martedì 24 settembre 2013

Storia controfattualee dissoluzioni politiche

Le idee  

Era l’epoca dell’Ungheria, quando i carri armati sovietici puntarono su Budapest per soffocare il nuovo corso politico che operai e studenti volevano dare al proprio paese sottraendolo al ruolo di satellite dell’Unione sovietica. . .

di Fulvio Papi *)             

In una storia controfattuale del nostro paese – storia controfattuale che poi è il solo modo per provare un giudizio sui fatti  “oggettivi” – credo che l’autunno del 1956 sia un tempo cruciale. Era l’epoca dell’Ungheria quando i carri armati sovietici puntarono su Budapest per soffocare il nuovo corso politico che operai e studenti volevano dare al proprio paese sottraendolo al ruolo di satellite dell’Unione sovietica. Nell’allora partito socialista non fu particolarmente difficile prendere la posizione corretta che vedeva nell’azione militare sovietica la decisione di una potenza che, negli equilibri internazionali, voleva mantenere il proprio ruolo impedendo qualsiasi mutamento di questa prospettiva. La liberazione degli ungheresi da una dittatura criminale, mimetica degli anni più celebri di Stalin prima della guerra mondiale, in questo contesto, per il PCI era un nulla storico, un inciampo, una difficoltà. Basta ricordare il lessico di Togliatti sino alla uccisione di Nagy. Nell’area socialista cui appartenevo socialismo e libertà erano inscindibili, e, finalmente, l’antica menzogna (cosa che capita quando la prassi immagina di volere e potere tradurre i libri nel mondo) secondo cui una ferrea dittatura era la strada obbligata per la costruzione di una vera libertà sociale, si mostrava per quello che era. Perché poi la rivoluzione dei soldati e degli operai del 1917 fosse divenuta l’occasione per uno stato burocratico e poliziesco, è una storia ormai troppo nota per doverne parlare ancora. Per quanto riguarda la nostra storia i “fatti di Ungheria” furono molto importanti. Il partito comunista che dal ’48 esercitava a sinistra una funzione egemone, prese una posizione del tutto favorevole all’intervento sovietico, quindi vergognosa e infame per tutto il gruppo dirigente, nutrita di menzogne, posizione che, come si sa, gli costò una certa emorragia di iscritti e di intellettuali, ma che, nel complesso fu ampiamente maggioritaria tra gli iscritti al partito e i suoi simpatizzanti. Una controstoria si domanda: quale sarebbe stata la condizione politica e culturale di tutta la sinistra italiana se il partito comunista avesse capito gli eventi per quello che erano? Domanda in fondo futile, poiché si può comprendere solo se la comprensione è possibile nel nostro modo di essere.

    E la dirigenza comunista, quella storica a cui apparteneva Togliatti con la sua ossequienza ai dirigenti sovietici e quella formatasi tra il 1943 e il dopoguerra, avevano la loro identità in una storia ideologica molto semplice che vedeva nell’Unione Sovietica la guida ideale e politica (le posizioni originali di Gramsci imprigionato dai fascisti sono elementi che appartengono alla nostra “conoscenza”, a sua volta resa possibile da una radicalmente mutata condizione storica).

    E non è però da credere che questa storia comunista fosse solo un sapere di vertici, omogenei e intossicati politicamente, essa costituiva una autentica mitologia popolare che aveva la forza di costituire una relazione tra  un “noi” e un “loro”. Ogni notizia che fosse contraria alla volgata era ritenuta aggressiva propaganda capitalista, non meno di quanto i capitalisti americani, nella crisi degli anni Trenta, chiamavano “propaganda russa” i disastri economici e sociali del loro paese. Il problema per il partito comunista era comprendere se stesso, la propria storia, l’apparato mitologico diffuso e quindi la simbologia della propria stessa forza sociale. Devo dire, privo oggi di qualsiasi poco decente aggressività, che quando veementi personaggi della storia comunista dicono “avevo sbagliato”,  questa autocritica conta molto poco, o quasi niente perché traduce il senso storico in una narrazione personale. Quello che conta è piuttosto la condizione storica e ideologica che il partito comunista, del tutto al di là delle sue pratiche positive, riformistiche o solo civili nel territorio del paese, proiettava come propria identità e quindi come luogo di fedeltà e di impegno personale. Non era cosa da poco dire a milioni di uomini “sei in una storia”, “adesso devi la tua abnegazione”. Non vorrei proprio dimenticare due  punti importanti:  1) il clima pericoloso della guerra fredda di cui l’Italia è stata vittima storica; 2) la più che modesta elaborazione della critica radicale a Stalin che era  nata nel partito sovietico come necessaria conoscenza della verità. Il partito comunista, per usare un’espressione un poco ridondante, era prigioniero della sua autobiografia che, a essere schietti, si poteva leggere con facilità nello stesso lessico delle sue forme di comunicazione. E, caso minore, ma interessante: non diceva niente il fatto che i “filosofi marxisti” erano per lo più diligenti storici della filosofia che avevano poco da spartire con i marxisti “privi di cattedra” che trovavano la loro elaborazione intellettuale a fianco del loro lavoro politico? La verità era la comune credenza che aveva la sua sostanzializzazione nel partito, il resto era una più che onesta e operosa – e anche un poco cieca – attività storiografica (la contemporaneità del mito degli intellettuali).

    La nostra controstoria si trova dunque sbarrata: è solo pura immaginazione pensare a un PCI autocritico (l’unico modo per capire l’Ungheria) che mettesse in questione la propria identità dal 1921, la propria dipendenza internazionalista dal gruppo dirigente sovietico, la condivisione delle decisioni più nefaste e infine, la propria positiva identità di massa, nel rispetto della costituzione e, sotto questo profilo, il proprio peso nell’opinione di sinistra. Certo  se con l’Ungheria fosse stato possibile un ripensamento complessivo di tutta questa, in un certo senso, straordinaria vicenda, sarebbe possibile parlare di una occasione storica perduta. Ma “così va il mondo”, diceva il sommo filosofo che notava come necessità e libertà nell’effettualità coincidevano. Il che può condurre all’insegnamento alla concretezza, ma anche all’accettazione di inaudite violenze.

    Dunque lascio perdere “l’occasione storica mancata” dal 1956, e inseguo invece un vizio robusto e con poche possibilità di essere sconfitto che è rimasto nella esperienza identitaria dei “comunisti”, a qualsiasi diaspora possano appartenere, da quella – raffinata ed elegante – della opposizione, un poco onirica, di sinistra, sino alle frange – non poche – che di fronte a una realtà che prosciugava l’antico fiume ideologico, si reincarnava, senza capire quasi niente, nel neo-liberismo, nelle privatizzazioni, in un clima di una assoluta povertà teorica che pareva, emotivamente, una resurrezione da un peccato originale. Il vizio comune, specie a livello della memoria dei più anziani politici e del pubblicismo corrente, é il considerare la storia della sinistra storica in Italia come se fosse pienamente identificabile con la storia del partito comunista, come fosse a sua volta una storia simile a una “generazione spontanea”. Si potrebbe dire che in questo caso ci troviamo di fronte a quell’idealismo privo di autoriflessione che appartiene a tutte le storie che devono incarnare il passato per qualche strategia che interessa fuori misura il presente. Ma qui, secondo il mio parere siamo di fronte  a una vera occasione mancata dal partito comunista. Siamo all’inizio degli anni Sessanta: la società italiana mostra i primi effetti di una espansione economica, e veniva coniato (adesso è inutile discutere la cosa in teoria) il termine “neocapitalismo”.

