuto pubblicamente da fior (si fa per dire) di uomini politici: dovevo pagare il processo al senatore Andreotti perché, come capo della Procura di Palermo – dove avevo chiesto di essere mandato dopo le stragi Falcone e Borsellino – avevo osato indagare e poi processare il Divo Giulio. La legge «contra personam» sarà poi dichiarata incostituzionale e cassata dal nostro ordinamento, ma frattanto i giochi erano ormai irreversibilmente fatti: io (il mostro) estromesso dal concorso, senza che nessuno trovasse nulla da ridire, né chi si vedeva tolto dai piedi un concorrente, né il Csm che aveva accettato disinvoltamente di concludere una procedura inquinata da un cambiamento delle regole a partita aperta e ormai quasi conclusa.

    Peccato che da «pagare», per il processo Andreotti, non ci fosse un bel niente. Al contrario, la conclusione del processo dà sostanzialmente ragione all'accusa, che perciò non ha nulla da farsi perdonare, anzi. Vero è che la stragrande maggioranza dei cittadini italiani è convinta (in perfetta buona fede, perché questo le è stato fatto credere con l'inganno) che Andreotti sia innocente. Di più: vittima di una persecuzione che lo ha costretto a un doloroso calvario di una decina d'anni per l'accanimento giustizialista di un manipolo di manigoldi. Ma la realtà vera è ben diversa, come anche questo lavoro di Giulio Cavalli facilmente dimostra.

    Per parte mia, cosa dire di più? Può essere utile una breve storia del processo. In primo grado l'imputato Andreotti viene effettivamente assolto. Di fatto per insufficienza di prove, ma assolto. Contro l'assoluzione ricorrono la Procura della repubblica e la Procura generale. La Corte d'appello di Palermo riforma la sentenza del tribunale. L'imputato è dichiarato responsabile del delitto di associazione a delinquere con Cosa nostra per averlo «commesso» (sic) fino al 1980; il delitto è commesso ma prescritto, e solo per questo motivo all'affermazione di colpevolezza non segue la condanna. Dopo il 1980 la Corte conferma l'assoluzione.

    Contro la sentenza d'appello ricorre in Cassazione l'accusa, perché vuole che la colpevolezza sia riconosciuta anche dopo il 1980. Ma in Cassazione (attenzione!) ricorre anche la difesa. È la prova provata che fino al 1980 non c'è stata assoluzione. Non esiste al mondo, infatti, che l'imputato assolto ricorra contro se stesso. Se lo fa, è per ottenere un'assoluzione vera (non spacciata come tale in favore di telecamere urlando «E vai!»). Ora, poiché la Suprema corte ha confermato definitivamente e irrevocabilmente la sentenza d'appello, è semplicemente falso sostenere che Andreotti è stato assolto. Fino al 1980 è stata provata la sua responsabilità per il delitto – ripeto – di associazione a delinquere con Cosa nostra. Fatti gravissimi, meticolosamente elencati e provati per pagine e pagine di motivazione, sfociano nel dispositivo finale. Dimenticavo: ricorrendo in Cassazione l'imputato avrebbe potuto rinunciare alla prescrizione, ma si è ben guardato dal farlo. Forse perché troppo... innocente.

 

La sentenza che pochi hanno letto - Andiamo a rileggere l'ultima pagina della sentenza della Corte d'appello di Palermo del 2 maggio 2003 (poi confermata in Cassazione) che, a quanto pare, in pochissimi hanno letto e moltissimi non hanno mai voluto o potuto conoscere.

