giovedì 17 ottobre 2013

Teologia della liberazione e Chiesa dei poveri

Da MondOperaio
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di Gianfranco Sabattini



Con l'ascesa al pontificato di Papa Francesco ha ripreso slancio e vigore il dibattito sulla "teologia della liberazione", una corrente ecclesiale nata dal "matrimonio della Chiesa con i poveri", come afferma Leonardo Boff, ex frate francescano, teologo e scrittore brasiliano. L'attività pubblica di Boff è sempre stata orientata alla difesa dei poveri, e il suo fermo impegno nella lotta contro l'oppressione dei popoli latino-americani lo ha portato a scontrarsi con le gerarchie vaticane, sino a condurlo nel 1992 ad abbandonare l'ordine dei francescani.

Per comprendere il significato della riproposizione oggi della teologia della liberazione è utile tener presente il processo attraverso il quale, dopo essere nata ai tempi del Concilio vaticano II (1962-1965), essa è venuta evolvendo, non senza contrasti, all'interno del mondo ecclesiastico.

Il suo corpo centrale esprime un impegno pastorale della Chiesa coincidente in toto con il significato e la pretesa dell'umanesimo socialista; questo, come l'umanesimo predicato da Cristo, afferma che l'affrancamento dei poveri e degli oppressi dal loro stato di minorità non può essere realizzato se si prescinde dalla comprensione e dalla rimozione delle condizioni che sottendono l'organizzazione del sistema sociale e dalla natura dei prevalenti rapporti materiali esistenti tra tutti i suoi componenti. Se non fosse così, che significato simbolico si dovrebbe assegnare al gesto con cui Cristo, salendo le scale del Tempio, getta a terra il denaro dei cambiavalute rovesciandone i banchi, se non quello di aver voluto con quel gesto reagire ai prevalenti rapporti materiali di un sistema sociale che, per via della sua natura, consentiva che gran parte della popolazione del suo tempo fosse conservata nell'indigenza, nella povertà e nella sofferenza?

Boff, in La Chiesa dei poveri, racconta che alla fine del 1965 quaranta vescovi di tutto il mondo, ispirandosi a Papa Giovanni XXIII, si sono riuniti nelle catacombe di Santa Domitilla, fuori Roma: questo è stato l'antefatto che ha determinato nel 1968, in occasione della Conferenza episcopale latino-amaricana tenutasi a Madellin, l' "irruzione" nella coscienza ecclesiale della centralità dei poveri e degli oppressi e l'urgenza di un impegno pastorale da parte della Chiesa per la loro liberazione. Da questa presa di coscienza ecclesiale, afferma Boff, è nata la teologia della liberazione; per mezzo delle sue pratiche, "nei sindacati, nei partiti politici di indirizzo popolare, nelle comunità cristiane, nei movimenti di resistenza e fino allo scontro con le forze di controllo e di repressione del regime allora dominante in America Latina", i movimenti popolari di protesta e di resistenza si sono imposti come nuovi protagonisti e come nuovi attori sociali.

Negli anni Settanta la teologia della liberazione ha orientato il proprio impegno verso il "povero e l'oppresso materiale, sociale e politico"; la loro liberazione doveva passare per le "liberazioni storico-sociali", senza le quali non sarebbe stato possibile riscattarli dal loro stato di alienazione. Negli anni Ottanta l'impegno è stato orientato verso la comprensione della condizione del povero e dell'oppresso culturale, riflettendo non solo sulle condizioni materiali, sociali e politiche dei poveri e degli oppressi, ma anche sulla cultura che sottendeva il perpetuarsi della loro condizione di alienazione. Negli anni Novanta, infine, la teologia della liberazione ha allargato il paradigma della sua riflessione teologale e della sua azione pastorale, considerando i pericoli derivanti a tutta l'umanità dalla crisi ecologica, nella consapevolezza che la Terra non era più in grado di sopportare la dilapidazione delle sue risorse: non esistendo più un'arca di Noè utile per trarre in salvo alcuni, abbandonando gli altri al loro destino, era necessario un impegno dei cristiani e con loro di tutti gli uomini di buona volontà per una liberazione integrale della Terra.

