Riceviamo da vivalascuola
e volentieri pubblichiamo
di Giorgio Morale
Questa settimana vivalascuola propone un tema didattico che abbiamo rimandato da tempo: insegnare filosofia oggi.
http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/category/viva-la-scuola/
Punto di partenza delle testimonianze proposte un brano di un libro di Leone Parasporo: «Dobbiamo fare la stessa cosa che faceva Protagora: convincere i giovani che studiando la filosofia "si diventa ogni giorno migliori". Ma oggi, chi ti crede più? (...) I giovani ateniesi sapevano che Protagora non bluffava e che li avrebbe guidati per davvero verso il successo e il potere. Ma questi, guardali: che possono aspettarsi da noi? Niente… insegnare la filosofia, oggi, significa farsi complici del Grande Inganno».
Da queste affermazioni prendono le mosse gli interventi di Giuseppe Panella, Bruno Milone, Nicola Fanizza, Guido Panseri, Alessandra Paganardi, Katia Tomarchio e Franco Toscani sull'insegnamento della filosofia oggi.
Completano la puntata le notizie della settimana scolastica: una settimana che ha visto una straordinaria mobilitazione della scuola: riferiamo di candelotti lacrimogeni che cadono dai palazzi dei ministeri, delle pillole di sapere che ci propone il Miur, di nuovi tagli in programma, dell'iter della ex legge Aprea...
P.S.: È in preparazione la puntata prenatalizia di vivalascuola, che proporrà brevi recensioni di libri sulla scuola (romanzi, saggi, storia, attualità, ecc.) da consigliare: invito chi volesse contribuire con un proprio scritto a comunicarmelo a questo indirizzo, indicando il titolo del libro scelto.
venerdì 30 novembre 2012
Insegnare filosofia oggi
01:32
Avvenire dei Lavoratori
“La catastrofe ha evitato il peggio!”
01:31
Avvenire dei Lavoratori
di Nino Cavaliere
Istituto Fernando Santi Napoli
La frase che mi sembra possa meglio rappresentare la situazione attuale in cui versa il nostro paese è quella detta da un antico saggio indiano, che di fronte all'ennesima esondazione del Gange, che aveva spazzato via i poveri villaggi sorti sulle sue rive, affermò: "La catastrofe ha evitato il peggio!" Il peggio a cui l'anziano si riferiva era l'epidemia di colera che serpeggiava da tempo tra le povere capanne di quei villaggi.
Per molti, Monti rappresenta una catastrofe, e purtroppo per noi, i dati generali del nostro paese, al termine di un anno del suo Governo, sono una conferma di questa definizione. Tutti gli indicatori sono negativi e non ci sono, al momento, segnali che ci possano confortare per il futuro.
Ma il peggio che abbiamo lasciato era un Presidente del Consiglio ricattabile da qualsiasi delinquente di strada, come gli ultimi avvenimenti confermano, poco considerato sul piano internazionale e dalle dubbie frequentazioni con capi di Stato di pochissima reputazione e scarsa considerazione politica, come il presidente di Panama, lo scomparso dittatore libico e Putin, discusso e potente leader russo.
Il peggio è stata l'ubriacatura sociale e culturale che ha vissuto il nostro paese da quando il Cavaliere è sceso in campo ed ha portato il paese alla rottura della coesione nazionale.
Il compito che tutti noi dobbiamo assolvere è quello di sconfiggere il peggio ed uscire dalla catastrofe. Dovremo superare il fallimento della politica liberista del centro destra e ricostruire una politica di sviluppo, che un commissario liquidatore come Monti non poteva e non potrà mai fare.
Tutti coloro che immaginano una continuazione di Monti al Governo, dimostrano di preferire il paese sottoposto ad una recessione senza fine, con i conti sempre a posto, ma con un debito pubblico in lento, ma in costante aumento. L'Italia, non può consentirsi di vivere in una catastrofe continua, le alluvioni passano, per quanto possano essere drammatiche e per quanti danni possono aver provocato, per fortuna passano. Tutti noi siamo chiamati a ricostruire il nostro paese.
Dovremo soprattutto immaginare una politica che dia nuovi obbiettivi ai cittadini, che non siano quelli del consumismo sfrenato e dell'illusione della ricchezza per tutti, prodotta da una finanza spregiudicata e senza alcun controllo, senza fatica e senza lavoro produttivo.
