mercoledì 5 febbraio 2014

Parliamo di socialismo - Che cosa possiamo fare?

FONDAZIONE NENNI

http://fondazionenenni.wordpress.com/

 

di Giuseppe Tamburrano

 

Vi ricordate quando ci chiamavamo “compagni”? Eravamo socialisti perché credevamo che gli esseri umani sono tutti liberi e uguali. E a chi ci accusava di essere “totalitari” noi rispondevamo con le parole di Marx che definiva la società socialista una comunità di liberi ed eguali aggiungendo che noi lottavamo per una società in cui la libertà di ciascuno è la condizione per la libertà di tutti.

Questo era, fu, il socialismo. Inventato da Marx? No, aggiornato da Marx. Perché il socialismo è antico. Nasce il giorno in cui qualcuno recintò un pezzo di terra e dichiarò bellicosamente: “Questo è mio”.

E ricordo quella vignetta di Scalarini nella quale si vede Cristo che esce da una sezione di “Popolari”, tutti proprietari, e si dirige verso la sezione socialista.

E chi non si è commosso nel leggere la “Predica di Natale” di Prampolini? E chi non è stato toccato dal sentimento di quella compagna che ha definito Matteotti “Cristo laico”?

Poi è venuto Lenin che ha dettato: “Qui bisogna sbaraccare tutto e sulle macerie del capitalismo costruire la nuova società”. Hanno sbaraccato tutto, ma hanno costruito una nuova società fondata sul rovesciamento della frase di Marx: “Una società in cui il tuo asservimento è la condizione per il mio potere”.

E quegli altri, i socialisti? Senza la sanguinaria brutalità dei comunisti, ma con congressi ed elezioni hanno dissanguato il socialismo, ridotto ad un ectoplasma.

Forse io non capisco che un’epoca storica, che un evo storico è compiuto.

Ma se leggo sui giornali quanto guadagna un manager rispetto a un operaio, se noto che quell’operaio è fortunato perché comunque guadagna un salario, se noto che il numero di chi non ha un salario, specie tra i giovani, perché senza lavoro, se leggo le cifre crescenti dei poveri, degli abbandonati, degli esclusi, dei senza casa, se comparo gli scandalosi privilegi alle disumane miserie, mi dico: ma andrà sempre così? Che cosa possiamo fare?

 

Annarella Schiavetti Rotter

Ciao, Annarella

Annarella Schiavetti Rotter

(8.9.1921 - 8.1.2014)

Si è spenta, dopo una vita lunga e appagata, Annarella Schiavetti Rotter, pittrice, esponente storica dell’emigrazione antifascista, dirigente socialista, figlia di Fernando Schiavetti (padre costituente) e Giulia Bondanini (co-fondatrice dell’Unione Donne Italiane).

La cerimonia di commiato ha avuto luogo il 20 gennaio scorso alla presenza dei familiari, di un ristretto gruppo di amici e di una delegazione del Centro estero socialista di Zurigo.

Durante la cerimonia i figli di Annarella hanno illustrato, con l’ausilio di una toccante sequenza fotografica, il percorso umano e artistico della madre.

A conclusione della cerimonia di commiato, la prof.ssa Elettra Curetti Schaerrer ha letto un messaggio di cordoglio inviato da Enzio Volli, che riparò in Svizzera nei primi anni Quaranta a causa delle leggi razziali.

L’avv. Volli ha ricordato come la famiglia Schiavetti seppe allora offrire vero conforto e vero esempio morale a una nuova generazione di giovani antifascisti, riuniti a Zurigo nel “Gruppo italiano di cultura Piero Gobetti”, cui aderirono tra gli altri l’eroe della resistenza Luciano Bolis e il grande poeta Franco Fortini Lattes.