    I fatti che la Corte ha ritenuto provati in relazione al periodo precedente la primavera '80 dicono che il sen. Andreotti ha avuto piena consapevolezza che i suoi sodali siciliani intrattenevano amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi; ha quindi coltivato, a sua volta, amichevoli relazioni con gli stessi boss; ha palesato agli stessi una disponibilità non meramente fittizia, ancorché non necessariamente seguita da concreti, consistenti interventi agevolativi; ha loro chiesto favori; li ha incontrati; ha interagito con essi; ha loro indicato il comportamento da tenere in relazione alla delicatissima questione Mattarella, sia pure senza riuscire, in definitiva, a ottenere che le stesse indicazioni venissero seguite; ha indotto i medesimi a fidarsi di lui e a parlargli anche di fatti gravissimi (come l'assassinio del presidente Mattarella) nella sicura consapevolezza di non correre il rischio di essere denunziati; ha omesso di denunziare le loro responsabilità, in particolare in relazione all'omicidio del presidente Mattarella, malgrado potesse al riguardo offrire utilissimi elementi di conoscenza. [...] Dovendo esprimere una valutazione giuridica sugli stessi fatti, la Corte ritiene che essi non possano interpretarsi come una semplice manifestazione di un comportamento solo moralmente scorretto e di una vicinanza penalmente irrilevante, ma indicano una vera e propria partecipazione all'associazione mafiosa apprezzabilmente protrattasi nel tempo. [...] Si deve concludere che ricorrono le condizioni per ribaltare, sia pure nei limiti del periodo in considerazione [cioè prima della primavera del 1980, nda], il giudizio negativo espresso dal tribunale in ordine alla sussistenza del reato e che, conseguentemente, siano nel merito fondate le censure dei pubblici ministeri appellanti. Non resta, allora, che [...] emettere, pertanto, la statuizione di non luogo a procedere per essere il reato concretamente ravvisabile a carico del sen. Andreotti estinto per prescrizione.

    All'università insegnavano (e forse ancora si insegna) che la pronuncia di Cassazione «facit de albo nigrum... aequat quadrata rotundis». Latino facile, evidentemente ignorato dai commentatori della sentenza Andreotti. Eppure, che le parole sono pietre e quelle della Cassazione addirittura macigni lo sanno tutti. Persino... er Monnezza. Mi riferisco a uno dei polizieschi anni Settanta interpretati da Tomas Milian. Per convincere un amico, il maresciallo Giraldi urla: «Aò, quello che te sto a di' è Cassazione!». Come a dire, non puoi dubitarne. Evidentemente ciò che vale per er Monnezza non vale per il resto del nostro paese.

    Dunque «è Cassazione» il fatto che, per un congruo periodo di tempo, il senatore Andreotti è stato colluso con Cosa nostra. Questa verità dovrebbe rimanere scolpita nella memoria del paese, specialmente se parliamo di una persona che per sette volte è stata presidente del Consiglio e per ventidue volte ministro. E invece no. Queste parole sono state sapientemente esorcizzate, stravolte, cancellate. Le sentenze (emesse in nome del popolo italiano) vanno motivate affinché il popolo possa sapere per quali motivi appunto si viene assolti o condannati, ma anche perché il popolo possa conoscere i fatti che stanno alla base dei motivi per cui una persona è chiamata a rispondere di determinate azioni di fronte a un tribunale. Qui il popolo è stato truffato.

    Dalla motivazione di tutte le sentenze – anche da quella di primo grado, che assolve per insufficienza di prove – emerge una realtà sconvolgente: scambi di favori e, soprattutto, riunioni (per discutere di fatti criminali gravissimi) con capimafia del calibro di Stefano Bontate, provate dalle veridiche dichiarazioni di Francesco Marino Mannoia, testimone oculare di uno di questi incontri. Realtà sconvolgenti, consacrate (ribadisco) da una sentenza passata in giudicato.

    Sarebbe lecito – almeno – attendersi riflessioni, dibattiti, confronti, analisi. Sarebbe opportuno chiedersi cosa mai sia successo davvero in quella stagione. Su che cosa si sia basato, almeno in parte, il meccanismo del consenso nel nostro paese. Niente di tutto questo. Tutto è stato cancellato, nascosto.