Il peso della teologia delle liberazione, afferma Boff, si è fatto sentire durante il suo sviluppo, per cui la crescente espansione nella coscienza ecclesiale all'interno dell'apparato centrale della Chiesa non ha tardato a richiamare l'attenzione su due possibili pericoli: la riduzione della fede alla politica e l'uso acritico dell'analisi del marxismo nella cura delle condizioni esistenziali dell'uomo. Ne è prova il fatto che negli anni Ottanta l'allora cardinale Joseph Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, non ha condannato la teologia della liberazione, ma quelle sue deviazioni che avevano perso di vista il soprannaturale per divenire solo una sovrastruttura di un progetto marxista.

Per molti ecclesiastici conservatori – incluso il cardinale Gerhard Müller, attualmente al vertice dell'ex Sant'Uffizio – Ratzinger, con la sua condanna degli anni Ottanta, ha preparato la strada a una vera teologia della liberazione, legata alla dottrina sociale della Chiesa, che oggi con l'ascesa al pontificato di Papa Francesco è pronta a levare la propria voce.

Una delle prime dichiarazioni di Papa Francesco, infatti, è stata quella di volere "una Chiesa povera per i poveri", memore del fatto che nella sua formazione spirituale da gesuita aveva avuto, e continua ad avere, una parte importante la "teologia del popolo argentina". I conservatori, annidati all'interno dell'Opus Dei, avrebbero voluto che la teologia del popolo, pur schierata dalla parte dei poveri e degli oppressi, si caratterizzasse per il non uso dell'analisi marxista dei problemi sociali e per l'uso, in sua vece, di un'analisi che privilegiasse i problemi storico-culturali: come dire sì alla cura dello stato dei poveri e degli oppressi, ma senza alcuna attenzione all'origine sociale e politica della povertà e dell'oppressione.

Le preoccupazioni degli ecclesiastici conservatori sembrano destinate a non avere alcun peso sul futuro del movimento: tanto che Papa Francesco ha ricevuto in udienza privata Gustavo Gutiérrez, teologo domenicano peruviano, uno dei cofondatori della teologia della liberazione e autore di un recente libro dal titolo che non ammette fraintendimenti: Dalla parte dei poveri. Teologia delle liberazione, teologia della Chiesa. La vicinanza di Papa Francesco a Gutiérrez vale a dimostrare che anche la teologia del popolo argentina è lontana dall'idea che la dimensione sociale e politica dell'azione pastorale della Chiesa possa fare correre il rischio che si perda di vista il rapporto tra uomo e Dio. Anzi, per la Chiesa universale e per tutti i suoi credenti, questo rapporto potrà costituire realmente il fondamento del riscatto dalla povertà e dall'oppressione dell'uomo solo se tale riscatto sarà realizzato non attraverso un atto caritatevole, ma attraverso la rimozione delle cause sociali e politiche della povertà e dell'oppressione. Ma per rimuovere tali cause occorre conoscerle, e la loro conoscenza è strumentale al conseguimento delle finalità di tutte le forme di umanesimo socialista, tra cui quella dell'umanesimo marxiano, tradito dai suoi rudi interpreti, e quella dell'umanesimo cristiano. Accedendo a questa prospettiva diventa possibile, come afferma padre Gutiérrez, sfatare l'ironica battuta dell'arcivescovo brasiliano Hélder Câmara: se si dà un pane a una persona affamata, si dice che si è santi; mentre, se si chiede perché una persona ha fame, si dice che si è comunisti.

In chiusura, viene fatto di osservare che nel mondo del cristianesimo, come in quello secolarizzato dell'economia e per certi persi della società secolarizzata tutta, i tedeschi sembrano compiacersi d'essere i leader del conservatorismo, sotto le mentite spoglie dei "cani da guardia" della tradizione. Che sia solo un caso?

Tre primi passi

Da CRITICA LIBERALE
riceviamo e volentieri pubblichiamo


Brevissima a papa Francesco


"La Chiesa si spogli delle sue ricchezze". Così pare che Ella voglia dire, nel Suo prossimo discorso, che terrà nella città del frate dal quale ha voluto prendere il nome per il Suo pontificato.

