lunedì 7 settembre 2015

110mo anno del Cooperativo

Matinée il 13 settembre a Zurigo

Al Cooperativo – St. Jakobstrasse 6

Il Coopi di Zurigo, storico locale dell’emigrazione socialista compie 110 anni e promuove una matinée dedicata alla musica, alla letteratura e alla riflessione politica.

Due attori di talento – Egon Fässler ed Enzo Scanzi – interpreteranno, in italiano e in tedesco, un’intensa antologia tratta da Nonna Adele, grande romanzo di Ettore Cella-Dezza ambientato nella Zurigo del Cooperativo durante i primi decenni del XX secolo.

Il quartetto d’archi Weshalb Forellen – formato da Mario Huter (Violino), Monika Camenzind (Violino), Nicole Hitz (Viola) e Martin Birnstiel, (Violoncello) – eseguirà variazioni su motivi della tradizione popolare italiana con incursioni nel mondo del tango argentino: imperdibile!

Nello spirito pacifista della Conferenza di Zimmerwald (che proprio cento anni fa ebbe il Coopi e la “cooperatrice” Angelica Balabanoff tra i suoi promotori) interverranno per un indirizzo di saluto Esther Maurer, Luciano Ferrari e Felice Besostri, offrendo elementi di riflessione sul complesso momento politico attuale.

Esther Maurer, municipale emerita di Zurigo, è coordinatrice nazionale di SolidarSuisse, organizzazione no profit attiva in 14 paesi con cinquanta progetti finalizzati a promuovere l’aiuto umanitario, la dignità del lavoro e una vasta partecipazione democratica.

Luciano Ferrari ha diretto per lunghi anni la redazione internazionale del Tages Anzeiger, il maggiore quotidiano elvetico; è segretario generale vicario e coordinatore politico della segreteria nazionale del Partito Socialista Svizzero.

Felice Besostri, giurista costituzionalista ed esperto di politica internazionale, è Presidente della Rete Socialista per il Socialismo Europeo, già Senatore della Repubblica e membro del Consiglio d’Europa nonché presidente dell’Assemblea Parlamentare della Iniziativa Centro Europea.

L’incontro, aperto al pubblico, avrà luogo domenica 13 settembre 2015, dalle ore 10.15, nella sala da pranzo del Ristorante Cooperativo tra gli splendidi capolavori di Mario Comensoli.

> Cooperativo – St. Jakobstrasse 6 – 8004 Zürich

Alle ore 12.30 sarà offerto un buffet.

mercoledì 24 giugno 2015

E il ragazzo va…

Segnalazione

 

Il bel film La scuola è finita, di Valerio Jalongo, con Valeria Golino, Vincenzo Amato e Fulvio Forti è fruibile in questi giorni su Rai Cinema Channel (vai al sito)

 

È fruibile in questi giorni su Rai Cinema Channel "La scuola è finita", film del 2010 di Valerio Jalongo, ambientato nella periferia romana, con baricentro in un istituto superiore molto degradato dove le forze dell'ordine passano di tanto in tanto col cane poliziotto a caccia di giovani spacciatori.

    Durante una di queste ronde diurne l'animale si butta sull'insegnante di lettere. Il quale non viene perquisito per intercessione della preside (Paola Pace). L'insegnante si chiama Aldo Talarico (Vincenzo Amato). Sua moglie, stufissima, è Daria Quarenghi (Valeria Golino) e sta divorziando da lui. Entrambi insegnano in quella scuola, intitolata a Johann Heinrich Pestalozzi, grande pedagogo illuminista svizzero del Settecento.

    A un certo punto l'edificio scolastico, che si trova in uno stato di incredibile fatiscenza, viene invaso da masse studentesche in vena di neo-luddismo. Segue distruzione vandalica di documenti e materiali didattici vari e financo di pezzi di muri...

    E però, e però… questi ragazzi organizzano anche un concerto oggettivamente ben riuscito. Durante il quale concerto tutti si entusiasmano per l'allievo Alex Donadei (Fulvio Forti), uno che di solito vende pasticche ed è sempre sballato.

    Ma la sera del concerto Alex suona splendidamente, grazie a un suo talento naturale, grazie alla grandissima incazzatura che si porta dentro, e anche grazie all'incoraggiamento minuzioso e implacabile del suo professore di lettere, il già citato Aldo.