    Il problema visto da una sinistra non paralizzata dal proprio specchio tradizionale, voleva dire che non si poteva più guardare alla classe operaia come a un corpo sociale estraneo alle trasformazioni che in qualche misura toccavano l’insieme della vita collettiva, i desideri, le aspirazioni, e contemporaneamente, le relazioni, con il rischio della “omologazione” del potenziale politico del movimento operaio al nuovo costume sociale in ascesa. Questa considerazione apriva uno spazio politico all’interno della ritrovata autonomia politica del partito socialista. Era necessario valorizzare l’insieme delle istituzioni democratiche come veicolo per quelle riforme economiche e sociali che, alla fine, costituivano il concreto obiettivo anche del partito comunista, al di là degli echi (che ancora erano udibili) delle più antiche letture di “Stato e rivoluzione” di Lenin. A livello politico il quadro mostrava la possibilità di una convergenza tra il partito socialista e una parte (fieramente contestata da suoi oppositori interni) della democrazia cristiana. Fu il tempo, nel 1962 delle due grandi riforme – la nazionalizzazione della produzione dell’energia elettrica (per la verità con un notevolissimo esborso ai privati) e la riforma della scuola media, da anni eguale da come l’aveva designata  Bottai. Erano proprio queste realizzazioni che aprivano l’orizzonte “riformistico” del centro-sinistra politico. All’interno del partito socialista fu la componente di Riccardo Lombardi a interpretare questa possibilità di grandi riforme democratiche come l’obiettivo del partito socialista. Fu una prospettiva  che rivitalizzò il partito e la sua area di consenso intellettuale. Giovanni Pieraccini, che fu un non grandioso direttore dell’Avanti! in tempi precedenti, ha sostenuto in un suo libro recente che i “lombardiani” che erano una minoranza in un partito che toccava a stento il 14% del consenso elettorale, volevano abbattere il capitalismo in Italia. E’ solo una battuta di chi, al tempo, fece la sua scelta. Il fatto storico fu invece tutt’altro: le forze sociali che da sempre condizionavano in modo conservatore la democrazia cristiana si schierarono radicalmente contro questa nascente prospettiva, contro cui si mobilitava addirittura il pericolo di un colpo di stato. Non desidero entrare qui in particolari interpretativi della famosa estate del ’64, ma nell’essenziale la situazione si presentò così: la democrazia cristiana era favorevole alla prosecuzione del rapporto di governo con il partito socialista a patto che venisse accantonata, rinviata e elusa la prospettiva delle riforme democratiche che due anni avanti si erano positivamente presentate. Le riforme furono infatti accantonate, e in un drammatico comitato centrale, Riccardo Lombardi in modo comprensibilmente melodrammatico, disse che il partito consegnava su un vassoio d’argento alla democrazia cristiana la testa del direttore dell’Avanti!. Ovviamente, se pure di una ben minuscola proporzione, saltava anche la mia che avevo lasciato (provvisoriamente) la cura universitaria e filosofica, per assumere, con Lombardi, la vice-direzione del giornale, affascinato dalle nuove possibilità politiche che si erano aperte nell’aurora del centro sinistra. La realtà storica è che “noi” eravamo soli.  Quale fosse l’umore per lo meno prevalente nel partito lo capii subito quando tornando al giornale dopo la conclusione del famoso comitato centrale, non trovai che un paio di redattori, mentre tutti gli altri erano andati a festeggiare la “governabilità” del paese in una alleanza senza riforme del partito con la democrazia cristiana. Era la strada delle speranze personali per  un futuro soprattutto economico che avrebbe dato prospettive più facili: spuntava il sole donativo del sottogoverno. Non so ovviamente se questo fosse il disegno di tutti, tanto più che il prestigio di Nenni nel partito era molto rilevante, e quindi un poco ovvia la condivisione delle sue decisioni. Ma non mi dispiace ricordare che molti anni dopo, e poco prima della sua scomparsa Nenni disse, in un discorso a Milano, che il partito si stava trasformando in un partito di assessori. Il tempo tra questa orazione di Nenni e quello dell’estate del ’64 mostrò una progressiva trasformazione del partito socialista che ebbe il suo ciclo purtroppo definitivo nel 1976 quando, come ha scritto Giunio Luzzatto, il partito fu considerato un fine di per se stesso e non un mezzo di azione politica. Ero già lontano da tutto questo, e non ho l’informazione storica sufficiente per un giudizio maturo che tenga conto non solo della vita dei partiti, ma dell’insieme delle trasformazioni dell’economia e della società italiana.

    Vorrei tornare invece al ’62-’64 e al mio sintagma “eravamo una minoranza e siamo stati lasciati soli”- Credo che il partito comunista avrebbe dovuto appoggiare senza riserva quella che era allora la vera e possibile prospettiva riformista della società italiana. Se lo avesse fatto senza riserve, nello spazio della sinistra saremmo stati una fortissima maggioranza. Nessuno sa che cosa sarebbe successo. Quello che si può sapere è che il partito comunista avrebbe potuto cogliere un’occasione storica per prendere a livello nazionale una linea apertamente riformista con il prestigio e la forza che ancora manteneva nel tessuto sociale italiano. Non dico che avremmo fatto le riforme che avevamo in mente, ma il PCI avrebbe creato un equilibrio politico nazionale molto differente da quello che è stato, e probabilmente ciò non  avvenuto a causa di una ostinata visione autoreferenziale dei comunisti che aveva il solo vantaggio di giocare una posizione egemonica a sinistra. Per fare che cosa? La sterilità di questa posizione andò malauguratamente a pari passo a quella visione scotomizzata per cui tutta la storia della sinistra italiana è la storia del partito comunista. E credo sia stata proprio questa distorsione a portare il partito a una progressiva serie di metamorfosi nominalistiche sostanzialmente succube, come a scontare una colpa originaria, del famoso “pensiero unico” come rivelazione concreta dopo la lunga notte ideologica. Al contrario vi erano probabilmente le condizioni teoriche, etiche e storiche per mantenere il meglio della propria opera in una nuova identità politica (di cui il modello europeo non è mai venuto meno) che tenesse conto delle prospettive che la politica del partito, a suo tempo, aveva ignorato, messo in ombra o anche combattuto.

    L’apertura all’”altro” sarebbe stata più importante dell’autogenesi nominalistica priva di un proprio orizzonte culturale, e destinata all’importazione di saperi estranei senza un qualsiasi filtro critico (che pure esisteva nella nostra cultura, positivo ed estraneo a qualsiasi sognante radicalismo).

    Questa è certamente storia controfattuale, è quindi giudizio. Che vale solo se favorisce qualche riflessione, anche se è difficile, nella attuale condizione del ceto politico che tuttavia ha tutt’altre regole di conduzione.

 

*) Fulvio Papi (1930), professore emerito dell’Università di Pavia, insignito dell'Ambrogino d'oro della Città di Milano, è stato vicedirettore dell’Avanti! (1963-1964). Con Vegetti, Alessio e Fabietti, ha curato per Zanichelli “Filosofie e società”, manuale di filosofia per i licei. Tra le pubblicazioni più recenti: Capire la filosofia (Ibis 2008), Figure del tempo (Mimesis 2002), Filosofia e architettura – Kant, Hegel, Valéry, Heidegger, Derrida – Per una riflessione filosofica sulle forme architettoniche (Ibis 2000).

 

SESTO FORUM DEI CIRCOLI SOCIALISTI

GRUPPO DI VOLPEDO

  

Sabato 28 settembre 2013*

 

15,30 Inizio lavori

INCONTRO DEI CIRCOLI SOCIALISTI / PER LA RETE SOCIALISTA

 

Il Gruppo di Volpedo (GdV), ha invitato all’incontro:

Coordinamento dei circoli del centro Italia; Democrazia Socialista (NA), Domani Socialista, Lega dei Socialisti, Gruppo dei circoli del nord est, Movimento d’azione laburista, Network per il socialismo europeo,  Socialismo e Democrazia (FG).