    Se ne è parlato soltanto per stravolgere i fatti, da parte di tutti: autorevoli leader politici, illustri opinion maker, finanche vertici istituzionali. Dopo la cosiddetta «assoluzione» è stata una corsa alle telefonate di congratulazioni, alle pubbliche e stucchevoli attestazioni di stima. Il massimo dell'impudenza lo raggiunge il presidente della Commissione parlamentare antimafia Roberto Centaro che – all'indomani della sentenza della Corte d'appello – dichiara pubblicamente: «Il grande dibattito mediatico, che si è sovrapposto e ha sostituito il processo, ha seguito i ritmi dell'"analisi politica" (già sperimentata per la valutazione delle responsabilità per le stragi del 1992 e del 1993), pervenendo a un tentativo di condanna, o di attribuzione di mafiosità malamente sbugiardato [corsivo mio, nda] dalle pronunce giurisdizionali. Ciò ha comportato, comunque, l'insinuarsi di ombre e veleni. L'unico risultato è stata una crescente confusione nei cittadini e un senso di sfiducia nelle istituzioni, a fronte di affermazioni perentorie poi rivelatesi infondate in corso d'opera». Centaro ha visto un altro processo, vive in un altro mondo.

 

La verità negata - La verità è fatta a brandelli. E la sinistra non è stata da meno. Una forza politica che ha sempre fatto della «questione morale» un punto (apparentemente) fondante, non dico che della vicenda dovesse farne una bandiera, ma quanto meno discuterne. Invece l'ha a dir poco rimossa. Anna Finocchiaro, ad esempio, ha liquidato come «inutile perdita di tempo la discussione sulle vicissitudini giudiziarie del senatore Andreotti».

    Clemente Mastella, ineffabile ministro della Giustizia, ha dichiarato che «invece di parlare della sentenza di Palermo, ad Andreotti bisognerebbe fare un monumento». In questo Mastella è stato ampiamente soddisfatto. Sulla vicenda processuale si è innestato un processo di santificazione mediatica con la sapiente e sottile tessitura dello stesso Andreotti. Grazie alla connivenza di molta politica e di molta informazione egli è riuscito a far passare in secondo piano i gravi fatti evidenziati dal processo, fino a cancellarli.

    Ha esibito se stesso in mille circostanze su un'infinità di media, cerimonie e manifestazioni, rivitalizzando così il profilo di un grande statista di prestigio internazionale, apprezzato da molti (Vaticano in primis). Fino a sfiorare la nomina alla presidenza del Senato, dopo essere stato designato per rappresentare l'Italia ai funerali di Boris Eltsin. Senza disdegnare, nel contempo, incursioni da star nel mondo della pubblicità, facendo il testimonial della famiglia per la Chiesa cattolica o prestandosi, al fianco di una procace attrice, a promuovere una marca di cellulari.

    Il risultato è stato una sorta di dilagante giudizio parallelo, nel quale il senatore ha cercato – riuscendoci – di offrire di sé un'immagine di altissimo profilo incompatibile con le bassezze processuali rimestate da piccoli giudici. Anzi – verrebbe da dire – dentro le quali grufolavano piccoli giudici. Una strategia che ha pagato, perché ha trovato un'infinità di sponde, che hanno stravolto la verità, massacrando la logica e il buon senso.

    Con una conseguenza che va ben oltre il perimetro del processo Andreotti. Parlare di assoluzione, anche a fronte delle gravissime responsabilità provate fino al 1980, non è solo uno strafalcione tecnico. Significa in realtà legittimare (per il passato, ma pure per il presente e il futuro) una politica che contempla anche rapporti organici con il malaffare, persino mafioso. Per poi stracciarsi le vesti se non si riesce – oibò! – a sconfiggere la mafia. Lo ha sottolineato il corrispondente dell'«Economist» David Lane in un'intervista rilasciata al «Venerdì di Repubblica»: premesso che «i politici e i media hanno raccontato un'altra storia, come se la Suprema corte avesse detto che [Andreotti] era innocente», Lane si chiede che cosa questo fatto comporti «sulla determinazione nella lotta al crimine», e risponde che si tratta di «un messaggio chiaro, che piace ai mafiosi».
Ovviamente non è con messaggi di questo tipo che si vince la guerra alla mafia.