Detta in questi termini, appare un'affermazione semplice, perfino condivisibile; ma non è esattamente così. Quali sono infatti, le ricchezze della Chiesa? Ci si riferisce alla liquidità dello IOR o anche a tutti i capolavori dell'arte e della cultura che appartengono alla Curia o alle sue infinite emanazioni territoriali? Alle ostentazioni della Curia stessa o anche ai malcelati supporti imprenditoriali dell'ecclesia, siano essi editoriali, ricettivi o di refezione?

Noi impenitenti laici problemisti e critici diffidiamo delle affermazioni di larghissima massima e non riteniamo che una Chiesa debba necessariamente spogliarsi di tutto. Ci accontentiamo di molto di meno.

Guardando al nostro cortiletto di casa, a quell'Italia che pure, lo riconoscerà, la Chiesa ha condizionato politicamente per secoli, ci accontenteremmo di due o tre decisioni di puro buonsenso e di impeccabile stile, che ci pare possano essere nelle Sue corde.

Non le chiediamo ora di disdettare unilateralmente il Concordato, rinunciando di punto in bianco ai tanti privilegi che concede alla Chiesa Cattolica con i denari dei contribuenti, anche di quelli laici, dei fedeli di altre religioni, di quegli "anticlericali" tra i quali sorprendentemente, ma correttamente (non era forse anticlericale Gesù quando si scagliava contro i "sepolcri imbiancati"?), ha ritenuto di potersi, a tratti, annoverare.

Chiediamo tre piccoli primi passi, per favorire un inizio di percorso comune tra credenti e non credenti che vada oltre le parole.

Rinunci a tutti gli introiti che alla Chiesa, a corretti termini di legge, ma contro ogni logica, provengono dal sistema dell'8 per mille attraverso il cosiddetto "inoptato", ovvero come pura regalia dello Stato da un monte finanziario che nessun cittadino ha espressamente deciso di versare alla Sua Chiesa. Limiti la Chiesa Cattolica a ricevere il frutto delle sole opzioni espresse dei contribuenti.

Chieda di scomputare dai versamenti annuali dello stato alla Chiesa un importo pari alle retribuzioni degli insegnanti di Religione nelle scuole di Stato, se proprio non vuole, per ragioni pastorali, portare coerentemente alle sue conseguenze la Sua recente affermazione contro il "proselitismo". Chieda altresì di scomputare da quegli stessi versamenti le retribuzioni dei cappellani militari, recentemente parificati ai diversi gradi della carriera dei combattenti, con ulteriore crescita dell'onere per l'Erario.

Promuova Ella sua sponte un censimento delle attività economicamente profittevoli di enti e istituzioni ecclesiastiche e dia una direttiva inderogabile in ordine al pagamento, su di esse, di ogni tassa e contributo, da quelle sugli immobili a quelle sul lavoro.

Non chiediamo nulla che non sia rettamente accettabile in termini di puro buon senso, senza rimettere in discussione fondamenti del rapporto tra Stato e Chiesa che pure noi, da sempre, riteniamo revocabili in dubbio, Concordato innanzitutto (ma chissà che un giorno non se ne possa laicamente discutere, con un Papa che mostra aperture non trascurabili al concetto di laicità).

Chiediamo questo in maniera non provocatoria e senza secondi fini. Nell'auspicio di un confronto che non sia solo dialogico ma rimetta nei termini corretti delle responsabilità reciproche il rapporto tra laici e cattolici in Italia.

Critica liberale

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Hans Küng sul fine vita

DA ITALIALAICA

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Hans Küng, uno tra i più famosi teologi contemporanei – noto soprattutto per le idee progressiste e di rottura rispetto alla tradizione cattolica cui appartiene – si esprime a favore dell'autodeterminazione sul fine vita: "Nessuno dovrebbe essere obbligato a tollerare delle sofferenze insopportabili come se fossero inviate da Dio".