    Comunque Alex ogni tanto esagera. Una volta, in preda alle pasticche, crede persino di poter volare. E, infatti, eccolo sul bordo vertiginoso del cortile interno della scuola mentre raggiunge barcollando l'ultimo piano dell'edificio nel panico nero di tutti.

    Si butta nel vuoto. Il film inizia qui. Con un tuffo al cuore.

 

Ma Alex è un ragazzo fortunato. In mezzo al cortile cresce un frondoso ippocastano, sul cui fogliame si suppone sia planato questo giovane demente in preda alle allucinazioni. Fatto sta che ne esce miracolosamente illeso e ce lo ritroviamo poco dopo a casa, a cavillare con la madre (Antonella Ponziani). Della quale odia il nuovo convivente (Gianluca Belardi). Con cui ingaggia una confusa colluttazione e poi fugge di casa. Sa benissimo che la sua sorte scolastica è segnata. Ma lui ormai pensa all'Australia. La mitica Australia! Dove vive il suo vero padre, che di tanto in tanto gli scrive mail e cartoline abbastanza affettuose.

    In realtà, il padre è un ex tossicodipendente. Adesso sembra in tutto e per tutto a un bravo signore sulla cinquantina. Lavora all'aeroporto di Fiumicino. È stata la madre ad averlo "diaframmato" dal figlio e ad avere simulato una corrispondenza posticcia. Ma dopo la colluttazione e la fuga di Alex la donna non ne può più di tutta questa menzogna e si reca perciò dalla professoressa implorandola di voler lei portare Alex a conoscere il padre: "Io non potrei. Non ho coraggio".

    Segue scena dell'incontro con il padre all'Aeroporto di Roma. La delusione di Alex non potrebbe essere più cocente. Salvare uno come Alex appare ormai inutile, oltre che impossibile. Nondimeno i due prof divorziandi non mollano. Pe' tigna?

    Daria segue il ragazzo al "Centro di ascolto scolastico". Aldo imbraccia la chitarra elettrica e istiga Alex a suonare e suonare. Entrambi i prof azzardano, ciascuno a proprio modo e misura, un certo grado di complicità. Per Aldo questo significa fare letteralmente di tutto affinché Alex accetti di esibirsi al concerto della "skuola okkupata". E contro tutti i pronostici Alex alla fine suona, mietendo un fantastico successo.

    Ma di lì a poco, in un giorno di sconforto per l'atto di divorzio or ora firmato assieme a Daria dall'avvocato, Aldo decide alla cazzo di assumere numerose sostanze stupefacenti che il volonteroso allievo gli procurerà per la modica cifra di cinquanta euro. E così il prof approda al pronto soccorso, dove metteranno a verbale che si è strafatto di "anestetico per cavalli" insieme a un allievo.

    Ovviamente Alex ha anche una mezza cotta per la prof, benché lei sia "una di quarant'anni". Le dice che è "bella", laddove invece Aldo l'aveva chiamata "brutta" volendo ferire l'ancora-moglie divorzista. Daria si sente abbastanza addolorata per quest'ultimo apprezzamento dell'ancora-marito e dubitativamente confermata, invece, da quello dell'alunno. Daria rimane assolutamente dentro ai binari. E alla fine, a bon droit, rivendica di avere la coscienza a posto. Non come Aldo che ha sbarellato.

    Ma anche Daria verrà colpita e affondata: da un morboso esposto della madre di Alex che la accusa d'intrattenere una relazione sentimentale con il figlio e di avere perciò seminato zizzania nella sua famiglia.

    Adesso i giornalisti stanno appostati come iene dietro ai cancelli della scuola. Daria e Aldo sono appena stati sospesi dall'insegnamento. Vediamo uscire prima lei e fendere dolente, quasi in trance, la piccola folla esagitata di professionisti dell'informazione.

    Poi passa Aldo e molla un cazzotto a una telecamera.

    La gogna mediatica riferirà di due insegnanti coinvolti in atti di vandalismo contro la scuola, in attività di spaccio di sostanze stupefacenti e persino in un centro d'ascolto "a luci rosse".

    I due prof disonorati sono intanto saliti in macchina e li vediamo allontanarsi depressi dall'Istituto Pestalozzi.

    Ma Alex sa che quella coppia stralunata di quarantenni divorziandi coperti di merda telegiornalistica ha comunque provato a dargli una mano.