Occorre innanzi tutto non fare più confusione politica e culturale e confondere in questo modo i cittadini: non si combatte il liberismo con il liberalismo, ne si sconfigge il consumismo con il semplice solidarismo cattolico! Bisogna affermare con forza che senza la giustizia sociale non è possibile nessuna crescita. Se non vengono messi al centro della nostra discussione politica i bisogni degli ultimi, non saremo in grado di far ripartire il nostro paese. Al centro della nostra iniziativa politica ci devono essere i giovani, le donne, i lavoratori, i disabili e gli anziani poveri, gli immigrati. Al liberismo sfrenato e corrotto di questi anni deve essere contrapposto una coerente azione sociale, che lavori per la coesione del paese, per il superamento di antagonismi anti storici tra Nord e Sud, che rimetta al centro la politica.
Alle teorie liberiste bisogna contrapporre le idee e gli obiettivi di un socialismo democratico che in Europa si afferma come unico possibile strumento di ripresa economica e sociale.
Per tutti coloro, che hanno sempre lottato per l'affermazione dei diritti, della libertà e per la democrazia, la politica significa soprattutto garantire sempre più ampi spazi di partecipazione democratica dei cittadini nella vita delle istituzioni, per assicurare a tutti che le scelte assunte siano le migliori possibili alla collettività.
Uno dei ritornelli, della destra al Governo, maggiormente ripetuto era che la democrazia era depositata nel voto espresso dai cittadini che avevano assegnato la maggioranza a Berlusconi ed al suo schieramento e che doveva, quindi, governare senza impedimenti di sorta. Al massimo, la cultura liberale, imponeva la "trasparenza degli atti della politica", che spesso si traduceva in mera osservanza delle disposizioni amministrative.
La trasparenza, spesso è stata confusa con una politica di comunicazione ossessiva, in cui conoscevamo tutto in tempo reale, senza mai avere l'impressione di capire veramente quello che avveniva. Ma soprattutto, non eravamo in grado di intervenire in nessun modo. La politica era ridotta a mera rappresentazione e noi tutti eravamo solo degli spettatori inermi, impossibilitati ad esprimere le nostre idee e le nostre posizioni.
La partecipazione democratica dei cittadini è ben altra cosa, è innanzi tutto non sottoscrivere deleghe a tempo indeterminato agli eletti, perché uno degli elementi fondanti della politica è il controllo sugli atti di Governo. Da una parte partecipare alle scelte, dall'altra controllare l'attività dei rappresentanti liberamente eletti.
La trasparenza è un atto dovuto, ma è il controllo democratico, che ne è rappresenta la logica conseguenza.
Questi sono i principi previsti dalla nostra Costituzione, che devono e possono essere arricchiti dalle innovazioni che si dovessero rendere necessarie, con il cambiamento delle condizioni sociali del paese. Le primarie che domenica andremo a celebrare, rappresentano una innovazione politica, che nel corso di questi ultimi anni il centro sinistra italiano ha saputo costruire, attraverso molte perplessità, ripensamenti e difficoltà. Eppure, ogni volta che le primarie sono state fatte, hanno rappresentato un grande momento di coinvolgimento democratico dei cittadini, che hanno espresso il loro voto per un candidato, per un programma, per una coalizione.
Questo sistema democratico e popolare, contraddistingue la sinistra italiana in questa fase tanto complessa che stiamo attraversando. Tutti siamo consapevoli, che non esistono ricette a tavolino per superare il peggio di questi ultimi anni, ma la garanzia che la strada sia quella giusta la può dare solo l'ampiezza del coinvolgimento dei cittadini alle scelte da fare. La prima garanzia del possibile successo della sinistra, per la ripresa economica, è la democrazia! Le primarie del centro sinistra sono una innovazione politica importante, che vale molto di più di qualsiasi piazza telematica.
E' questo il modo che abbiamo scelto tutti insieme di praticare, che rappresenta il primo antidoto alla catastrofe che stiamo vivendo.