Lo studioso svizzero, nato nel 1928, è da tempo affetto dal morbo di Parkinson e nel suo ultimo libro Erlebte Menschlichkeit ("Umanità vissuta", volume di memorie pubblicato in lingua tedesca la scorsa settimana) esprime il proprio parere favorevole all'autodeterminazione sul fine vita.

"Nessuno dovrebbe essere obbligato a tollerare delle sofferenze insopportabili come se fossero inviate da Dio" scrive il professore di teologia a Tubinga. "Ognuno ha il diritto di decidere per se stesso e nessun prete, dottore o giudice può impedirlo".

Per Küng, dunque, l'eutanasia non sarebbe una forma di omicidio, quanto piuttosto una "restituzione della vita nelle mani del Creatore", una scelta compatibile con la fede in Dio e la vita eterna promessa da Gesù.

Una posizione che però si scontra con la netta contrarietà al suicidio assistito della dottrina vaticana. Küng ha sempre avuto posizione progressiste, nel 1979 dopo che mise in dubbio la dottrina dell'infallibilità papale il Vaticano gli revocò la licenza all'insegnamento. Ma lui, convinto delle sue tesi, ignorò ogni pressione a ritrattare.

lunedì 14 ottobre 2013

Lutto Aldo Rosselli (1934-2013)

Ha portato con onore il cognome dei Rosselli
testimoniando nella sua vita i valori
di Giustizia e di Libertà

E' con profonda commozione che vi annunciamo la scomparsa, avvenuta a Roma lo scorso mercoledì 2 ottobre, di Aldo Rosselli, giornalista e scrittore figlio di Nello e nipote di Carlo Rosselli. La Fondazione Circolo Fratelli Rosselli esprime la sua vicinanza ai figli Monica e Giacomo, ai fratelli Alberto, Silvia e Paola e a tutti i familiari. - Fondazione Circolo Fratelli Rosselli

Associandoci al cordoglio per la scomparsa di Aldo Rosselli, riportiamo
il ricordo di lui scritto da Elèna Mortara Di Veroli e apparso
sul portale dell'ebraismo italiano moked<http://moked.it/blog/2013/10/06/aldo-rosselli-1934-2013/>



Il 2 ottobre, dopo lunghi anni di malattia sopportata con coraggio, è morto a Roma lo scrittore Aldo Rosselli, intellettuale sensibile e raffinato la cui opera di narrativa e acuta riflessione critica meriterà di essere studiata e inserita nella storia della letteratura italiana più di quanto non sia avvenuto finora.

Nato a Firenze nel dicembre 1934, era figlio di Nello Rosselli, lo storico del Risorgimento, antifascista, assassinato in Francia insieme al fratello Carlo da sicari del fascismo italiano nel 1937. La nonna paterna Amelia Pincherle Rosselli, lei stessa scrittrice e madre amatissima di ben tre figli morti "per la patria" (il maggiore, Aldo, era caduto volontario nella I Guerra Mondiale, e di lui il nostro portava il nome), fu influenza fondamentale e figura di riferimento per tutta la famiglia anche negli anni a seguire, durante il lungo esilio dapprima in Svizzera e Inghilterra e poi negli Stati Uniti, e infine nel ritorno in Italia nel dopoguerra.

Nel 1956, a poco più di vent'anni, Aldo fu socio fondatore insieme all'amico Roberto Lerici della rinnovata casa editrice Lerici, che fino ad allora si era occupata di opere scientifiche, e che i due amici trasformarono in casa editrice letteraria, aperta alle letterature del mondo.

Grazie alla sua sensibilità di lettore e ai suoi contatti americani, nella sua veste di editore il giovane Rosselli diede un contributo di straordinaria importanza alla conoscenza italiana di grandi scrittori quali Henry Roth e Isaac Bashevis Singer, che fu appunto la Lerici a pubblicare per la prima volta in Italia all'inizio degli anni sessanta: "Satana a Goray" di Singer uscì da Lerici nel 1960, "Chiamalo sonno" di Henry Roth nel 1964. I molti ammiratori di questi scrittori, tra cui chi scrive questa nota di addio, non possono che essere grati alle edizioni Lerici e ad Aldo Rosselli per questa opera pionieristica, finora poco a lui riconosciuta.