    Li raggiunge in motorino costeggiandone la vettura. Dai finestrini li intravede abbastanza bene. Li guarda e li riguarda con sguardi che significano il suo riguardo nei confronti loro e solo loro.

    Daria accenna un saluto tenendo la mano a pugno semichiuso con grazia.

    E il ragazzo va.

    Va con mezzo sorriso pensoso sulle labbra, con il suo casco in testa, con gli occhi attenti alla strada, tra i casermoni e le massicciate e i murales della periferia metropolitana. (AE)

 

mercoledì 17 giugno 2015

L’onda lunga della secolarizzazione

FONDAZIONE NENNI

http://fondazionenenni.wordpress.com/

 

 di Luciano Pellicani

 

"Credo che non si possa parlare solo di una sconfitta dei principi cristiani, ma di una sconfitta dell'umanità". Con queste allarmate e allarmanti parole il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, ha commentato l'esito del referendum indetto il 22 maggio in Irlanda per decidere sulle nozze fra omosessuali. Un esito clamoroso, poiché l'Irlanda era considerata una società "cattolica par exellence". Evidentemente, l'onda lunga della secolarizzazione ha acquistato una velocità e una potenza espansiva tali da corroborare ampiamente la tesi di coloro che ritengono che ormai l'Europa occidentale ha cessato di essere una civiltà cristiana. Fra i quali recentemente si è distinto Riccardo Campa con un libro dal significativo titolo "La rivincita del paganesimo" (Deleyva Editore).

    La sua tesi centrale è che la secolarizzazione è il problema fondamentale della sociologia e che, per decifrare correttamente il processo di modernizzazione – vale a dire la transizione dalla Città sacra alla Città secolare – è imperativo partire dalla constatazione che la civiltà europea si è retta per secoli e continua a reggersi su due potenti tradizioni: quella greco-romana e quella giudaico-cristiana; ossia "Atene e Gerusalemme, l'Accademia e la Chiesa". Una coesistenza che non è stata punto armoniosa, come in passato ha preteso Talcott Parsons e come oggi pretende Rodney Stark. Al contrario: è stata — e continua ad essere — assai conflittuale poiché i valori cardinali della "Cultura delle Ragione" sono antitetici ai valori cardinali della "Cultura della Fede", centrata sul principio secondo il quale "Atene è pestifera per la salute dell'anima", formulato da Gregorio Nazianzeno e ossessivamente ribadito nel corso dei secoli dominati dal Contemptus Mundi. Per questo, opportunamente, Campa sottolinea con particolare vigore che, oltre ad essere fedele alla Ragione, la tradizione greco-romana è fedele alla Terra, mentre la tradizione giudaico-cristiana è fedele al Cielo. Una tesi, la sua, già espressa dal grande George Orwell con queste parole: "L'ideale umanistico e quello trascendente sono incompatibili. Si deve scegliere fra Dio e l'uomo e tutti i radicali e i progressisti, dal più blando dei liberali al più estremista degli anarchici, hanno in realtà scelto l'uomo".

    Stando così le cose, il riconoscimento del diritto degli omosessuali di sposarsi — sancito dalla maggioranza degli Irlandesi — non è altro che ultimo capitolo del secolare conflitto fra Atene e Gerusalemme, non già – come ritiene il cardinale Parolin – un sconfitta dell'umanità. Semmai, una sconfitta dell'umanità era la sadica pratica di ardere sul rogo coloro che, per le loro tendenze sessuali, erano considerati, dall'etica cristiana, peccatori contro la Natura e contro Dio.

 

mercoledì 27 maggio 2015

IPSE DIXIT

L’italiano medio - «Uno dei difetti principali dell’"italiano medio", si dice sempre, è la tendenza a scaricare le responsabilità, ossia la convinzione che del conto debba sempre occuparsi qualcun altro. "Qui nessuno paga le tasse!", denuncia l’artigiano mentre ripone in un cassetto i contanti incassati al nero. "Qui nessuno rispetta le regole!", inveisce la signora parcheggiando sul posto riservato ai disabili, forte del pass d’un vecchio zio che non esce di casa da un lustro. Bene, la mia ipotesi è la seguente: non l’unica causa, certo, ma almeno una delle cause del declino italiano consiste nel fatto che, a partire soprattutto da Tangentopoli, la politica non solo non ha contrastato questa propensione – per così dire – all’auto-deresponsabilizzazione, ma l’ha potentemente alimentata.» – Giovanni Orsina