 

domenica 2 febbraio 2014

La meglio integrazione

Da vivalascuola riceviamo
e volentieri pubblichiamo
  
di Giorgio Morale
 
Carissimi, vivalascuola dedica questa settimana una puntata alleclassi-ghetto:

http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2014/01/13/vivalascuola-159/

Infatti si predica l'inclusione e si pratica la separazione. Nell'anno in cui si parla di BES (Bisogni Educativi Speciali), si allestiscono classi separate per studenti stranieri: classi-ghetto a Bologna, come prima ad Alte Ceccato (Vicenza), a Costa Volpino (Bergamo), a Landiona (Novara)... 
    La Lega Nord ne approfitta per riproporre le "classi separate per i bambini stranieri che non sanno l'Italiano", ignorando quanto dicono linguisti ed esperienze: che la migliore integrazione si realizza sui banchi di scuola
    In questa puntata di vivalascuola Marina Boscaino fa un quadro della problematica dell'inclusione degli studenti stranieri nella scuola italiana, Carmelo Cassalia avanza alcune proposte, Beatrice Damiani esprime il disagio dell'insegnante quando la scuola diventa un ghetto.
    Completano la puntata materiali sull'argomento e le notizie della settimana scolastica.

C’è un futuro per la nazione italiana?

Da MondOperaio
  
di Gianfranco Sabattini
 
Dopo una prima edizione alla vigilia della celebrazione dell'Unità d'Italia, Emilio Gentile ha ridato alle stampe un suo vecchio saggio, con un capitolo aggiuntivo nel quale azzarda qualche previsione sul futuro della nazione e dello Stato. "Né Stato né nazione. Italiani senza meta", è il titolo del saggio, nel quale Gentile riespone la considerazione che la nazione è tuttora il principio che legittima il "vivere insieme" di un popolo, organizzato nel territorio di "uno Stato sovrano e indipendente"; e rievocando una riflessione di Ernest Renan afferma che la nazione, cioè la persistenza del "vivere insieme", è un plebiscito di quasi tutti i giorni, nel senso che nei paesi in cui sono frequenti le consultazioni elettorali, com'è avvenuto in Italia nell'ultimo mezzo secolo, tale plebiscito viene rinnovato quasi senza soluzione di continuità nel tempo.
    Ma a differenza delle altre nazioni organizzate all'interno del loro Stato, i continui plebisciti elettorali sono valsi in Italia a fomentare divisioni, in presenza di contrapposizioni ideologiche, culturali e territoriali; ed anche con il crollo delle ideologie e la fine della divisione del mondo in "blocchi" irriducibili che ne erano un'importante causa, le divisioni sono cresciute, grazie alla frammentazione dei partiti, alla municipalizzazione della politica, alla personalizzazione del potere e alla contrapposizione tra principi "non negoziabili". Ricordando Renan, Gentile ammonisce che la nazione si regge su rapporti di solidarietà tra tutti i suoi componenti, che trovano la loro origine nel sentimento dei sacrifici compiuti e di quelli che si è ancora disposti a compiere insieme per il bene comune; ciò significa che la nazione presuppone un passato, ma si ripropone nel presente attraverso il consenso generale sulla volontà di continuare a vivere insieme.
    Senonché i componenti della nazione italiana non hanno mai condiviso il sentimento comune dei sacrifici compiuti insieme, e il ricordo del passato ha sempre diviso gli italiani; pertanto solo l'oblio potrebbe unire gli italiani in una solidarietà condivisa. La ricerca storica, precisa Gentile ricordando ancora Renan, può essere un pericolo, perché riporta alla memoria le violenze che accompagnano di solito la nascita delle nazioni, anche di quelle largamente condivise. Per evitare un tale pericolo gli italiani potrebbero fare a meno delle propria storia, e – se lo Stato dovesse sopravvivere alle divisioni – condurre un'esistenza simile a quella degli animali, gli unici esseri organici che tendono a dimenticare, vagando perciò in un presente senza storia.