Nel breve arco di vita della rifondata casa editrice, 1956-1967, molte altre furono le voci importanti a cui la Lerici diede ospitalità per la prima volta in Italia: basti pensare tra gli scrittori di lingua italiana a Edith Bruck (come noto di origine ungherese, i cui primi due romanzi uscirono appunto da Lerici) e a Dacia Maraini, e tra gli stranieri a Roland Barthes, Witold Gombrowicz, Norman Mailer, per citarne solo alcuni.

Negli anni sessanta, con il graduale esaurirsi dell'attività editoriale, aveva inizio la produzione narrativa (e talvolta anche saggistica) di Aldo Rosselli scrittore, a partire dal romanzo "Il megalomane" (Vallecchi, 1964), seguito da "Ottoz" (1968), "Professione: mitomane" (Vallecchi 1971), "Episodi di guerriglia urbana" (Marsilio,1972), "La trasformazione" (Coop. Scrittori, 1977); "Psichiatria e antipsichiatria nel sud" (Lerici, 1978); "Zefiro" (Rizzoli, 1982); "La famiglia Rosselli" (Bompiani, 1983), "Una limousine blu notte e altri racconti" (Belforte, 1984), "A cena con Lukacs" (Theoria, 1986), "Il naufragio dell'Andrea Doria" (Bompiani,1987), "L'apparizione di Elsie" (Theoria, 1989), "Una favola a metà" (Giunti, 1994), "La mia America e la tua" (Theoria, 1995), "Dalla parte opposta della strada" (Empirìa, 1995), "Prove tecniche di follia" (Empirìa, 2000); "Boston, l'Aventino" (Empirìa, 2007): non soltanto romanzi, ma anche racconti lunghi e saggi-racconti, spesso segnati da una straziante ispirazione autobiografica, sovente narrazioni di nevrosi individuali, di coppia e collettive, che, come detto, meriteranno una lettura più attenta da parte della critica; così come la meriteranno le sue generose battaglie civili e iniziative culturali, inclusa quella più tarda di fondazione del quadrimestrale di cultura "Inchiostri".

E' noto il ruolo storico di Nello Rosselli, padre di Aldo, nel dibattito giovanile ebraico-italiano degli anni venti del Novecento. Il sentimento ebraico fu molto forte anche in Aldo, seppur spesso nascosto nelle pieghe della scrittura. Per chi voglia seguirne alcune espressioni, segnalo in particolare due testi: innanzitutto, nella bella raccolta "Una limousine blu notte", il saggio-racconto di riflessione autobiografica sulla propria scrittura "Abitare questi anni", in cui lo scrittore ha confessato in modo struggente i problemi posti ad un narratore ebreo italiano dall'assenza di una lingua dell'ebraicità analoga allo yiddish degli scrittori ebrei americani, in cui manifestare linguisticamente il proprio rapporto con il proprio ebraismo interiore; e, nel più recente volume "Boston, l'Aventino", il racconto "L'anno 1938 del Professor Zabban", storia del viaggio di ritorno di un giovane ebreo da Parigi alla città natale di Firenze, nell'anno delle Leggi Razziali anti-ebraiche emanate dal fascismo e dell'inizio delle persecuzioni.

Venerdì mattina, nel cimitero ebraico del Verano di Roma, si sono svolti i funerali di Aldo Rosselli. Il feretro è stato deposto nella tomba di famiglia, ove riposa anche la nonna Amelia, e dove Aldo desiderava poter giacere nel suo ultimo sonno. La tomba si trova all'ombra di un maestoso cedro del Libano, circondata da fitta vegetazione, ed è sovrastata da una grande pietra nera dalla forma selvaggia in cui sono incisi altri nomi di famiglia. All'ultimo saluto erano presenti tutti i fratelli, Paola, Silvia e Alberto, due dei tre figli, Giacomo e Monica, la prima moglie Emilia Noventa, rappresentanti dei Circoli Fratelli Rosselli di Firenze e Torino, il critico Renato Minore, insieme ad altre persone di famiglia ed amici: in tutto una trentina di persone. Alcune parole in ricordo sono state pronunciate da alcuni, all'ombra del grande cedro in una limpida giornata di sole.