 

Esortazione ai vescovi italiani - «La sensibilità ecclesiale… comporta anche di non essere timidi o irrilevanti nello sconfessare e nello sconfiggere una diffusa mentalità di corruzione pubblica e privata che è riuscita a impoverire, senza alcuna vergogna, famiglie, pensionati, onesti lavoratori, comunità cristiane, scartando i giovani, sistematicamente privati di ogni speranza sul loro futuro, e soprattutto emarginando i deboli e i bisognosi.» – Francesco

 

Nella Curia - «Le parole pronunciate lunedì da Francesco all’apertura dei lavori della Conferenza episcopale italiana hanno lasciato tracce profonde; e fatto riaffiorare riflessioni amare. Sono state vissute come la conferma di una severità che da mesi viene avvertita con dolore e sorpresa: quasi fosse l’onda lunga di un Conclave che nel 2013 rivelò una maggioranza ostile a qualunque ipotesi di papato italiano e curiale. Il rischio è di accreditare l’idea di un Pontefice convinto che la Chiesa cattolica si salvi allargando il fossato con una nomenklatura ecclesiastica sospettata di essere collusa con il potere… Si avverte un disagio che tocca direttamente l’episcopato italiano, in affanno nel capire le coordinate culturali di Jorge Mario Bergoglio; e convinto che gli ultimi anni tormentati di Benedetto XVI, con gli scandali e le lotte intestine nella Roma papale, abbiano sedimentato un pregiudizio anti-italiano difficile da scalfire… Il fossato tra il pontefice del popolo e la Chiesa-istituzione rimane. I vescovi sentono di essere oscurati e surclassati da Francesco. E additano come un rischio la sua tendenza a guidare la Chiesa con una specie di "governo ombra". Ma forse, dovrebbero domandarsi se l’"oscuramento" non sia una conseguenza di responsabilità e mancanze almeno di alcuni di loro. E quando chiamano in causa il "governo ombra", alludendo a Casa Santa Marta, mostrano di non vederlo più come luogo-simbolo della rottura virtuosa di Francesco con i palazzi degli intrighi vaticani.»Massimo Franco

 

mercoledì 13 maggio 2015

Uno sguardo sul futuro della sinistra

LAVORO E DIRITTI

a cura di www.rassegna.it

 

Nel nuovo libro di Giacinto Militello (Ediesse) il racconto di una nuova sinistra possibile. Capace di difendere i più deboli ma anche di porsi alla guida dei grandi processi di cambiamento in atto nel mondo per non lasciarli in mano alle destre. Solo il lavoro congiunto del pensiero liberale e del pensiero socialista e di quello dei cattolici democratici può fondare una moderna prospettiva liberalsocialista capace di far rinascere il paese. È questo uno degli assunti de "La prospettiva liberalsocialista. Uno sguardo sul futuro della sinistra", l'ultimo volume di Giacinto Militello, figura storica della sinistra politica e sindacale in Italia, pubblicato per Ediesse (p. 203, 13 euro). Giacinto Militello, figura storica della sinistra politica e sindacale in Italia, ha pubblicato per Ediesse (p. 203, 13 euro) un pamphlet appassionato e ricco di informazione e documentazione.

    "Il pensiero liberalsocialista – ha spiegato l'autore nel corso di un intervista andata in onda su RadioArticolo1 – distingue nettamente la tradizione socialista da quella comunista, la tradizione liberale da quella liberista: è cioè il tentativo di mettere assieme libertà e giustizia sociale, libertà dell'individuo e uguaglianza. Si tratta di un'impresa enorme. Bobbio, a questo proposito, suggerisce di non tentare una sintesi filosofica rispetto a queste due grandi tradizioni, quella liberale e quella socialista, ma piuttosto un incontro di interessi, una soluzione politica per mettere insieme queste due grandi tradizioni democratiche del pensiero politico italiano".

  

L'intervista di www.rassegna.it

 

    Solo il lavoro congiunto del pensiero liberale, del pensiero socialista e di quello dei cattolici democratici può fondare una moderna prospettiva liberalsocialista capace di far rinascere il paese. Questa è la tesi di fondo dl suo libro, nel quale viene spesso evocata la differenza tra liberalismo e liberismo. Ma in Italia la "rivoluzione liberale" di Gobetti è stata evocata anche a sproposito.

