venerdì 9 luglio 2010

Rina Gagliardi

RICEVIAMO E VOLENTIERI PUBBLICHIAMO

Rina Gagliardi (1947-2010)

Militante, grande giornalista, raffinata intellettuale. 
di Fausto Bertinotti 

La morte di Rina Gagliardi ci strappa un pezzo della nostra vita.
    Rina e' stata unica ed insieme una dei nostri.
    Abbiamo camminato insieme per la vita della politica, per la liberazione dell'umanità dal capitalismo.
    Il suo contributo come militante, come grande giornalista, come raffinata intellettuale ci ha arricchiti.
    E' una perdita grave non solo per noi ma per il paese, per la politica.
    Vorremmo tanto che una ragazza, in questi tempi grigi ed un po' disperati, ricevesse in dono lo spirito che ha animato la vita di Rina per scoprire quanto possano essere preziose la passione politica e l'impegno per l'umanità, perché il seme possa germogliare ancora.

    A noi Rina mancherà tantissimo.    

Prossima fermata Strasburgo

RICEVIAMO E VOLENTIERI PUBBLICHIAMO
 
La vicenda del crocifisso dal punto di vista di un esponente del protestantesimo italiano
di Gianni Long  *)
 
(notizie evangeliche, 26/10) - La Grande Chambre della Corte europea dei diritti dell’uomo ha iniziato l'esame della questione del crocifisso nelle aule scolastiche italiane.

    Riassumo brevemente la vicenda, che è di per sé lunghissima. Risale al 2001 il ricorso al TAR del Veneto della signora Soile Lautsi, cittadina italiana di origine finlandese, contro l’esposizione del crocifisso nella scuola frequentata dai figli. Il TAR del Veneto investì della vicenda la Corte Costituzionale, giudice della costituzionalità delle leggi. Ora, in Italia nessuna legge impone l’esposizione del crocifisso negli spazi pubblici. La Corte quindi se la cavò dichiarando la propria incompetenza, non trattandosi di una legge, e rinviò al TAR del Veneto.

    Nel frattempo, il Consiglio di Stato, richiesto di un parere in un contesto diverso, si dichiarava favorevole all’esposizione del crocifisso, non in quanto simbolo di una determinata religione, ma della tradizione italiana. Il TAR del Veneto si conformò a questa posizione, dichiarando che il crocifisso è un simbolo della laicità dello Stato! Pare evidente che il TAR, che in precedenza aveva ritenuto incostituzionale l’esposizione del crocifisso, abbia forzato in modo garbatamente polemico la posizione del Consiglio di Stato (che è anche giudice d’appello per le decisioni dei TAR).

    Per la giustizia italiana, la questione era finita lì. Ma la signora Lautsi ricorse alla Corte europea dei diritti dell’uomo, la quale il 3 novembre 2009 dichiarò l’esposizione del crocefisso lesiva dei diritti previsti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo del 1950, sulla base della quale essa giudica. Secondo le proprie competenze, la Corte di Strasburgo non annullò alcuna norma (che, come si è visto, non c’è), ma stabilì un indennizzo che lo Stato italiano deve versare alla ricorrente.

    La Corte di Strasburgo è un organo del Consiglio d’Europa (l’Europa “larga”, che comprende ad esempio la Russia e la Turchia). In passato ha preso decisioni importanti sulla libertà religiosa, come nel caso dell’obbligo, previsto in Grecia, di indicare la religione sulla carta d’identità. La Corte condannò più volte a risarcire singoli ricorrenti la Grecia che, dopo avere a lungo rifiutato di adeguarsi, ha recentemente cancellato questo obbligo.

    L’Unione europea considera le norme della Convenzione del 1950 come “principi fondamentali” ed ha una propria Carta dei diritti, che riconosce, oltre alla libertà religiosa, anche il valore della “diversità”. Però da decenni afferma (ora art. 17 del Trattato sul funzionamento dell’UE, modificato dal Trattato di Lisbona) che “L'Unione rispetta e non pregiudica lo status di cui le chiese e le associazioni o comunità religiose godono negli Stati membri in virtù del diritto nazionale”, lasciando sostanzialmente ai singoli Stati la materia dei rapporti con le religioni.

    Il governo italiano, supportato dalla quasi totalità delle forze politiche, rivendica la propria competenza in materie come quella del crocifisso e afferma che si tratta di un simbolo della nazione italiana in quanto tale. Quella che sembrava una battuta polemica – il crocifisso come simbolo di laicità – è diventata la posizione ufficiale italiana.

    Il crocifisso nei locali pubblici è una tradizione recente per lo Stato italiano. Risale agli anni del fascismo e doveva essere esposto insieme ai ritratti del re e del duce (strano che questa parte sia stata dimenticata!). L’immagine del crocifisso con i capelli lunghi è più antica, ma non antichissima. Nei primi secoli del cristianesimo Gesù veniva raffigurato glabro e con i capelli corti, conformemente a quanto dice Paolo nella I Corinzi 11, 14: “Non è forse la natura stessa ad insegnarci che è indecoroso per l’uomo lasciarsi crescere i capelli”. Il Gesù barbuto e capelluto è un’immagine bizantina, ispirata agli eremiti del deserto, che consideravano ogni intervento sul proprio corpo (tagliarsi barba e capelli ma anche lavarsi) un cedimento alla mondanità. Nacque così una “immagine” di Cristo diventata dominante, ma falsa secondo il Nuovo Testamento. Sarebbe questo un buon argomento di meditazione per chi ritiene che le tradizioni dei popoli debbano prevalere sui diritti umani.