Chi ha conosciuto Aldo Rosselli difficilmente potrà dimenticarne il lieve sorriso ("in quei sorrisi tenui", ha scritto anni fa Igor Patruno, "brucia la complicità dell'adolescente con le tasche piene di disobbedienze e 'giuste' riserve mentali"), l'arguzia della conversazione, la dolcezza dei modi, la libertà di pensiero, il sostanziale anticonformismo, l'autoironia e l'intelligenza, e il modo in cui questi tratti e i traumi sottostanti si sono travasati nella scrittura e nell'azione culturale di colui che è stato felicemente definito (dal sociologo Carlo Bordoni) "uno scopritore perfido delle pieghe ambigue della realtà, e della mente umana" e un coraggioso "profanatore dei luoghi comuni".

Nel commemorare la morte dello scrittore, la Fondazione Circolo Fratelli Rosselli di Firenze ha scritto che questi "ha portato con onore il cognome dei Rosselli testimoniando nella sua vita i valori di Giustizia e di Libertà". Pur senza enfasi, che mal si addice allo stile di questo uomo raffinato e gentile, questo giudizio può essere serenamente sottoscritto.



Elèna Mortara Di Veroli

giovedì 26 settembre 2013

ESSERE SOCIALISTI, SEMPRE

Per il reinsediamento  

OCCORRE UNA EPINAY ITALIANA - APPELLO PER LA RINASCITA DEL SOCIALISMO IN ITALIA

La scomparsa del socialismo organizzato non ha cancellato la presenza dei socialisti nella vita italiana.

    Oggi troviamo compagni che militano in formazioni dello schieramento di centro-sinistra, in circoli socialisti indipendenti, in associazioni politico-culturali; talora le varie presenze si raccolgono in coordinamenti presenti sul territorio, modello di cui il Gruppo di Volpedo è stato antesignano,  ma sono nettamente prevalenti i compagni senza tessera alcuna che continuano a rivendicare le ragioni del socialismo e lamentano la mancanza di una sinistra italiana capace di promuovere autonomamente rappresentanza e iniziativa.

    Si registra, in questa vasta galassia, molta trasversalità e pure l’intrecciarsi di un dialogo che, purtroppo, fino ad oggi non ha maturato la comune esigenza di ricostruire una soggettività politica, che non significa la riesumazione del vecchio partito socialista, ma un’esigenza profonda di essere come tali nella lotta politica italiana in un momento di grave e aspra crisi della democrazia repubblicana, rappresentando una identità propria che, tramite il farsi della politica democratica, reimmetta con la dignità che gli compete il socialismo nella storia italiana.

    L’Italia ha bisogno di giustizia, di democrazia e di ripresa di una lotta mirata a salvaguardia dei meno abbienti, affinché non ricada sui meno garantiti il peso di una crisi dovuta al globalismo finanziario, che sinora ha dato risposte atte solo a tutelare le classi ricche ed un inadeguato sistema bancario; occorre rilanciare invece una cultura del lavoro che prefiguri garanzie concrete per le giovani generazioni di avere un futuro di vita degno di essere vissuto.

    Gli interessi sociali di rappresentanza del socialismo non sono oggi rappresentati da nessuno.

    La nostra democrazia distrutta dall’inadeguatezza della classe politica del post-tangentopoli, ferita nel profondo da vent’anni di berlusconismo cui sono state contrapposte risposte deboli, nuoviste, improvvisate e destrutturanti le basi stesse della cosiddetta “cultura del movimento operaio”, ossia del lavoro salariato.

    Siamo consapevoli che l’idea che il movimento operaio sia “classe generale “ è un concetto superato, la disgregazione della struttura produttiva basata sulle Grandi Industrie ha modificato, come ci insegnò Paolo Sylos Labini, in profondità la struttura sociale, ma un Movimento Socialista non può non farsi carico esplicitamente degli interessi di “coloro che fanno del lavoro la propria ragione di vita”.