    La denuncia del malessere della nazione italiana è sempre stata il leit motive dei ricorrenti giubilei dell'Unità, nel 1911, nel 1961 e nel 2011. Sistematicamente, in occasione di ogni giubileo, si è assistito al prevalere delle riflessioni critiche, e sempre è stata condivisa l'opinione che l'Italia non fosse uno Stato moderno, efficiente ed equo, perché erano molti i mali residui della raggiunta unità, che impedivano agli italiani di diventare una nazione di cittadini "liberi ed uguali". In occasione dei giubilei, quindi, si è celebrata un'Italia che in qualche modo progrediva, ma sempre in presenza di profonde divisioni: non solo tra le diverse parti del paese, ma anche riguardo alla mentalità, al modo di concepire la nazione e all'accettazione dello Stato nazionale realizzato con il Risorgimento. In queste condizioni, giunta alla soglia dei suoi centocinquanta anni, l'Italia unita continuava a non stare bene; ed oggi, a distanza di qualche anno, sta ancora peggio.
    L'economia nazionale è in crisi, e scarse sono le possibilità di una fuoriuscita dal tunnel del disastro in cui è stata cacciata dalle scelte improvvide della politica della prima Repubblica. Tali scelte hanno compromesso la capacità di tenuta della base produttiva nazionale, inabissatasi nel vuoto dell'inefficienza non appena ha perso la "pratica" della svalutazione monetaria per reggere la concorrenza delle economie estere. Ma le scelte della seconda Repubblica non sono state meno negative, in quanto, oltre ad aver dato credito e voce ad un partito, la Lega Nord, nata col solo proposito di disunire lo Stato con continue minacce di secessione e di ricorso alla lotta armata, hanno anche in parte minato gravemente l'efficacia della sua organizzazione. Ciò è accaduto perché i partiti creati nel corso della seconda Repubblica hanno accondisceso, per soli scopi di potere, alle pretese della Lega di attuare un malinteso federalismo che ha avuto solo l'effetto di mettere lo Stato allo stesso livello istituzionale delle sue articolazioni territoriali (regioni, province e comuni).
    Come se non fosse bastato, la seconda Repubblica ha contribuito all'esasperazione delle divisioni, favorendo, con la scusa di voler assicurare una maggiore efficienza al sistema-paese, la totale distruzione dell'economia mista che in passato, pur con tutti i suoi limiti, aveva concorso ad assicurare una equità distributiva.
    La distruzione dell'economia mista ha infatti dato la stura all'approfondimento delle disuguaglianze sociali, che nella fase attuale, oltre ad impedire l'attuazione di una politica diretta a tentare di porre rimedio alle scelte errate del passato, è anche motivo dell'aggravarsi della disaffezione verso lo Stato di una crescente parte della popolazione che sta "slittando" verso una condizione di povertà relativa, quando non di povertà assoluta.
 In conclusione, come afferma Gentile, "non si può escludere che gli italiani e le italiane, vergognandosi delle condizioni malsane del loro Stato degradato, possano essere nuovamente capaci di rinnovare la simbiosi fra italianità, unità e libertà e costruire finalmente uno Stato nazionale di cittadini liberi ed uguali, del quale essere fieri: non per orgoglio, ma per dignità". Resta però l'amara constatazione che è estremamente improbabile che ciò possa accadere, considerando che le generazioni attuali, e forse molte altre a venire, dovranno vivere nell'incertezza e nella precarietà perchè l'attuale società politica si è appiattita parassitariamente sul presente, senza riuscire a governare con successo neppure esso.

       

Labour: i conservatori si scusino per come Thatcher trattò minatori

LAVORO E DIRITTI - 2
a cura di www.rassegna.it
  
Nella sua "lotta di classe dall'alto" contro i minatori inglesi la
Lady di Ferro negli anni '80 puntò scientemente all'escalation?
 
Dopo la pubblicazione di documenti d'archivio, secondo cui la Lady di Ferro avrebbe puntato sull'escalation della tensione coi sindacati  e valutato anche l'intervento dell'esercito contro i picchetti, i Laburisti britannici chiedono ora scuse ufficiali.
    Il governo britannico a guida conservatrice ha respinto la richiesta. Nel suo intervento, l'attuale premier David Cameron ha affermato che dovrebbe essere al contrario l'ex leader sindacalista Arthur Scargill, acerrimo oppositore della Thatcher al tempo degli scioperi, a chiedere scusa per il modo in cui guidò la sua organizzazione.
    Ma il partito laburista è intenzionato ad insistere chiedendo anche un'inchiesta adeguata sullo scontro più eclatante di quegli anni di lotta, lo scontro tra 10mila minatori in sciopero e 5mila agenti di polizia, passato alla storia come "Battle of Orgreave".