    L'intelligente ironia di Giulio Cavalli, dunque, ci offre non solo preziosi elementi di conoscenza di una verità dolosamente nascosta. È anche un antidoto potente contro una patologia che affligge pesantemente il nostro paese: la perdita di memoria che sconfina nell'amnesia, l'irresponsabile sottovalutazione del pericolo che si corre quando si occulta il passato. In sostanza, una mancanza continuativa di coscienza etica, fino all'eclissi della questione morale.

giovedì 29 marzo 2012

Dove la storia incontra il mito

Il Coopi di Zurigo su Rete Uno

 

Svizzera che vai è il magazine radiofonico di "Rete Uno" dedicato ai temi della società del costume, delle idee e delle personalità oggi presenti e attive nella Confederazione. Il giornalista ticinese Rolf Schuerch, che cura questa popolarissima trasmissione del venerdì sera, ha dedicato alla Società Cooperativa Italiana Zurigo, giunta al suo 107° anno, la puntata del 23 marzo scorso, che reca come tema e titolo "La Società Cooperativa di Zurigo... Dove la storia incontra il mito".

 

La Società Cooperativa italiana di Zurigo, sede storica del Centro Estero socialista e dell'editrice L'Avvenire dei lavoratori, ha più di un secolo di vita. È stata fondata nel 1905 da un gruppo di lavoratori socialisti italiani come luogo di resistenza politica e sociale e centro di attività editoriale. Il Coopi è legato tra gli altri a nomi come Serrati, Lenin, Turati, Balabanoff, Matteotti, Canevascini e Silone. A questi, nel secondo Dopoguerra si sono aggiunti tra gli altri il leader sindacale Ezio Canonica e l'artista Mario Comensoli.

 

Sulla storia e le prospettive della Società Cooperativa Italiana Zurigo il giornalista ticinese Rolf Schuerch ha intervistato Andrea Ermano, presidente del Coopi e direttore dell'ADL (Vai al clip audio).

    Il commento musicale scelto per l'intervista a Ermano è tratto da "Sorriso Amaro", concerto e CD di Dodo Hug ed Efisio Contini che hanno rivisitato indimenticabili canzoni di lavoro e di autore, tra cui "Deportee" di Woody Guthrie.

 

Sorriso amaro di Dodo Hug ed Efisio Contini su Youtube >

> Deportee (Di Usgschaffte/Traghetti)

> La mia mamma voel ch'i fila

> Nina ti te ricordi

> Sorriso Amaro

giovedì 22 marzo 2012

Il Coopi di Zurigo al 107° anno di attività

Centosette anni

 

Il 2012 è l'anno internazionale della Cooperazione e la Società Cooperativa Italiana Zurigo, sede storica del Centro Estero socialista e dell'editrice L'Avvenire dei lavoratori, ha compiuto centosette anni d'attività.  

 

ZURIGO, 18.3.2012 - È stata fondata il 18 marzo del 1905 dalle tre sezioni socialiste italiane di Zurigo ("Aussersihl", "Oberstrass" e "Riesbach") rappresentate da Domenico Armuzzi, Alessandro Biagini, Enrico Dezza, Francesco Lezzi e Amilcare Malpeli.

    La Società Cooperativa Italiana Zurigo, sede storica del Centro Estero socialista e dell'editrice L'Avvenire dei lavoratori, ha svolto un ruolo non del tutto trascurabile nelle vicende politico-sociali del Novecento, dall'organizzazione germinale degli operai emigrati al sostegno ad Angelica Balabanoff e Vladimir Ilic Lenin nel movimento di Zimmerwald contro la prima guerra mondiale alla rottura con i comunisti filo-sovietici nel 1921, dall'organizzazione della lotta contro il fascismo da Guadalayara alla Val d'Ossola, in Italia e in Spagna, alla lotta contro il razzismo e la xenofobia nel secondo Dopoguerra.

    Il tradizionale incontro conviviale si è svolto quest'anno in onore del presidente emerito, Sandro Simonitto, che per parte sua ha tagliato il traguardo dei settant'anni. Simonitto – giunto in Svizzera nel 1961 – si era ben presto conquistato un ruolo di rilievo nella Federazione Socialista Italiana in Svizzera (FSIS) come pure nel movimento sindacale. Due volte segretario politico della FSIS, ha guidato le sezioni cantonali a Basilea, San Gallo e in Argovia, dove è stato eletto presidente del ComItEs per due mandati. Attualmente vive da "doppio cittadino" tra l'Italia e la "sua" Lenzburg, città in cui è stato anche consigliere comunale per il Partito Socialista.