Presiede: Giorgio BRERO Coord. GdV

 

Relazioni di:

Francesco SOMAINI Esecutivo GdV

Paolo BAGNOLI Coord. Circoli centro Italia

 

18,30 presentazione documenti

19,30 cena

 

Domenica 29 settembre 2013*

 

09,30 Inizio lavori

Presiede: Dario ALLAMANO Coord. GdV

 

Marina LOMBARDI,

Sindaco di Stella, ci racconta il pensiero di Sandro PERTINI sul LAVORO

 

DIBATTITO:

10,15 Una Piattaforma per il nord ovest

 

Relazioni di

Valerio CASTRONOVO Presid. Ist. Salvemini

Nerio NESI Presid. Circ. Lombardi

Lorenzo FORCIERI Pres. Autor Porto SP

Segue discussione aperta

 

12,45 La Fiumana 2013

13,00 pranzo

 

Domenica 29 settembre 2013*

 

14,30 Ripresa lavori

 

Federico FORNARO, Storico e Senatore,

ci racconta il pensiero di Giuseppe SARAGAT sulla DEMOCRAZIA

 

TAVOLA ROTONDA:

Democrazia fragile, maneggiare con cura

 

15.00

Introduce

Felice BESOSTRI Esecutivo GdV

 

Ne discutono

Andrea GIORGIS PD - Deputato

Ugo INTINI PSI – Dir. Naz.

Gennaro MIGLIORE SEL - Deputato

 

Modera:

Marco BRUNAZZI Ist. Salvemini TO

Segue discussione aperta

 

18.00 conclude i lavori

Marilena ARANCIO Portavoce GdV

 

18.30 presentazione documenti

 

*In caso di maltempo la manifestazione si terrà presso il mercato coperto

 

lunedì 16 settembre 2013

Le Strade degli ugonotti e dei valdesi

Ora sono Itinerario culturale europeo. La consegna dell'attestato del Consiglio d'Europa è avvenuta a Neu Isenburg (Germania)


Roma (NEV), 11 settembre 2013 - Il percorso storico-culturale di 1800 chilometri che traccia la lunga fuga attraverso le Alpi da parte di ugonotti e valdesi nel XVII secolo, ha ottenuto il riconoscimento "Itinerario culturale europeo" del Consiglio d'Europa. La consegna della pergamena è avvenuta lo scorso 10 settembre presso il museo cittadino di Neu Isenburg vicino a Francoforte sul Meno (Germania), alla presenza dei rappresentanti italiani, francesi, svizzeri e tedeschi de "Le strade degli ugonotti e dei valdesi".

La revoca dell'Editto di Nantes da parte del re di Francia nel 1685, e gli editti emanati dal duca di Savoia l'anno successivo, significarono per 200.000 ugonotti e circa 3000 valdesi l'inizio delle persecuzioni. Partirono dalla Francia e dall'Italia verso il nord Europa, attraversando la Svizzera raggiungendo la Germania e i Paesi Bassi. "Una storia che a 300 anni di distanza si riferisce a temi oggi strettamente attuali, come i diritti negati, la lotta per la libertà, l'incontro fra culture e religioni differenti, e l'intolleranza", ha dichiarato Davide Rosso, direttore del Centro culturale valdese (CCV) di Torre Pellice (TO), presente per l'occasione, aggiungendo: "è una tragedia frutto delle persecuzioni, ma allo stesso tempo una storia di accoglienza e di solidarietà europea".

"Questo progetto aiuta a ricordarci come i temi della fuga, dell'esilio, della tolleranza e dell'integrazione siano ancora oggi di ampia portata sociale e politica per l'Europa" ha invece sottolineato Penelope Denu, direttrice dell'Istituto Europeo Itinerari Culturali del Consiglio d'Europa che ha consegnato nella cittadina di Neu Isenburg, fondata nel 1699 dai rifugiati ugonotti, il prestigioso riconoscimento.

"Le strade degli ugonotti e dei valdesi" si possono oggi percorrere a piedi o in bicicletta alla scoperta del territorio dal punto di vista ambientale e storico. Il percorso segue gli antichi itinerari dell'esilio degli ugonotti e dei superstiti degli 8500 valdesi imprigionati nelle carceri sabaude, con l'unica colpa di essere protestanti (http://www.lestradedeivaldesi.it/).

giovedì 12 settembre 2013

Centenario di Ettore Cella-Dezza

 di Andrea Ermano

 La Federazione Socialista Italiana in Svizzera – proprietaria di questa testata dalla sua fondazione – ha dedicato la Tessera 2013 al centenario di Ettore Cella-Dezza, già presidente dell'organizzazione, nato a Zurigo il 12 settembre 1913 e morto presso Winterthur il 1° luglio del 2004.

    Ettore è stato un grande regista e attore, teatrale e cinematografico, nonché un personaggio radio-televisivo assai celebre nel mondo di lingua tedesca per le sue indimenticabili fatiche e anche per i suoi meriti culturali, tra cui ricordiamo qui "solo" l'introduzione di Pirandello in Germania e di Brecht in Italia. Fu Ettore, tanto per dire, a promuovere l'alleanza artistica tra Bertolt Brecht e Giorgio Strehler.

    Ettore è stato anche un importante esponente dell'emigrazione socialista, fino all'ultimo, fino alle lunghe e travagliate operazioni di salvataggio del Centro estero di Zurigo, dopo il crollo del Psi craxiano in Italia.

    Sempre incredibilmente attivo, anche da novantenne, aveva però dovuto farsi operare al femore in seguito a una brutta caduta; e gli strascichi dell'intervento lo costrinsero a una degenza abbastanza lunga, che lo andava rapidamente consumando.

    Negli ultimi mesi era ricoverato in un'ampia e linda camera dell'ospedale di Winthertur. Mi chiamava spesso al telefono. Voleva che andassi a trovarlo, cosa che facevo volentieri, compatibilmente con i vari impegni. Era sempre in uno stato di straordinaria lucidità, ma anche biblicamente "stanco di giorni" e non lo nascondeva: "La forza fisica è finita", ripeteva con sorriso velato. "Io posso pensare quel che mi pare, ma è come se il corpo non rispondesse più ai comandi".

    Allora io gli manifestavo la mia ammirazione per una vita così stracolma di soddisfazioni.

    Ci accomunava la ferma volontà a impedire che la nostra vecchia e gloriosa istituzione socialista democratica venisse messa a ferro e a fuoco dal nemico, nuovamente scatenato. Il "Centro estero" doveva continuare a stare lì, sfidando il tempo e l'arroganza del potere, per altri cent'anni. Nella musicalità della nostra bella lingua italiana, parole come "socialista" o "socialdemocratico" erano tornate a fungere da insulto. E noi buttavamo dunque il sangue in una battaglia del tutto inutile, ai fini convenzionali del tornaconto e del prestigio.

    Perché?! "Pe' tigna", riassunse una volta, con formula magnificamente antieroica, Giuseppe Tamburrano.

    Dal 1997 era toccato a chi scrive di assumere la guida dell'organizzazione socialista d'emigrazione, in uno dei momenti neri, come tanti altri ne erano capitati prima. Tra i miei predecessori il padre di Ettore, Enrico Dezza, l'aveva avuta ben più difficile, trovandosi per esempio a traghettare l'organizzazione attraverso due guerre mondiali, e ciò mentre un decreto di espulsione gli stava sospeso sopra la testa, come una spada di Damocle. Rischiava ogni momento di venire estradato in una galera fascista.