    Militello Mi fa piacere che si citi Gobetti. Perché la rivoluzione liberale di Gobetti era affidata soprattutto alla classe operaia, vista e proposta come classe dirigente del paese. Mentre la rivoluzione liberale di cui ha parlato Berlusconi era soltanto un modo per fare i propri interessi e non certo per portare i deboli e gli operai alla guida del paese. Sono due concetti completamente diversi.

    Quali sono, in sintesi, le asticelle che separano liberalismo da liberismo?
    Militello Il liberismo tende a ignorare o addirittura, come abbiamo visto, a colpire i diritti dei più deboli e a consacrare un'idea di società basata sul denaro, sul profitto, sulle diseguaglianze. Il pensiero liberale invece è tutta un'altra cosa: comprende bene che per inverare il concetto di libertà si ha bisogno di coniugarlo con quello di giustizia sociale e di eguaglianza di tutti i cittadini e di progresso della democrazia.

    Quale ruolo ha nella costruzione di questa prospettiva progressista il sindacato?

    Militello Nel sindacato ho passato 30 anni della mia vita: lo considero la mia famiglia. Per me è un bene prezioso e una grande conquista democratica dei lavoratori che va assolutamente difesa, oggi e domani. Tuttavia attualmente il sindacato corre il pericolo di subire pesanti sconfitte. Pur essendo ancora capace di mobilitare masse, di organizzare grandi manifestazioni e di incontrare il popolo, rischia di non avvertire che nella società si stanno sviluppando due processi opposti: da una parte c'è effettivamente la deindustrializzazione e il declino dell'assetto produttivo e sociale del paese, ma dall'altra parte c'è anche il cambiamento, l'innovazione tecnologica, l'automazione, e il lavoro che diventa sempre più consapevole e capace di affrontare problemi complessi. Se il sindacato tenta di fermare il declino senza però capire che deve guidare e promuovere il cambiamento diventa conservatore e si indebolisce. Il risultato è che questo cambiamento verrà guidato dai liberisti. Per queste ragioni, la fase attuale per il sindacato è sicuramente molto difficile.

    A proposito del lavoro che cambia e della conoscenza, in Cgil sei stato tra i primi a occuparti di professioni…

    Militello Sì, e anche questo è un tema importante e ricco di prospettive: non si può pensare che l'unica dimensione sia quella, pure importantissima, del conflitto in fabbrica. La società è molto più complessa. Ci sono, appunto, i lavoratori autonomi, che hanno una propria cultura, una professione, una volontà di affermarsi nella società con il loro sapere e le loro conoscenze. Il futuro del sindacato e quello del lavoro sono sempre più legati al livello di conoscenza che ogni singolo lavoratore immette nel processo produttivo. Il futuro del lavoro sta nel suo matrimonio con la conoscenza, con l'esperienza e con la formazione. Più fa questo e più il lavoratore diventa autonomo, anche se magari è inquadrato come dipendente. L'innovazione tecnologica non è un'invenzione dei padroni ma un bisogno e una tappa della civiltà verso la modernità. Certo l'innovazione tecnologica purtroppo crea anche il digital divide, gli esclusi, tanto lavoro puramente esecutivo, poco dignitoso e pagato sempre meno. Ecco, allora, che il grande compito del sindacato è difendere i più deboli, i più poveri e quelli che hanno meno conoscenza ma, contemporaneamente, trovare nuove alleanze sociali e nuovi strumenti organizzativi per stare insieme ai lavoratori della conoscenza. Questo è il futuro, e se non ci si prepara ad affrontarlo si resta indietro. Lo scenario attuale tiene insieme povertà e innovazione e a tutti e due questi poli dobbiamo trovare una risposta adeguata, altrimenti si finisce per restare inesorabilmente indietro.
    Quindi la sinistra è forte se è in grado di rappresentare insieme i deboli e i poveri…

    Militello Proprio così. Dobbiamo rappresentare e stare con i deboli, ma per vincere la battaglia e per guidare il cambiamento abbiamo bisogno anche di altre forze sociali. Dobbiamo interrompere questo andazzo deprimente che negli ultimi tempi ha offuscato la luce della sinistra, diventata ceto politico senza più riferimenti sociali. Se non lo faremo saranno tecnocrazia e populismi di destra a guidare i processi in atto.