Noi ci apprestiamo a scegliere il nostro prossimo candidato alla guida del Governo dopo Monti e pensiamo che Pierluigi Bersani sia il candidato giusto da votare e da sostenere domenica prossima ed in primavera. Noi pensiamo che anche le catastrofi possano essere utili, se riusciamo ad immaginare come ricostruire in maniera più solida, più sicura il nostro futuro, il nostro possibile sviluppo. Bersani è per sostenere le ragioni dell'unità del paese, dentro una Europa politica, più forte e meno ricattabile dalla finanza internazionale. Bersani, porta avanti un deciso programma di rilancio del lavoro, della occupazione e dello sviluppo del Sud, che noi riteniamo indispensabile ed indilazionabile. L'Istituto Fernando Santi di Napoli si è occupato per anni della emigrazione e della difesa e dei diritti dei lavoratori italiani all'estero, difendendo al tempo stesso la nostra cultura e le tradizioni del nostro paese. Pensavamo, alla fine degli anni 90, di dover abbandonare questa nostra missione, che ci aveva coinvolto in mille azioni ed interventi. Pensate, tra il 1951 ed il 1974, furono ben 4 milioni e duecentomila i meridionali che lasciarono le nostre terre per andare a lavorare in Europa e nelle Regioni del nostro nord. Si arrivò a medie annuali spaventose, fino a duecentoquarantamila (240.000) all'anno. Pensavamo, che non avremmo rivisto più questa diaspora di meridionali, sparsi per il mondo a cercare un po' di lavoro e di dignità. Purtroppo, questo fenomeno è in grave ripresa, già oltre 200.000 giovani formati e preparati nelle nostre regioni meridionali, sono stati costretti, in questi ultimi tre anni , a lasciare i nostri territori.
A discapito di tutte le dichiarazioni, fino ad ora non si notano provvedimenti per affrontare questo fenomeno che è al limite della emergenza sociale.
Il lavoro ai giovani, alle donne, ai disabili è il principale obiettivo che vogliamo consegnare al nostro candidato Bersani, che voteremo con convinzione, perché ci coinvolgerà tutti in un grande percorso di riscatto sociale ed economico che ci faccia guardare con serenità al nostro futuro e ci faccia riprendere il nostro ruolo in Europa, con il rispetto che meritiamo, per la dignità che il nostro lavoro e la nostra cultura rappresentano.
Napoli, 23/11/2012
La Chiesa cattolica e il Cinquecentenario della Riforma protestante
01:28
Avvenire dei Lavoratori
Riceviamo e volentieri pubblichiamo
Mezzo millennio nel
segno della libertà
di Fulvio Ferrario,
docente di teologia sistematica alla Facoltà valdese
Sembra stia diventando un chiodo fisso: il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell'unità dei cristiani, torna sul tema della Riforma o, più precisamente, della "divisione" che essa avrebbe determinato nel XVI secolo: "il teologo ed ecumenista Wolfhart Pannenberg afferma che la Riforma ha fallito e il risultato di questo fallimento sono state le sanguinose guerre di religione nel XVI e XVII secolo".
Lutero aveva buone intenzioni, ma volerle unire alle "conseguenze terribili della Riforma nella stessa celebrazione festosa, mi sembra molto difficile". Responsabili del fallimento, tuttavia, sarebbero "entrambe le parti"; si potrebbe, dunque, commemorare insieme il Cinquecentenario della Riforma nel 2017 con una "celebrazione penitenziale comune nella quale riconosciamo insieme le nostre colpe". Mi permetto di dirlo con franchezza: un valdese italiano, che apprende da un esponente della curia romana che, ad esempio, la "soluzione finale" del problema protestante in Italia, tentata appunto tra XVI e XVII secolo, sarebbe una "conseguenza terribile della Riforma", ha qualche difficoltà a esprimere un commento sereno.
Dopo aver tirato un profondo respiro, tuttavia, si può forse provare a ragionare pacatamente. Da qualche decennio, Lutero è diventato "buono". Che però esista, in Occidente, un altro modo di essere chiesa, questo no; e se c'è, non è tale "in senso proprio". Sentirselo dire, può non far piacere. In fondo però, che la chiesa della Controriforma la pensi così, non dovrebbe stupire; e che poi in questo contesto sia possibile citare un teologo luterano come Pannenberg, dispiace ancora di più, ma nemmeno questo meraviglia del tutto. Ma vediamo di entrare nel merito.
In un certo senso, anzi, in più di uno, si può certo affermare che la Riforma abbia fallito. Ha fallito in quanto non è riuscita a rinnovare l'intera chiesa, a causa della reazione papale; ha fallito, soprattutto, come fallisce ogni impresa umana, anche la più santa e benedetta, in quanto comunque segnata dal peccato; la Riforma non ha riformato abbastanza e non ha sempre riformato bene; e la chiesa riformata secondo la Parola di Dio può riconoscere tali fallimenti, perché non soffre del delirio dell'infallibilità. Da questo punto di vista, la dimensione penitenziale non deve certo mancare nemmeno nel 2017: ogni trionfalismo sarebbe fuori luogo.