    Forse Ettore mi voleva al suo capezzale perché gli rappresentavo il padre approdato a Zurigo quand'era giovane, in fuga dall'asfissia dell'Italietta feroce e militar-clericale di Bava Beccaris. Io ero scappato, più modestamente, dallo smog metropolitano e dai furori degli ultimi anni Settanta. Ma, nonostante che un secolo o quasi separasse la mia generazione da quella di suo padre, c'era aria di famiglia.

    Ettore mi parlava di tutto: del suo apprendistato politico e intellettuale presso Silone prima della guerra; delle missioni speciali di guerra partigiana, travestito da novizio, nell'Emilia o nella Val d'Ossola. Poi il dopoguerra, la fondazione della tv, la vibrante personalità di Maria Callas che lui aveva diretto a Monaco in un memorabile allestimento dell'Aida, e i compagni: Brecht e Ragaz, Modigliani e la Balabanoff, Gorni e Canevascini. Ma anche le infinite diatribe interne, iniziate a Parigi, tra nenniani e saragattiani.

    Una volta mi raccontò di quando, negli anni Trenta, aveva introdotto il dialetto alla radio svizzera, per rompere con il purismo nazista. Fu un successo straordinario.

    Un altro giorno risalì con il ricordo fin sulla cima dell'epoca in cui era quasi ancora un ragazzino. Accennò ai suoi tentativi di intercettare una carriera piccolo-borghese, "normale".

    Dopo il noviziato domenicano, era rientrato a casa intraprendendo diversi lavori tra cui il soffiatore di cristalli. Gli piaceva, ma dovette abbandonare per un rischio di silicosi.

    A un certo punto confessò a suo padre la propria omosessualità, nonché la decisione di diventare attore drammatico.

    L'omosessualità – mi spiegava guardingo – era in quell'epoca lontana un partito diviso in due fazioni contrapposte: la fazione del "piacer mio" e quella della "amicizia". Disse "piacer mio" con rabbia e "amicizia" con un tono di voce che si appellava all'intellezione di un ideale. Ideale che si manifestava anzitutto e soprattutto nell'impegnarsi seriamente per offrire al proprio compagno occasioni di crescita culturale e umana.

    Quel vegliardo, che aveva convissuto cinquantatré anni con il suo partner, Richard Lenggenhager, mi disse cose riecheggianti passi di dialoghi platonici, filosofemi che fino ad allora si rubricavano per me sotto la voce dotta di "amor greco" con annessa nozione che di esso coltivava l'alta aristocrazia ateniese del quarto secolo avanti Cristo.

    Ma nella bruciante esperienza novecentesca quell'etica platonica riemergeva con ben altre valenze di significato esistenziale.

    Ettore Cella-Dezza aveva rischiato di finire ad Auschwitz per via di un'inclinazione sessuale diversa da quella di noi cosiddetti normali. Me ne rendevo conto?

    Una volta, mentre enumeravo a scopo terapeutico le ragioni di bellezza e di ricchezza della sua vita straripante soddisfazioni, lui m'interruppe per dirmi che però aveva due grandi rimpianti.

    "Il primo rimpianto" – disse – "è che non abbiamo potuto aiutare di più quegli Ebrei che erano arrivati nel nostro quartiere con quei loro grandi colbacchi".

    Perché aveva posto l'accento sui vistosi copricapi degli israeliti ortodossi? Considerai inopportuno domandargliene senza aver prima riflettuto sul punto. Gli chiesi qual era il secondo rimpianto.

    E lui: "Non aver mollato due cazzotti in più a qualche fascista che so io".

    Alcuni mesi dopo si spense. Da allora sono trascorsi quasi dieci anni, ma la memoria di quei colloqui è costantemente rimasta ben viva nella mia mente e mi ha aiutato non poco nei miei tentativi di comprensione delle umane vicende.

    Ed eccoci dunque al centenario dalla nascita di Ettore Cella-Dezza. Mi sono chiesto quale testo pubblicare sull'ADL per l'occasione. Da mesi stiamo lavorando alla riedizione bilingue di Nonna Adele, ma su ciò torneremo a lavoro concluso, quando pubblicheremo.

    Oggi mi torna alla mente l'ultimo suo discorso pubblico, che tenne nella città di Frauenfeld, nel Canton Turgovia, sede dell'ormai tradizionale Pink Apple Film Festival, un'importante rassegna internazionale del cinema gay. Per l'edizione del 2002 l'indirizzo di saluto inaugurale venne affidato a Ettore Cella-Dezza. Qui sotto ne riportiamo il testo integrale in versione italiana.

 

 

CON LA FORZA DELLA RAGIONE CON LE ARMI DELL’ONESTÀ

 

Ho voluto, con le mie parole, esemplificare che, nonostante tutto e dopo tutto, lottare serve. Lottare per la libertà e l’emancipazione con i mezzi pacifici della ragione e dell’onestà non è inutile.

 di Ettore Cella-Dezza (1913-2004)

 (Frauenfeld 25.4.2002) - Se oggi prendo la parola, qui a Frauenfeld, di fronte a voi, inaugurando il Pink Apple Film Festival 2002, penso che l’indubbio onore riservatomi consegua da quattro ragioni che proverò a enumerare. La prima deriva, credo, dal prestigioso Premio cinematografico assegnatomi dalla Città di Zurigo pochi mesi fa. Zurigo è vicina e nelle sue sale verrà replicato il nostro programma odierno. La seconda ragione sta, forse, nell’esperienza e nel vissuto di un’ottantottenne al quale l’età tuttavia non ha ancora tolto per nulla la passione del proprio lavoro. E qui permettetemi senz’altro di aggiungere, in terzo luogo, che non si finisce mai d’imparare. In quarto e ultimo luogo vi sono, direi, le mie opinioni sulla sessualità e sull’amore: binomio tutt’oggi controverso, spesso avvolto da dubbie forme d’interesse morboso, e quasi universalmente considerato un tabù.

    Diciamo subito che a causa di questo tabù l’umanità, o almeno una “minoranza” in essa, vuoi di sesso femminile che di sesso maschile, soffre dai tempi mosaici. Nell’Antico Testamento, e segnatamente nel Levitico, si legge il seguente precetto:

 

Non giacerai con un ragazzo come con una donna,

ché è cosa abominevole. (Lev. 18:22)

 

E certamente un siffatto giacere è abominevole: circonvenzione e violenza, comportamenti entrambi che, e a buon diritto, vengono tutt’oggi sanzionati dalla legge. Ma amare esclude ogni circonvenzione e ogni violenza. L’amore è tutt’altra cosa. Sì, io credo che amare sia tutt’altra cosa e credo che nessuno, amando senza circonvenzioni e violenze, possa compiere – o anche solo percepirsi nell’atto di compiere – qualcosa di abominevole. No, davvero, non penso che si possa parlare di abominio quando due persone adulte si amano. E, anzi, se mai qualcuno di voi, care amiche e cari amici, percepisse come abominio l’espressione del proprio amore, sarebbe bene per lei o per lui cercare qualche ausilio terapeutico.

    Nondimeno, fin dai tempi arcaici la storia ci racconta di leggi che vietano e di sanzioni che puniscono l’amore, soprattutto il nostro amore, fino all’estremo supplizio. Occorre attendere la venuta di un popolo intelligente e straordinario come fu quello greco affinché uno spirito di maggiore libertà incominci a soffiare tra gli esseri umani.