    Le soluzioni tecniche non possono dare un futuro, degno dei nostri principi costituzionali, ai bisogni dei cittadini, ma possono solo offrire assurdi sacrifici pagati da lavoratori e pensionati, ed anche soluzioni governative come quelle in atto che, per quanto sembrano imporsi di necessità, non presentano nessuno dei requisiti necessari per un’opera di ricostruzione vera, anche al fine di riconferire alla democrazia repubblicana quel concetto di “ solidarietà sociale” che le è insito.

    Il socialismo, disperso e diffuso, di fronte a questo quadro drammatico deve battere un colpo;  divenire un pensiero autonomo ed alternativo al pensiero dominante e reimpostare una scommessa sui tempi medi della nostra storia nazionale.

    La Questione Socialista non può essere affrontata, né tantomeno risolta, da altri soggetti, proprio perché essi sono “altro”;

    anche una soluzione indotta dall’esterno del suo proprio luogo storico non è in grado di ridare prospettiva e concretezza alla domanda che il socialismo, e la sinistra italiana, hanno oggi all’ordine del giorno;

    difficilmente può risolversi se altre forze aderiscono al partito del socialismo europeo, riferimento più di connotazione che non di reale iniziativa politica;

    né è sufficiente sperare che le forze di centro-sinistra, in occasione delle elezioni europee dell’anno prossimo, possano mettersi unitariamente insieme sotto il vessillo del PSE.

    Il passaggio tecnico, non certo disdicevole, non è sufficiente ad affrontare la questione di fondo: reimmettere il socialismo, con i suoi storici ideali e precise proposte politiche per muoversi nella crisi del presente, sui binari ricostruttivi di un percorso lungo, difficile, sicuramente incerto, ma l’unico che possa essere percorso.

    L’Italia, in ciò, deve prendere forza e modello dall’esperienza francese: occorre una Epinay italiana che chiami a raccolta, in forma libera, autonoma, con pari dignità, ma precisa ed organizzativamente identificabile, tutte le energie socialiste che  sentono la necessità, la bellezza, e pure il sacrificio, di lanciare questa sfida; in primo luogo a se stessi per una nuova militanza che, nel nome del socialismo, agisca quale fattore propulsivo per tutta la sinistra, anch’essa da ricomporre e riorganizzare: culturalmente, socialmente e politicamente.

    Noi oggi, lanciamo un appello accorato a tutti quei compagni che, dispersi, a disagio in altre organizzazioni, disillusi dalle esperienze passate, dovunque essi siano, perché scendano di nuovo in campo in un tentativo che renda onore, ruolo e soggettività al socialismo italiano.

    Per questo motivi lanciamo la proposta di costituire tra i vari coordinamenti territoriali dei circoli socialisti, che in questi anni, con passione e dignità, hanno tenuto accesa la speranza per una rinascita del socialismo democratico in Italia, una nuova organizzazione nazionale: la RETE SOCIALISTA, che richiama, aggiornandolo ai tempi, il nome della formazione politica di Filippo Turati, che poi dette origine al Congresso di Genova 1892: la Lega Socialista.

    Questo appello non è però una chiamata reducistica, l’essere socialisti oggi non significa esserlo stato ieri è, quindi, rivolto soprattutto ai giovani, e a chi, per ragioni anagrafiche o altri motivi, socialista non è potuto essere oppure non lo è stato, affinché si riapra la stagione della speranza, l’esigenza della lotta dei cittadini per tornare protagonisti del proprio futuro. 

    Ai giovani, oggi annichiliti da una crisi che appare senza speranza, facciamo appello perché tornino a credere che, nel nome della giustizia sociale, della libertà, dei diritti, le cose si possono cambiare per rendere il mondo migliore e per costruire un avvenire di uomini e donne liberi ed eguali.

 

Paolo BAGNOLI, Patrizia VIVIANI, Stefano ORSI, Giovanni REBECHI (Coordinamento Socialisti Centro Italia); Dario ALLAMANO (TO); Giorgio D’AMICO (PE); Peppe GIUDICE (PZ); Giampaolo MERCANZIN (PD).