Il contrario del trionfalismo, in questo caso, è un'immensa, infinita gratitudine. Gratitudine a Dio per il dono della Riforma: per il dono di una fede vissuta, per quanto indegnamente, nel segno della libertà; per il dono della Scrittura letta in una comunità di sorelle e di fratelli; per il dono dell'annuncio di un Dio sconsideratamente misericordioso, talmente misericordioso da voler trarre anche me dalla mia fogna di peccato; per il dono di una chiesa rinnovata, dove non ci si interroga sul "ruolo dei laici", ma nella quale i "laici" (e le laiche) sono la chiesa; per il dono di poter vivere l'etica nella responsabilità, sapendo di poter sbagliare, ma tentando appassionatamente di non farlo e rischiando vie nuove, anche a costo di scandalizzare i benpensanti (esistono precedenti autorevoli); per il dono di una teologia che può pensare e parlare con franchezza, senza l'incubo di un'occhiuta sorveglianza di polizia spirituale, che si arroga il monopolio di ciò che essa chiama "servizio alla verità"; per il dono di un ministero che anche le mie sorelle condividono, aiutandomi nel tentativo di uscire dalle pastoie di una mentalità maschilista che soffoca anche i maschi. E' probabilmente vero che il protestantesimo di questo inizio del XXI secolo attraversa una fase di grave difficoltà: la libertà dell'evangelo gli consente di riconoscerlo senza nascondersi in un gergo chiesastico e falsamente pio e anche di lasciarselo dire dalle gerarchie romane, lasciando tranquillamente aperta la questione se esse abbiamo o meno i titoli per farlo. Ma che oggi ancora esista una chiesa della Riforma, anzi, molte chiese diverse e in comunione (una realtà, questa, che il card. Koch e altri con lui faticano a comprendere e che per questo rimuovono), questo è un dono grande, che si può ricevere solo con commozione e passione di fede, e che cambia la vita, riempiendola di gioia.
Per questo io spero che le chiese protestanti di tutto il mondo sappiano ricordare il quinto centenario della Riforma della chiesa secondo la parola di Dio, nel 2017. Mi si dice che molti ambienti evangelici tengono parecchio a che ciò accada insieme alla chiesa di Roma. Sarebbe bello, io credo, se si potesse, insieme, rendere grazie dal profondo dell'anima al Dio che ha riformato la chiesa aprendole un futuro che milioni di donne e uomini hanno vissuto e possono vivere con passione grande. Non sono sicuro, leggendo le reiterate affermazioni del card. Koch, che lo spirito delle gerarchie romane sia esattamente questo. In tal caso, la gratitudine per la Riforma potrà essere solo la nostra. Senza polemica, senza astio, senza rivendicare, contro altri, alcuna "pienezza" protestante "dei mezzi di grazia". Ricorderemo la Riforma senza celebrarla: essa, infatti, voleva celebrare Cristo soltanto. (nev-notizie evangeliche 47/12)
MILANO BENE COMUNE
01:27
Avvenire dei Lavoratori
Dal MOVIMENTO MILANO CIVICA
riceviamo e volentieri pubblichiamo
DA PRINCIPIO FILOSOFICO AD AZIONE
POLITICA - CONSIDERAZIONI E ORIENTAMENTI
Per decenni si è affermata una visione della società come somma di individui, ciascuno teso a perseguire i propri obiettivi personali, senza tener conto di quelli generali dei cittadini.
Ora è il momento di promuovere e attuare una visione radicalmente diversa, riconoscendo che per soddisfare esigenze fondamentali di convivenza civile, quali la giustizia sociale, la diffusione della cultura, l'affermazione dell'uguaglianza delle opportunità, la diffusione del benessere a chi ne è escluso, il riconoscimento del merito, la salvaguardia del territorio è necessario porre di nuovo al centro della riflessione culturale e dell'azione politica la società nel suo insieme.
Il bene comune rappresenta il patrimonio comune di una società, costituito dai suoi valori fondanti, dalle risorse fisiche, economiche, culturali, professionali di cui dispone, dalla spinta ideale che anima i cittadini, dalla loro capacità e volontà di condividere ideali, obiettivi, scelte politiche, risorse.
Il Movimento Milano Civica con il convegno "Bene comune: da principio filosofico ad azione politica" riconosce e afferma l'esigenza di un rinnovamento culturale, in primo luogo della società e conseguentemente della politica, che faccia emergere con forza il principio che una risposta efficace alle esigenze del convivere civile si può avere solo ponendo al centro della riflessione e della prassi la cura per tutto ciò che è patrimonio comune dei cittadini, per difenderlo, accrescerlo, renderne partecipe tutta la comunità.