 

Sandro Simonitto è tuttora attivo nella direzione della FSIS e della Società Cooperativa come pure nel Comitato XXV Aprile. Il presidente del Coopi, Dr. Andrea Ermano, ha salutato il festeggiato con "un brindisi domenicale, che certo non è un commiato. Perché domani ricomincia il lavoro portato avanti insieme in questi undici anni, fianco a fianco, alla salvaguardia di un patrimonio storico e ideale di tutta l'emigrazione italiana organizzata", ha concluso Ermano, ricordando "la fermezza, la lealtà e la coerenza di Sandro Simonitto anche nei momenti più difficili".

    All'incontro hanno preso parte, tra gli altri, due decani del giornalismo ticinese come Mario Barino, presidente della Fondazione Mario ed Hélène Comensoli, e Renzo Balmelli, già direttore del TG della Televisione della Svizzera Italiana e commentatore dell'ADL con la rubrica "Spigolature". Erano inoltre presenti il Dr. Sandro Pedroli, staffetta partigiana in Piemonte, "medico degli italiani" e presidente emerito del Comitato XXV Aprile; il suo successore Salvatore Di Concilio, consigliere comunale socialista a Zurigo; il segretario politico della FSIS, Maurizio Montana; i membri del comitato direttivo Maria Ermano-Satta e Francesco Papagni; l'ing. Elemer Ujpetery rappresentante di un folto gruppo di amici e simpatizzanti del Coopi.