    Di questa libertà i grandi padri e le grandi madri della cultura greca, nonché del pensiero e della letteratura universali – da Saffo a Socrate, da Platone ad Aristofane a tanti altri – ci hanno lasciato per altro  testimonianze perenni. Parlo di capolavori eterni, che però vennero originariamente concepiti e recepiti nella cornice quotidiana di splendide città e anfiteatri. E permettetemi di sottolineare, con tutto l’orgoglio di un vecchio uomo di spettacolo, che un tratto caratteristico della cultura greca fu proprio la sua dimensione pubblica, simboleggiata dal teatro.

    Non a caso fu per effetto dell’onda culturale ellenistica che – dalla Persia alla Tunisia da Epidauro ad Atene a Siracusa – nacquero teatri grandiosi, che potevano ospitare fino a sedicimila spettatori. Nasce di qui la robusta civiltà teatrale dell’Occidente, nasce di qui la capacità del teatro di motivare anche dopo il tramonto delle poleis greche ulteriori generazioni di artisti, e non tra i peggiori, che seppero proseguire su questa via. Di qui nacquero l’entusiasmo e la passione che condussero a edificare altri grandi anfiteatri – a Taormina e a Verona, a Pompei e ad Avenches – dove venivano rappresentate le commedie di un Plauto e di un Terenzio, e dove avevano luogo anche dispute su argomenti di pubblico interesse, agoni di poesia, vere e proprie olimpiadi dello spirito e dell’intelletto.

    Nelle egloghe di Virgilio, nelle liriche di Saffo, nei metri e nelle rime di non pochi letterati antichi ci restano testimonianze altissime tanto del sentimento amoroso quanto di invidiabile autonomia intellettuale.

    E poi? Cos’è successo, poi? Poi, fino a ieri o all’altro ieri, è successo che tanto l’uno quanto l’altra, tanto il sentimento quanto l’intelletto, ci sono stati interdetti per lunghi secoli: sia nell’ambito della vita quotidiana, sia in quello della letteratura e del teatro. Lo stesso si potrebbe affermare, in tempi più recenti, della radio, della televisione e del cinema, giacché – lasciatemelo dire a chiare lettere – è soprattutto di silenzio censorio, non d’altro, che sono fatti a tutt’oggi i nostri media.

    Parlo di un silenzio censorio che viene da lontano; che inizia con la traduzione biblica, la cosiddetta “Itala”, del 195 d.C. e poi, ancor di più, con la versione approntata da Girolamo nel 392; parlo di una attitudine censoria e repressiva che inizia insomma con la “cristianizzazione” dell’Occidente; parlo di un processo storico che sicuramente non ebbe luogo all’insegna del comandamento evangelico “ama il prossimo tuo come te stesso”, ma che tutt’altrimenti recò in sé il segno curiale e romano di una chiesa ormai totalmente dominata dalla propria sete di potere.

    Durante tutta l’epoca tardo-antica e durante tutto il medioevo la chiesa ha letteralmente messo a ferro e a fuoco ogni libertà sessuale. Né, va detto, la pratica della tortura e del rogo cessarono con l’avvento della cosiddetta età umanistica o della cosiddetta età dei lumi. No, care amiche e cari amici, interdizione e persecuzione sempre: dal passato remoto fino al tempo presente.

    La chiesa oggi moltiplica ovunque i suoi appelli affinché tutte le persone di buona volontà servano la pace tramite lo strumento del perdono: “perdona il tuo nemico!” Il che mi pare un’istanza in sé condivisibile. Ma alla chiesa stessa in duemila anni non sembra esser mai riuscito di dare seguito a questa sua istanza. Sicché si grida “pace pace”, ma la guerra continua. Perché? Forse perché la chiesa non osa mettere in questione alcuni pseudo-fondamenti sociali della propria dottrina. Ma anche per una certa incoerenza tra il piano delle parole e quello dei fatti.

     “Ama il prossimo tuo come te stesso” – il comandamento evangelico vale sì per tutti, ma, care amiche e cari amici, la chiesa sembra dimenticarsene quando si tratta di certe “minoranze” rispetto alle quali si rimane fermi alle giaculatorie di condanna: “Orsù, figliolo, tu devi... è proibito... è peccato grave!”

    Insieme al dito alzato, vagamente minaccioso, della morale tradizionale, resta in vigore il monito a non mai turbare il comune senso del pudore. Tanto più che ciò diffonderebbe solo insicurezza... Meglio, dunque, non parlarne, meglio imbavagliare, stroncare e sopire... Insomma, ecco a voi il tabù.

    Fortunatamente, anche all’interno della chiesa, aumenta il novero di religiose e religiosi – non necessariamente coinvolti nel nostro tema per vicende o travagli personali – cha hanno il coraggio e l’onestà di sostenere in santa coscienza una posizione diversa da quella ufficiale, anche al prezzo di venire a loro volta “silenziati”.

    La ragione di questo breve excursus storico è presto detta: ho voluto, con le mie parole, esemplificare che, nonostante tutto e dopo tutto, lottare serve, che lottare non è affatto una cosa inutile. Se così non fosse, pensiamo a noi per un istante, che ce ne siamo oggi qui riuniti in questa bella sala della città di Frauenfeld per celebrare un festival del cinema gay. Lo possiamo fare in quanto oggi noi rappresentiamo una minoranza combattiva e aggregante, capace di evolversi e di indurre all’evoluzione anche i nostri media. Noi oggi rappresentiamo una minoranza che non intende, né deve più, accettare qualunque prepotenza.

    Tutto questo è oggi possibile qui, nel Paese che ospita questo festival, la Svizzera – e ciò sia detto senz’ombra di vanità o boria nazionale – perché in questo Paese  durante lo scorso secolo e anche in quello precedente hanno vissuto persone – cito tra tutti Hösli, Meyer e von Knonau –  che seppero spendere la loro intelligenza nella lotta. E che, così facendo, seppero imprimere un impulso all’intera società, pur tra mille sofferenze e al prezzo di sacrifici pagati in prima persona: sofferenze e sacrifici di cui noi, care amiche e cari amici, oggi profittiamo.

    Da tutto ciò dobbiamo trarre motivo per proseguire – con mezzi pacifici – la nostra lotta. Con mezzi pacifici: perché non è con le battaglie campali o con le operazioni di guerra che si risolvono i problemi dell’umanità. Ogni giorno sperimentiamo questa semplice verità, sebbene l’orda militarista non intenda prenderne nota. Eppure, le conseguenze della guerra sono – oltre agli immani cumuli di macerie sotto gli occhi di tutti – immani cumuli di menzogne e paure, di squallori e miserie, immani cumuli di tormenti per la morte di persone care. E furiosi desideri di vendetta. Come non vedere che tutto ciò rischia di alimentare nuove spirali di odio, innescando, prima o poi, il tragico circolo vizioso di nuove guerre?

    A chi vorrebbe tacitarci dicendo che, però, le guerre ci sono sempre state, io rispondo: non lasciatevi incantare da queste parole, non lasciatevi chiudere la bocca, fate che la pace non sia un tabù!

    Ecco, bisogna lottare con la forza della ragione, impiegando le armi dell’onestà, della rettitudine e dell’intelligenza. E in tal senso le possibilità offerteci dai mezzi di comunicazione sembrano oggi varie e numerose quanto basta. Ricordiamoci che nella storia non sono mai mancati donne e uomini capaci di raccogliere la sfida della lotta per la libertà e l’emancipazione, anche quando ciò comportava il prezzo di incomparabili sacrifici.

    Quanti di loro sono andati incontro alla discriminazione sul lavoro? o alla disoccupazione? o al licenziamento? Quanti sono finiti in carcere? Quanti i morti in campo di concentramento? O i costretti alla fuga onde evitare la morte? Quanti vennero indotti alla disperazione e al suicidio? E quanti ancor oggi cercano riparo nella folla anonima delle grandi metropoli, abbandonando il paese in cui sono nati, essendo loro impossibile condurvi liberamente una esistenza minimamente serena?