Il bene comune si afferma e si consolida se si diffonde il senso di responsabilità di ciascun cittadino, verso se stesso e verso la comunità. La responsabilità è l'elemento fondante che consente di creare valori e realizzazioni condivise, di cui tutti possano essere portatori e fruitori, ed è fondante anche della democrazia, come assunzione personale e reciproca di impegno a costruire il bene comune.
Responsabilità significa inoltre il dovere di rendere conto delle proprie azioni in ogni ambito che non sia puramente individuale, in particolar modo di quelle che hanno ricadute sulla comunità, soprattutto dei pubblici amministratori.
Il Movimento Milano Civica intende tradurre questa visione della convivenza civile e dei principi che ne sono alla base in iniziative politiche che vadano oltre i confini entro i quali si è finora realizzata la sua attività, la città di Milano, riconoscendo che l'affermazione dell'idea di bene comune e la sua attuazione pratica devono applicarsi a un ambito più vasto, a partire dall'Area Metropolitana, per estendersi alla Regione Lombardia, in quanto intrinsecamente vantaggiosi per tutti i cittadini.
La prossima scadenza elettorale è l'occasione per un rinnovamento profondo della dirigenza politica e dei criteri di gestione del patrimonio comune dei cittadini, nonché degli interessi dei diversi gruppi sociali, sostituendo al predominio che alcuni di questi hanno esercitato nell'ultimo ventennio una gestione della cosa pubblica fondata sul riconoscimento della pari dignità di tutte le componenti della società.
Occorre cioè creare una discontinuità rispetto alla gestione politica degli ultimi decenni, una vera alternanza.
Per raggiungere questi obiettivi occorre creare una nuova rappresentanza politica che li condivida e se ne faccia portatrice.
Il Movimento Milano Civica si propone come promotore del coordinamento di tutte le esperienze presenti in Lombardia che condividono i suoi valori di partecipazione politica e insieme ad esse organizzerà un Forum nella prospettiva di dar vita a una Lista Civica che si presenti alle prossime elezioni regionali in appoggio al candidato del centrosinistra Umberto Ambrosoli.
Il primo incontro dedicato a sviluppare questa nuova aggregazione di cittadini si terrà ad Abbiategrasso, martedì 4 dicembre.
Infine, il Movimento Milano civica si impegna a portare ai cittadini le indicazioni emerse dal convegno "Bene comune: da principio filosofico ad azione politica, così come a diffondere la conoscenza della Costituzione della Repubblica nonché i valori e i principi ai quali si ispira.
MOVIMENTO MILANO CIVICA
Milano, 25 novembre 2012
PRIMARIE: PIU’ CHE RADDOPPIATA LA PARTECIPAZIONE ALL’ESTERO
01:24
Avvenire dei Lavoratori
Italiani all'estero
di Eugenio Marino,
Coordinatore per le primarie all'estero
È aumentata del 138% la partecipazione degli italiani all'estero rispetto alle primarie del 2009, a conferma della fiducia dei nostri connazionali nella buona politica del centrosinistra.
All'estero hanno votato 15.523 persone in 136 seggi dislocati in 113 città di 19 paesi, coprendo un territorio che tocca tutti e cinque i continenti dell'intera Circoscrizione estero.
Tra questi elettori 5.585 hanno potuto votare online direttamente da casa con una modalità che ha consentito di partecipare a questo importante passaggio democratico anche a chi viveva in luoghi ove era impossibile allestire un seggio.
Hanno votato 6.911 italiani in Europa 1.766 in America Meridionale, 721 in America Settentrionale e centrale, 540 in Asia-Africa-Oceania-Antartide e 5.585 con il sistema online.
Tra questi il 42,03% dei consensi è andato a Bersani con 6.525 voti, il 26,91 a Renzi con 4178 voti, il 25,85 a Vendola con 4012 voti, il 4,14 a Puppato con 643 voti e lo 0,68 a Tabacci con 105 voti.
Uno straordinario risultato di partecipazione che ci incoraggia a continuare il lavoro di radicamento e coinvolgimento delle nostre comunità nel mondo e per il quale ringraziamo le migliaia di nostri iscritti, militanti e volontari in tutto il mondo che, anche in condizioni di disagio e di disaffezione alla politica, sottraggono tempo alle proprie famiglie e ai propri hobbies per dedicarlo all'Italia.