mercoledì 14 marzo 2012

Italia scombinata

La buon'anima di quel grande vecchio, nonché gran galantuomo, di Gaetano Salvemini aveva definito il nostro Paese: Italia scombinata. In parte è vero, ma non sempre è stato così; però, se vediamo lo scenario, invero tanto agitato quanto grigio e triste, della politica che giorno dopo giorno si svolge sotto i nostri occhi, non possiamo non riconoscere qualche serio motivo a sostegno della definizione salveminiana.
di Paolo Bagnoli
Tutto oramai è dentro una specie di bolla magica frutto dell'euforia per Mario Monti cui segue, inevitabilmente, il richiamo all'Europa che, da vecchi europeisti, oggi non sappiamo cosa sia. Ma basta al presidente del consiglio dire che lo chiede l'Europa che tutto sembra trovare ragione. A nessuno viene in mente che, al di là del fatto contabile generale del continente – questione certo di non poca rilevanza – una politica che può definirsi europea non c'è poiché non c'è l'Europa politica e "fare i compiti" su commissione è come studiare in collegio ove i canoni sono diversi da quelli dell'ambito pubblico.
L'Italia è scombinata perché non ha il senso della misura; ma l'esserlo in presenza della politica è un conto, senza, un altro, come ci dimostra il quadro istituzionale, con un governo che soffre il confronto sociale, fa dichiarazioni di arroganza sulla validità delle proprie intenzioni, un Parlamento silente, le apicalità della Repubblica che vanno oltre il cantare fuori dal coro, ma fanno un loro coro solitario e partiti che abusano di questa definizione.
Un tale scenario fa emergere taluni dei mali atavici della nazione: il ricorso all'uomo che risolve e il richiamo alla virtuosità che è sempre esterna. Ciò significa, in altri termini, rinuncia alla politica quale azione collettiva e ritenere che gli atteggiamenti virtuosi li possiamo trovare da soli senza, tirare sempre in ballo, amò di donna dello schermo di dantesca memoria, l'Europa sulla quale pesa la negativa ipoteca della cancelliera tedesca.
In tale contesto si inserisce tutto il resto: i fremiti di Bersani, le dichiarazioni di Berlusconi, le narrazioni di Vendola, il futuro possibile di Monti e quant'altro, come si dice oggi con un'espressione di pessimo gusto, ma è come fare la lepre in salmì senza la lepre visto che la politica non c'è. L'azione di Monti e il sostegno che gli viene profuso al di là di ogni ragionevole umana misura – peccato che la definizione di "uomo della Provvidenza" non possa essere più usata mentre, per la Fornero, quella di "donna della Previdenza" lo potrebbe, considerato che la prima attenzione, si fa per dire, è stata rivolta ai pensionati per giungere, poi, alla "flessibilità in entrata" ossia alla conquista del diritto al licenziamento appena si prospetta l'arrivo dell'agognato posto stabile – avrà una preminente ragione contabile, i dati positivi dello spread lo confermano, ma non quella di rigenerare un minimo di tessuto politico dopo venti anni di un bipolarismo che ha fatto più danni del cavallo di Attila. Il ricorrente richiamo all'Europa, inoltre, altro non è se non il paravento della politica che non c'è. Tuttavia, ricorrendovi, la destra neo-liberalista attua una riforma tacheriana al posto della sempre tanto invocata "rivoluzione liberale"senza sapere a cosa ci si riferiva e mancando, di conseguenza, pure di rispetto ad uno degli italiani che hanno più onorato l'Italia: vale a dire Piero Gobetti cui l'espressione appartiene.
I partiti, dal canto loro, sembrano il coro mugolato della Butterflay e, dai due maggiori , non viene quello che dovrebbe venire. Gli altri curano la bottega loro. Siamo in un realistico – e quindi contraddittorio – pensiero ipotetico del terzo tipo. Basta vedere il recente congresso del Pdl che si svolge addirittura senza mozioni o documenti di indirizzo lasciando a gruppi territoriali l'un contro l'altro armati il campo dell'affermazione in un quadro di numerosissime situazioni gestite da "commissari", tanto da pensare che ce ne siano più a disposizione di Berlusconi di quanti ne abbia il ministro Cancellieri!
Intanto i giorni passano, la ripresa non c'è, la politica latita, le liberalizzioni come tali sono una farsa essendo solo l'affermazione del principio di legittimità per la destrutturazione sociale, il Paese è più povero e la condizione funzionale delle grandi reti che si giustificano per il servizio al pubblico sempre più in ritardo: ferrovie, autostrade, sanità, poste ove se fai un vaglia ti senti chiedere se vuoi un "gratta e vinci", ma potremmo continuare, sono una parte dello specchio generale; perché, per esempio, in merito a tali settori di Europa non si parla mai? La stessa questione della Val Susa, non entrando nel merito della ragione o del torto, una cosa la dice, e da tempo: che non solo la politica non ha autorevolezza, ma che sedicenti partiti cui è estranea la gente, come avviene oggi, non hanno più alcun mandato di ruolo nel governo reale ed effettuale delle questioni. Così, saltando il filo connettivo della politica democratica, è normale che le tessere del puzzle vadano ognuna per conto loro.
Gli uomini della Provvidenza, di solito, finiscono nel buco nero della storia e le illusioni sono come i sogni, l'alba se li porta via con sé.
Se si deve parlare di ragioneria dello Stato facciamolo, siano presi i provvedimenti dovuti - magari più equi rispetto a quelli adottati - ma non sono certo le dichiarazioni tattiche con evidente intenzione mediatica le ricette per la ripresa nazionale. Essa, infatti, pone una questione morale che non è quella agitata da Di Pietro, un misto di dannunzianesimo e futurismo intellettuale che, però, gli porta frutti a sinistra.
Qui è in gioco il Paese nel suo essere profondo, quello riguardante la sua conformazione valoriale; la natura della sua politica democratica dipende da ciò e il vivere dello "spirito della Repubblica", quale legge non scritta che ci motiva tutti.
E' da qui che bisognerebbe ripartire, ma il treno è fermo e la biglietteria della stazione chiusa. Seguitando così, alla fine, la stazione chiuderà del tutto e il treno lasciato lì, abbandonato su binari morti. E' notorio, infatti, che la Provvidenza si occupa di tante cose, ma, almeno in Italia, non certo di questioni ferroviarie. .
Riconosciamolo: rispetto allo sconbinamento denunciato da Salvemini mai il vecchio professore pugliese avrebbe potuto immaginare tanto.

mercoledì 7 marzo 2012

Ascoltate la Val Susa

L'appello

 

L'appello promosso da don Ciotti e Livio Pepino e sottoscritto da docenti universitari e giuristi (Mattei, Revelli, Palombarini), sindaci (Emiliano, De Magistris), dirigenti dell'associazionismo (Beni, Cogliati Dezza, don Zappolin)

 

La situazione di tensione in Val Susa ha raggiunto e superato il livello di guardia. La contrapposizione muscolare di questi mesi degenera in episodi di violenza e di esasperazione che stanno provocando danni incalcolabili nel fisico delle persone, nella coesione sociale, nella fiducia verso le istituzioni, nella vita e nella economia dell'intera valle. Ad esserne coinvolti sono, in diversa misura, tutti coloro che stanno sul territorio: manifestanti e attivisti, forze dell'ordine, popolazione.