    Vorrei ricordare Magnus Hischfeld, che fu autore di uno studio scientifico su questo speciale aspetto dell’urbanesimo e che fondò a Berlino un centro di accoglienza. Dovette riparare in Svizzera per evitare la camera a gas.

    Vorrei ricordare, in quegli stessi anni, l’attore e scrittore turgoviese Karl Meier, noto anche come “Rolf”, che portava avanti assieme al lavoro una coerente militanza antifascista nel cabaret Cornichon, e che fondò la rivista Kreis come pure l’omonimo centro di cultura, con vasta risonanza presso l’opinione pubblica di tutto il mondo libero.

    Rivoluzionarie e paradigmatiche furono, nel secondo dopoguerra, Rosa von Praunheim, regista di pellicole sfrontate e sconcertanti, il sempre malfamatissimo Rainer Fassbinder e un Pier Paolo Pasolini continuamente bersagliato da querele a causa dei suoi film sessuo-politici che avevano conquistato un vastissimo pubblico, seppure a mio avviso su un piano talvolta meramente voyeuristico.

    Per ciò che concerne la letteratura non tento nemmeno di fare un elenco di tutti quelli che, dopo Whitman e Wilde – da Gide a Cocteau, da Genet a Sartre a White e Baldini e Vidal e Monicelli e cento altri –, hanno contribuito a combattere il pregiudizio.

    Ma giunti sin qui, quel che mi preme è sottolineare un punto a mio avviso essenziale: care amiche e cari amici, nella vita non si hanno soltanto dei diritti. Ci sono anche i doveri. Sì, doveri, che chiedono di essere osservati con coscienziosità, verità e amore.

    In molti paesi del mondo il nostro festival non potrebbe avere luogo. In 35 nazioni vige la pena di morte. E durante l’anno 2001 le agenzie di stampa hanno dato notizia di ottantuno tra decapitazioni e lapidazioni di persone accusate di: “omosessualità”.

   Il cammino da compiere, come si vede, è ancor lungo. Perciò, se un festival cinematografico ci può ben apparire una goccia su una pietra rovente, non di meno lasciateci sperare che prima o poi, perseverando, anche questa goccia peserà, conterà, contribuirà ad alimentare una pianta fertile che porterà i suoi frutti.

    Per noi qui i frutti iniziano anzitutto dalla ricchezza emozionale che il cinema sa regalarci: nel pianto, nel riso e nella riflessione.

    Perciò, un grazie a tutti coloro che hanno dedicato le loro energie  all’organizzazione di questo Pink Apple Film Festival di Frauenfeld e che meritano di raccogliere pieno successo.

    Vi auguro di non mollare mai e di continuare sempre a combattere con intelligenza e con onestà.

    Grazie della vostra attenzione.

 

 

Un’iniziativa della “Fabbrica” 

Che Ettore sia con noi !!!

 Centenario di Cella-Dezza: appuntamento cinematografico a Zurigo, giovedì 12.9.2013, ore 20, al “Punto d’Incontro”, Josefstrasse 102

 di Mattia Lento

 A 100 anni dalla nascita di Ettore Cella-Dezza la “Fabbrica” di Zurigo ha deciso di ricordarlo e rendergli omaggio con due proiezioni presso il Punto d’Incontro (Josefstrasse 102).

    Il 12 settembre, giorno dell’anniversario, e il 9 dicembre verranno mostrati infatti Bäckerei Zürrer e Hinter den sieben Gleisen, due film del grande regista elvetico Kurt Früh, in cui Ettore interpreta i due personaggi ormai leggendari di papà Pizzani e del venditore di banane Colonna.

    La visione dei due film sarà l’occasione per vedere le immagini dell'Aussersihl alla fine degli anni ‘50, quell’“Ettores Chreis” che ha segnato la storia di una città e dei suoi migranti.

    Questa breve retrospettiva, inoltre, rendendo omaggio a uno dei più illustri simboli dell’integrazione straniera a Zurigo, vuole essere di buon auspicio per l’iniziativa cantonale del 22 settembre per il diritto di voto straniero a livello locale. Che Ettore sia con noi !!!

 

lunedì 24 giugno 2013

STORIA E MEMORIA - Ricordare Matteotti ( 3 / 3 )

Per ricordare il segretario socialista Giacomo Matteotti assassinato dai sicari fascisti il 10 giugno del 1924 abbiamo ripreso il discorso tenuto da Giuliano Vassalli nel 2004 di fronte alla Camera dei Deputati. Le prime due parti del discorso di Vassalli sono apparse sull’ADL del 5 e del 12 giugno. In questo capitolo, terzo e conclusivo, viene focalizzata l’intensa attività parlamentare e di guida politica del leader socialista.

di Giuliano Vassalli

   Altre pagine di profondo chiarimento sono quelle dedicate ai rapporti tra partito socialista e Nazione. Vorrei qui una breve parentesi per ricordare che in una delle lettere a Velia, del novembre 1918. Matteotti scrive dell'amor di patria, che deve servire per farlo diventare migliore, non per esaltarlo anche nel male o per dimenticare o sottoporre le altre". Tornando al manifesto contenente le direttive per il PSU, Matteotti scrive: "La nazione è una realtà geografica e vivente, entro cui tutti viviamo e cresciamo". Fingere di ignorarla o di essere indifferenti alle sue sorti, sarebbe come dire che ci è indifferente che il proletariato viva in un paese a sviluppo capitalistico o nel centro dell'Africa; abbia cioè o non abbia le condizioni prime del suo domani socialista ...Anche in una guerra, in una crisi conseguente ad una politica di cui non è nostra la responsabilità, noi siamo legati alle sorti della Nazione. Né vale il dire che poiché d'altri è la colpa, altri pensi a risolvere la crisi: la colpa è di altri, ma le conseguenze sono di tutti, sono anche nostre, e ricadono più spesso sulle spalle del proletariato". A questo punto la relazione di Matteotti tratta anche della necessità di non cadere nella doppia schiavitù del capitalismo nazionale e del capitalismo dello Stato invasore. Il riferimento è esplicito alla occupazione franco-belga del distretto della Ruhr (iniziatasi proprio nel gennaio 1923), tema sul quale Matteotti ripetutamente intervenne con una serie di articoli nel quotidiano "La Giustizia" e con un apposito studio di taglio scientifico intorno al problema delle riparazioni di guerra.

   Non è possibile che io mi soffermi sugli altri capitoli della relazione, dedicati all'internazionalismo socialista, e alla sua correlazione perfetta con l'amore dei socialisti italiani per il proprio paese, alla posizione dei socialisti unitari nei confronti dello Stato e della legge, nei confronti dei Comuni, dell'organizzazione operaia e della sua libertà, dell'interesse alla produzione, della cultura popolare. Non posso però fare a meno di ricordare che in quell'aureo manifesto progressista si postula testualmente l'avvento degli Stati Uniti d'Europa "che si sostituiscano alla frammentazione nazionalista in infiniti piccoli Stati turbolenti e rivali".

    Questi fu Matteotti segretario di partito, apostolo di verità e di ragione; che tuttavia non agiva solo attraverso relazioni o manifesti, ma era sempre presente nelle sezioni, accanto ai suoi compagni anche quando non era possibile tenere comizi o assemblee, esempio tenace di coraggio e di fede. Le mostre commemorative che si sono svolte in questa primavera a Firenze, a Roma, a Milano e altrove hanno potuto raccogliere documenti e fotografie molto significativi di questi momenti, sottratti alle distruzioni ordinate ed eseguite per ogni dove dai fascisti, che avevano ben presto individuato in lui il più pericoloso, il più intelligente, il più coerente dei loro avversari. Resta da dire del Matteotti parlamentare, subito segnalatosi per cultura per impegno sin dall'inizio della XXVma legislatura del regno. Ritorno così ai volumi dei suoi discorsi, organizzati e pubblicati dalla Camera dei Deputati nel 1970 e a quanto ha con tanta pertinenza ricordato il presidente della Camera.

