mercoledì 18 maggio 2011

Habemus Papam, Fascismo estetico

Habemus Papam
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Nanni Moretti e Michel Piccoli sulle orme attualizzate del Celestino V siloniano
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di Peter Ciaccio
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In un tempo in cui pullulano gli atei devoti, molti avranno temuto il peggio appena sentito su cosa stava lavorando Nanni Moretti. Niente paura: Moretti è sempre un intellettuale anticonformista e indipendente, ma continua a migliorarsi, girando film sempre più fruibili e universali. Dopo il lutto privato de "La stanza del figlio" e l'afasia nell'Italia ridotta a macerie dal potere pubblico ne "Il caimano", il regista romano ci offre un film sul rapporto tra pubblico e privato, tra potere e vocazione. A scanso di equivoci, il Vaticano e il papa non sono il punto del film. Antico rituale, antichi costumi, antica carica: il Vaticano è l'archetipo del potere e il papa è il monarca più potente d'Occidente: lo scenario è dunque perfetto per la riflessione morettiana.
La trama è semplice quanto complesse sono le conseguenze. Morto un papa se ne fa un altro, dice un vecchio adagio romano, per indicare la continuità e l'inesorabilità del potere. E se non fosse così? Se fosse difficile farne un altro? Il papa appena eletto dal conclave ha una crisi un attimo prima che il suo nome venga annunciato al balcone. "Nuntio
vobis gaudium magnum" dice il cardinale protodiacono dal balcone della basilica di San Pietro. Ma l'annuncio è vuoto: il papa non c'è o, più propriamente, è al momento indisposto.
Per un protestante che guarda con curiosità distaccata le reazioni attorno alla morte e all'elezione di un papa, è difficile comprendere la drammaticità di un tale vuoto per il fedele cattolico. La morte di un papa è la morte di un padre e l'elezione di un papa ne è la risurrezione: c'è qualcosa di irriverentemente pasquale in tutto ciò.
L'inesorabile continuità del potere viene interrotta dai dubbi di un uomo, dell'uomo prescelto, dell'eletto. "Ma io, Signore, non sono che un vecchietto", potrebbe pensare il papa, parafrasando il profeta Geremia. D'altra parte,
"Non io, Signore, non io" è la preghiera dei cardinali in conclave: nessuno vuole il peso del papato (da questo anche si capisce che non è un film sul Vaticano!), ma tutti vogliono che se ne faccia carico qualcun altro e se l'eletto non vuole, non bisogna ascoltarne le ragioni, ma forzarlo, fare pressione morale sul rispetto della sua vocazione. Il papa non trova pastori tra i suoi elettori, ma solo amici molesti che comprendono talmente bene le motivazioni dietro il suo tentennamento da rimuoverle.
Il Conclave preso alla sprovvista decide di infrangere una delle regole più importanti, quella dell'Extra Omnes, e convoca in gran segreto il professor Brezzi, uno psicanalista interpretato da Nanni Moretti.
Del Deus ex machina che i cardinali cercavano rimane solo la machina, la struttura, solida e rigida, ma non c'è nessuna soluzione. Brezzi non riesce a risolvere i problemi, anche se è il migliore: "Sono il migliore e per questo mia moglie mi ha lasciato". Il migliore, l'eletto è dunque solo e abbandonato. Scopriamo che l'ex-moglie di Brezzi, anch'essa psicanalista, è fissata con il "deficit di accudimento": nessuna battuta è lanciata a caso nel cinema di Moretti. Il prigioniero Brezzi diventa infatti colui che accudisce i cardinali, si prende cura di lui, il custode dei suoi fratelli d'avventura.
"Habemus Papam" è un film raffinato, scritto bene e girato bene. Eccellente la prova degli attori tra cui segnaliamo gli ottimi Jerzy Stuhr (il portavoce) e Renato Scarpa (il favorito) e il monumentale Michel Piccoli (il papa). È un film con tutti i classici temi del cinema di Moretti, tra cui lo sport (i mondiali di pallavolo per cardinali), la famiglia, la golosità (le bombe alla crema di Borgo Pio). Più di tutti nel film c'è l'evoluzione del tema della politica, radicalmente declinata come chiamata al servizio del bene comune e consapevolezza della fragilità (del leader, di chi dovrebbe sostenerlo e, di conseguenza, dell'istituzione), una fragilità che è propria dell'umanità. - (Peter Ciaccio su VE)
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Habemus Papam
Italia, Francia 2011
Regia: Nanni Moretti

Fascismo estetico
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Ma come? Non avevo io letto Anders, Debord, Baudrillard, Bauman, Perniola? Non conoscevo già tutta questa vicenda a memoria?
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di Andrea Inglese
Lo shock di Videocracy e il "fascismo estetico"
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Il giovane operaio bresciano che è intollerante nei confronti del proprio lavoro, che si rifiuta ostinatamente a un destino di tornitore a vita, ha di fronte a sé un'unica via di salvezza che, tragicamente, è in realtà la sua maledizione. Egli vive da anni nella costruzione di un personaggio televisivo attraverso una dura disciplina fisica, che lo rende straordinariamente atletico e prestante. Ha ininterrottamente lavorato sulla propria immagine, ossia sul proprio corpo, sulla gestualità, sugli abiti. Ma per lui, probabilmente, non verrà alcuna salvezza. Ruoterà per sempre, come in un girone infernale, intorno alla ribalta televisiva, senza mai poter abbandonare il suo posto di spettatore ed accedervi. Per lui, il salto sociale non avverrà mai, anzi si cumuleranno, su un terreno nuovo e diverso da quello della fabbrica, delle umiliazioni
ulteriori. Passerà di casting in casting, calcherà gli studi televisivi, solo per mettersi tra le sagome indifferenziate di coloro che ridono e applaudono. Non diventerà, nonostante le ore quotidiane di palestra, la dieta, i sacrifici di tempo e denaro, famoso, e quindi neppure ricco, e quindi neppure attraente da un punto di vista sociale. Resterà un qualsiasi operaio non qualificato, di quelli guardati con sufficienza dalle compagnie femminili di paese.
Per le giovani e giovanissime donne, il fascismo estetico presenta un quadro, se possibile, più cinico e disperato. In un mondo del lavoro ancora sessista, la via della realizzazione professionale passa per la prostituzione spontanea. Si parla sui giornali della propensione del premier erotomane per le minorenni. Si parla con orrore di violenza sulle donne, di abusi e aggressioni sessuali. Nell'ultima sequenza di "Videocracy", un gruppone di giovanissime aspiranti veline è ripreso mentre ancheggia a suon di musica, nel modo che ognuna immagina il più sensuale e provocante possibile. Quanti di questi corpi sono volontariamente sacrificati ai molteplici intermediari dell'industria dell'immagine? Sotto l'occhio complice della famiglia, del gruppo di amici, della comunità di paese, che preferisce ignorare il prezzo imposto dal raggiungimento di una tanto agognata apparizione televisiva? Anche qui non sfugge la condizione tragica che impone al mondo femminile di raggiungere la propria salvezza sociale – l'autonomia professionale – attraverso la dura prova del baratto sessuale, poiché l'unica merce di scambio che una donna può offrire, in quel mercato gestito dall'uomo, è il corpo.