    I problemi posti dal progetto di costruzione della linea ferroviaria ad alta capacità Torino-Lione non si risolvono con lanci di pietre e con comportamenti violenti. Da queste forme di violenza occorre prendere le distanze senza ambiguità. Ma non ci si può fermare qui. Non basta deprecare la violenza se non si fa nulla per evitarla o, addirittura, si eccitano gli animi con comportamenti irresponsabili (come gli insulti rivolti a chi compie gesti dimostrativi non violenti) o riducendo la protesta della valle - di tante donne e tanti uomini, giovani e vecchi del tutto estranei ad ogni forma di violenza - a questione di ordine pubblico da delegare alle forze dell'ordine.

    La contrapposizione e il conflitto possono essere superati solo da una politica intelligente, lungimirante e coraggiosa. La costruzione della linea ferroviaria (e delle opere ad essa funzionali) è una questione non solo locale e riguarda il nostro modello di sviluppo e la partecipazione democratica ai processi decisionali. Per questo è necessario riaprire quel dialogo che gli amministratori locali continuano vanamente a chiedere. Oggi è ancora possibile. Domani forse no.

    Per questo rivolgiamo un invito pressante alla politica e alle autorità di governo ad avere responsabilità e coraggio. Si cominci col ricevere gli amministratori locali e con l'ascoltare le loro ragioni senza riserve mentali. Il dialogo non può essere semplice apparenza e non può trincerarsi dietro decisioni indiscutibili ché, altrimenti, non è dialogo. La decisione di costruire la linea ad alta capacità è stata presa oltre vent'anni fa. In questo periodo tutto è cambiato: sul piano delle conoscenze dei danni ambientali, nella situazione economica, nelle politiche dei trasporti, nelle prospettive dello sviluppo. I lavori per il tunnel preparatorio non sono ancora iniziati, come dice la stessa società costruttrice. E non è vero che a livello sovranazionale è già tutto deciso e che l'opera è ormai inevitabile. L'Unione europea ha riaperto la questione dei fondi, dei progetti e delle priorità rispetto alle Reti transeuropee ed è impegnata in un processo legislativo che finirà solo fra un anno e mezzo. Lo stesso Accordo intergovernativo fra la Francia e l'Italia sarà ratificato solo quando sarà conosciuto l'intervento finanziario della UE, quindi fra parecchi mesi. E anche i lavori sulla tratta francese non sono iniziati né prossimi.

    Dunque aprire un tavolo di confronto reale su opportunità, praticabilità e costi dell'opera e sulle eventuali alternative non provocherebbe alcun ritardo né alcuna marcia indietro pregiudiziale. Sarebbe, al contrario, un atto di responsabilità e di intelligenza politica. Un tavolo pubblico, con la partecipazione di esperti nazionali e internazionali, da convocare nello spazio di un mese, è nell'interesse di tutti. Perché tutti abbiamo bisogno di capire per decidere di conseguenza, confermando o modificando la scelta effettuata in condizioni del tutto diverse da quelle attuali.

    Un Governo di "tecnici" non può avere paura dello studio, dell'approfondimento, della scienza. Numerose scelte precedenti sono state accantonate (da quelle relative al ponte sullo stretto a quelle concernenti la candidatura per le Olimpiadi). Noi oggi chiediamo molto meno. Chiediamo di approfondire i problemi, di non deludere tanta parte del Paese, di dimostrare con i fatti che l'interesse pubblico viene prima di quello dei poteri forti. Lo chiediamo con forza e con urgenza, prima che la situazione precipiti ulteriormente.