    Sin dall'inizio l'attività di Matteotti alla Camera fu incessante. Ricorda Schiavi nella biografia più sopra citata che egli, "analizzatore e documentatore", passava ore ed ore nella biblioteca della Camera a sfogliare libri, relazioni, statistiche, da cui attingeva i dati che gli occorrevano per lottare, con la parola e con la penna, badando a restare sempre fondato sulle cose". La sua competenza, la sua prontezza, la sua preparazione, la sua versatilità, l'efficacia del suo eloquio fecero subito riconoscere in lui un parlamentare di spicco, sì che spesso, pure appartenendo egli alla minoranza del partito (siamo prima della scissione di Livorno) veniva incaricato di parlare a nome del gruppo parlamentare socialista. Come sottolineava Mauro Ferri in un suo studio su "Matteotti in parlamento", a neanche un mese dall'inizio della XXV^ legislatura, il 21 dicembre 1919 , in sede di legge di proroga dell'esercizio provvisorio, egli prende la parola per denunciare l'incapacità del governo Nitti a riparare "alla falla creata nel bilancio italiano dalle spese di guerra, nonché ad attuare una politica tributaria che colpisca il capitale e gli arricchimenti di guerra".

    "I vostri provvedimenti finanziari - egli dirà - rispecchiano ancora la politica di classe della borghesia". Alcune Sue frasi suscitano subito l'intolleranza di altri settori, a cominciare da quelli del partito popolare. Ma egli riprenderà i discorsi contro il governo Nitti nel marzo 1920, insistendo contro provvedimenti finanziari che "tendono a scaricare sui lavoratori i pesi della guerra" e a salvaguardare i sovraprofitti della guerra stessa. Anche qui si hanno varie interruzioni nei confronti dell'oratore. da parte di Schanzer, di Giolitti e dello stesso Nitti. Matteotti accusa il governo di voler lasciare che si restauri la situazione dei lavoratori d'anteguerra quando le loro condizioni erano assolutamente insufficienti anche ai minimi bisogni della vita. Correda il suo discorso di dati e di ragionamenti di economia e di finanza, materie nelle quali, anche come componente della Giunta generale sul bilancio e della Commissione finanze e tesoro, gli divengono ogni giorno più familiari.

    Un altro campo prediletto dei suoi interventi è quello delle materie elettorali: congegno della proporzionale nei comuni, abolizione del diritto elettorale per censo e diritto ad un solo voto, eliminazione di cause di ineleggibilità e incompatibilità, riforma generale della legge elettorale amministrativa. Vivacissimo lo scontro nel giugno 1920 al momento della presentazione del quinto ministero presieduto dall'on. Giolitti, al quale Matteotti nega l'esercizio provvisorio, ironizzando anche sulle qualità miracolistiche attribuite al vecchio uomo di Stato. Dichiara che il partito socialista non teme nuove elezioni politiche, forte come è diventato e come vuol rimanere.

    Ricca di martellanti interventi sui temi più vari è l'estate 1920, nella quale anche per l'impulso di Giolitti, la Camera lavora a ritmi serrati. Agli interventi sui temi in discussione si alterneranno interrogazioni su temi relativi alla politica estera, alle tasse, allo stato (definito vergognoso) dell'istruzione pubblica elementare. In occasione dell'approvazione del Trattato di St. Germain, Matteotti è il portavoce della posizione del Gruppo socialista in favore dell'autonomia della provincia di Bolzano. Nel dicembre 1920 e nei primi mesi del '21 v'è la intensa discussione, in molte sedute, sul prezzo politico del pane e la sua copertura con una imposta straordinaria sul patrimonio: gli interventi di Matteotti primeggiano. Ma intanto v'è l'avanzata delle violenze fasciste (già a metà del 1920) e questo comincia a diventare, negli appassionati discorsi di Matteotti, deputato di Rovigo e dell'Emilia, il tema dolorosamente dominante. Sul futuro le previsioni del deputato socialista sono allarmate ed esprimono l'esasperazione dei lavoratori, mentre Giolitti continua ad assicurare l'imparziale applicazione della legge.

    La Camera viene sciolta anticipatamente il 7 aprile e durante le nuove elezioni Matteotti è sempre più impegnato a difendere Ferrara ed il Polesine dalle violenze armate dei fascisti. Per la XXVI^ legislatura il collegio di Matteotti era Padova-Rovigo, tutto nel Veneto, e così sarà per la XXVII^.

    I deputati socialisti erano scesi da 156 a 123 (esclusi ovviamente dal conteggio i 15 deputati comunisti),mentre il cosiddetto blocco nazionale aumentava di 15 seggi. La novità saliente era data dai 35 deputati fascisti, con a capo Mussolini. Ma il fatto è che la situazione italiana in generale diventa sempre più drammatica. Matteotti attacca ripetutamente il Governo Bonomi per la sua politica fiscale e la sua tolleranza verso la violenza squadrista, industriali, agrari e borghesia per le loro connivenze con il fascismo e denuncia la vita ormai divenuta insostenibile nella provincia di Rovigo a causa di omicidi letteralmente mostruosi e del connesso stato di terrore. La seduta del 12 dicembre 1921 sulle mozioni socialiste seguite al fallito tentativo del "patto di pacificazione" e sulle spedizioni punitive è tesissima. E la stessa cosa deve dirsi per il discorso del 20 maggio e per quello del 13 giugno 1922, tenuti da Matteotti con il consueto vigore.

    Tuttavia per tutta la seconda metà del 1921 e per tutto il 1922 continuerà, anche da parte di Matteotti, l'attività parlamentare per dir così ordinaria. Il 16 dicembre 1921 Matteotti interviene una nuova volta sul disegno di legge per la proroga dell'esercizio provvisorio degli stati di previsione dell'entrata e della spese chiesta dal Ministero del Tesoro, onorevole De Nava, ed è questa un'altra occasione per una completa quanto polemica disamina della politica economica e finanziaria. Certamente anche a questo intervento, oltre che alle relazioni ed agli interventi sul bilancio dello Stato (e segnatamente alla relazione sullo stato di previsione dell'entrata per l'esercizio finanziario 1922-1923 presentata da Matteotti 1l 10 agosto 1922), definita documento di "sapienza legislativa") si riferiva l'insigne economista Achille Loria quando scriveva che pochi altri nel Parlamento avevano la competenza e il possesso di quelle materie propri di Matteotti che molti altri Parlamenti stranieri ce lo avrebbero potuto invidiare.

    Nel marzo 1922 Matteotti intervenne sul bilancio del Ministero dell'Interno, soffermandosi con grande competenza sulla situazione carceraria (era in corso il passaggio di competenze dall'Interno alla Giustizia), sulle spese per la sicurezza pubblica, sulle spese di beneficenza, sulle imposte degli enti locali e la loro ripartizione, sulle quote di sovrimposta (in relazione alle quali rifece i calcoli di amministratori e di professori, dimostrando che erano errati), sulla insufficienza delle spese per l'istruzione e su altro ancora. Seguiranno, nei mesi successivi, altri interventi sulle amministrazioni locali, sulle indennità a ufficiali e sottufficiali, sui dazi sul grano, sulle procedure di riscossione delle imposte dirette, sul bilancio del ministero della pubblica istruzione, sulle modifiche al regolamento della Camera, sul consorzio zolfifero siciliano, sugli stipendi e mercedi degli impiegati e salariati dello Stato. E così sarà nel corso del 1923, nonostante la tensione con il partito fascista ormai al Governo e il continuo aggravarsi delle violenze, con relative denunce. Tuttavia l'attività parlamentare in genere fu ben più ridotta che nel recente passato perché Matteotti era ormai molto impegnato come segretario del partito, nel quale doveva provvedere a tutto o quasi tutto, lavorando come segretario in un bugigattolo di piazza di Spagna, dove la direzione del partito aveva dovuto rifugiarsi avendole i padroni di altre case chiuso le porte per timore di una invasione delle camice nere; un locale sprovveduto di riscaldamento dove Matteotti con il soprabito sulle spalle per il freddo, scriveva tuttavia messaggi, direttive, missive con i partiti socialisti europei, articoli per il quotidiano "La giustizia". Egli percorreva inoltre la penisola, tutti spronando a maggiore attività e maggiore coraggio, e in ogni caso per contenere le tendenze sindacal-collaborazioniste o accomodanti. E' del novembre 1923 il suo opuscolo (di cento pagine) "Un anno di dominazione fascista", che malgrado il sequestro del quale era stato colpito egli cercò di diffondere in tutta Italia. Si arrivò così alle elezioni dell'aprile 1924, che segnarono una ulteriore avanzata fascista (Mussolini era ormai al potere da un anno e mezzo) e una débacle socialista: i deputati del partito socialista unitario risultarono in tutto 24 e meno ancora (22) furono quelli del partito socialista massimalista.

    Matteotti (che era stato eletto sia nel Veneto che nel Lazio) aveva raccolto dalle sezioni del partito notizie varie, concernenti molte parti d'Italia, sul clima di sopraffazione, di minacce, di violenze nel quale le elezioni politiche si erano volte; e teneva detto materiale su di sé. Il 30 maggio, alla Camera, il presidente neoeletto, Alfredo Rocco (Antonio Casanova nelle varie edizioni del suo bellissimo libro ha scritto "un po' per inesperienza un po' per mettere in atto un sistema sbrigativo voluto da Mussolini presente al banco del Governo") ricevuta dalla Giunta delle elezioni la relazione di convalida in blocco di tutti gli eletti della maggioranza, ne mise ai voti l'accoglimento dopo aver letto velocemente i nomi dei convalidandi. Le opposizioni furono colte alla sprovvista perché nessuno si attendeva che quel giorno si dovesse decidere sulla convalida e in quel modo. L'onorevole Enrico Presutti, del gruppo di Giovanni Amendola, si alzò e cercò di dimostrare, tra urla e interruzioni, l'assurdità della procedura e propose la sospensione ed il rinvio ad altra seduta. Farinacci replicò per respingere la richiesta e Modigliani parlò efficacemente per appoggiarla e perché si chiedesse alla Giunta una relazione scritta. Perduta ovviamente la battaglia procedurale, si poteva aprire la discussione su eventuali contestazioni, ma nessuno era pronto. Matteotti si alzò e domandò di parlare. Chiarì subito, con argomenti d'ordine procedurale e parlamentare assai validi, quello che chiedeva, e cioè la contestazione in blocco della validità della elezione della maggioranza ed il rinvio delle elezioni inficiate dalla violenza alla Giunta delle elezioni. Tra intemperanze e urla di ogni specie prese a trattare degli episodi di violenza, che non permettevano di parlare d'elezioni valide. "Vi è - disse - una milizia armata, composta di cittadini d'un solo partito, la quale ha il compito di dichiarare di sostenere un determinato Governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse". A causa delle incessanti interruzioni ed ingiurie l'intervento di Matteotti durò un'ora e mezza. Rocco, che aveva capito l'aria che spirava, invitò a un certo punto Matteotti a parlare prudentemente. Matteotti replicò testualmente che chiedeva di parlare non prudentemente né imprudentemente, ma parlamentarmente. E continuò a narrare dei contadini e degli altri cittadini minacciati, di coloro che non avevano potuto accettare la candidatura perché "sapevano che accettarla significava non aver più lavoro l'indomani o dover abbandonare il proprio paese per emigrare all'estero", dei candidati bastonati anche se parlamentari (ricordiamo che egli stesso era stato vittima di ripetute selvagge aggressioni sin dal 1921), dell'impossibilità che si era verificata di avere rappresentanti di lista al seggio tranne che se appartenenti al partito fascista, e ciò nel 90% dei seggi. Terminato che ebbe di parlare - narra Alessandro Schiavi nel suo volume - l'onorevole Giovanni Cosattini del partito unitario avvicinò l'oratore per congratularsi del suo coraggio e stringendogli la mano. E Matteotti rispose prontamente al collega: "Però voi adesso preparatevi a fare la mia commemorazione funebre". (La mai età mi consente di dirvi che ho avuto l'onore di conoscere, nella sua età matura, l'onorevole Giovanni Cosattini, deputato alla Costituente e senatore della prima legislatura repubblicana: e suo figlio Luigi, mio collega universitario, professore di diritto civile, ufficiale di complemento, fucilato dai nazisti. Mi sembra di rivederli entrambi...).

    Naturalmente la proposta di rinvio degli atti alla Giunta delle elezioni presentata formalmente con le firme di Labriola, Matteotti e Presutti e messa ai voti per appello nominale, fu respinta. 258 "no", 57 "sì" e 42 astenuti su 384 presenti e votanti. Dopo il 30 maggio Matteotti si recò altre volte a Monte Citorio, dove del resto stava andando alle 16,30 del 10 giugno, uscendo dalla sua abitazione di Via Pisanelli 40, a pochi passi dal Lungotevere Arnaldo da Brescia, quando fu aggredito, sequestrato e rapito. In particolare partecipò anche ad una seduta del 4 giugno, avendo ivi uno scambio di dure parole con Mussolini, che dal banco del Governo aveva protestato anche per i troppo frequenti accenni che si solevan fare sui suoi trascorsi socialisti e antimilitaristi di dieci anni prima. Ma la condanna a morte di Matteotti era già stata decretata dopo l'intervento del 30 maggio.

    Signor Presidente della Camera, il mio intervento, già troppo lungo, termina qui. Non parlerò né delle coltellate mortali inferte in auto al deputato rapito che si dibatteva per sfuggire ai sicari, ne della fuga degli assassini per le campagne a nord di Roma, né del rinvenimento dei miseri resti del Martire soltanto nell'agosto successivo, nella macchia della Quartarella presso Riano Flaminio; né delle ipotesi sui mandanti né dei processi (dall'istruttoria di Roma al giudizio d'assise svoltosi in Chieti e al nuovo giudizio del dopoguerra) né della commemorazione tenuta da Filippo Turati il 27 giugno 1924 in una sala di questo palazzo - e non nell'Aula dove ormai i deputati che avevano deciso l'Aventino più non rientravano; né del viaggio della salma verso Fratta Polesine e della dignitosissima lettera scritta prima di tale trasporto al ministro dell'Interno Federzoni da Velia Matteotti (una donna straordinaria, il cui dolore ebbe termine con la prematura morte, a 48 anni di età, nel 1938); né delle silenziose esequie in Fratta il 21 agosto 1924 né degli oltraggi postumi né del mito creatosi in ogni parte d'Italia e del mondo intorno alla figura del martire, assurto per ogni dove a simbolo di libertà. Nostro compito, in questa sede, era solo quello di ricordare un deputato esemplare, per diligenza, per competenza, per impegno, per combattività, per fede indomita nella libertà e nella giustizia. Un deputato che ha onorato di fronte al mondo l'istituzione parlamentare e l'Italia.

 

(3/3 – Fine)