*) Giurista ed ex-presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia      

martedì 6 luglio 2010

IN BREVE a cura di rassegna.it

Dati Istat
Giovani disoccupati: record dal 2004
Il quadro disegnato dall'Istituto sulla base della stima provvisoria e dei dati destagionalizzati. A maggio gli under 24 senza impiego sono il 29,2%. La disoccupazione si conferma stabile: 8,7% per il terzo mese consecutivo. Cresce, invece, quella femminile.




Fondi Ue
Tremonti contro Regioni sud
Il ministro dell'Economia: "Le regioni del Sud hanno posto in essere uno scandaloso percorso nella gestione dei fondi comunitari". Replica il rappresentante dei governatori, Vasco Errani: "No a attacchi indiscriminati, capire come e perché".




Manovra 
La maggioranza accelera sull'età pensionabile
Prima la retromarcia del ministro Sacconi sui 40 anni di contributi: "Un refuso". Poi un nuovo emendamento del relatore: due scatti nel 2015 nel 2016. Critici i sindacati. Cgil: "Innalzamento senza limiti, cancellati gli assegni sociali". 




Dati Istat 
I conti pubblici migliorano: Deficit/Pil all'8,7%
Nel primo trimestre dell'anno, l'indebitamento scende dello 0,5% rispetto al 2009, anche se resta su valori elevati. Entrate totali aumentate dello 0,3%, meno rispetto alllo scorso anno. In calo le uscite: -0,7%.




Fisco
Irap, aumento già a novembre per regioni con deficit sanità
Per Lazio, Calabria, Campania e Molise la maggiorazione avrà effetto già sull'acconto di novembre, l'aumento dell'addizionale Irpef avrà impatto nel 2011 Lo ha reso noto l'Agenzia delle Entrate. Confindustria: Regioni irresponsabili




No alla manovra 
Sciopero Cgil in Liguria, Piemonte e Toscana
lte adesioni allo stop. A Torino 35 mila persone in piazza. A Genova e Firenze due cortei. "La manovra economica del Governo colpisce soprattutto lavoratori e pensionati, non destinando un euro allo sviluppo di questo paese".




Legge bavaglio 
Ghedini: sulle intercettazioni
non decide Napolitano...
Il parlamentare del Pdl e avvocato di Silvio Berlusconi attacca il Quirinale. "La valutazione del capo dello Stato non è su problemi di natura tecnica. Altrimenti dovrebbe farsi eleggere".




Incidenti lavoro
Alto Adige e Padova, tre vittime in poche ore
A Merano un contadino di 51 anni travolto da una macchina per lavorare il fieno. A Bolzano un piccolo imprenditore travolto e ucciso da un carrello per il trasporto di materiali. Un giovane di 28 anni è morto nella zona artigianale di Bovolenta (Padova): lavorava come lattoniere e stava compiendo un sopralluogo sul tetto di una stireria quando il solaio ha ceduto sotto i suoi piedi, precipitando.



Stati Uniti
Persi 125.000 posti, ripresa molto lenta
L'economia americana ha perso posti di lavoro in giugno. E' la prima volta dall'inizio dell'anno. Il tasso di disoccupazione, però, cala al 9,5%, ai minimi da luglio 2009. I dati sul mercato del lavoro suggeriscono una ripresa economica e una crescita dell'occupazione molto lenta andando avanti.
 
 
 

lunedì 28 giugno 2010

Diario operaio

Il paese dei senza lavoro - Non è il lavoro che svanisce, sono i lavoratori che finiscono fuori gioco. Rinaldo Gianola ci racconta come nel suo reportage nell’Italia della crisi. Una narrazione costruita quasi in presa diretta

di Fabrizio Bonugli

Da molti anni ormai si parla della "fine del lavoro", quasi che il lavoro fosse un concetto astratto che prescinde dalle persone che lo svolgono. In realtà non è il "lavoro" che finisce: sono i lavoratori che vengono messi fuori gioco. In particolar modo in questi mesi, con la crisi mondiale che morde e che ha già cancellato e continua a cancellare – per restare soltanto al nostro paese -- centinaia di migliaia di posti di lavoro. E non soltanto dalle fabbriche, ma anche da aziende del terziario avanzato come l’informatica o le telecomunicazioni. Rinaldo Gianola, giornalista dell’Unità, ha voluto saperne di più sull’Italia della crisi. Si è messo in viaggio ed è andato a vedere coi suoi occhi cosa sta succedendo nel Belpaese. 

    È nato così Diario operaio, un’inchiesta sulle condizioni del lavoro in Italia che a ogni tappa gli ha permesso di disegnare la carta geografica di una crisi che colpisce il Sud, ma che non risparmia le ricche aree del Nord. "Un’inchiesta coraggiosa che rompe il silenzio sul dramma sociale del paese", la definisce il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani. Dal Sulcis a Termini Imerese, da Pomigliano d’Arco a Porto Marghera, dal distretto del divano in Puglia alle acciaierie di Piombino, dall’Emilia Romagna al prospero Nord Est, passando per Arcore e la Brianza, non si fa distinzione: le prime vittime della crisi sono, come al solito, i lavoratori. Cambiano gli scenari e le ambientazioni ma il copione e i protagonisti sono sempre gli stessi: le aziende chiudono, scattano i licenziamenti, la cassa integrazione (per i più "fortunati"); i lavoratori si mobilitano, organizzano presìdi e proteste, salgono sui tetti delle fabbriche e fanno scioperi della fame. Resta saldo, per fortuna, il senso di solidarietà e di unità che permette di lottare insieme. Ma i numeri dei licenziati, dei cassintegrati, dei senza lavoro sono inesorabili: leggerli è come sgranare un drammatico rosario. 

    Ed è seguendo questo filo rosso che si dipana la narrazione di Gianola, costruita quasi in presa diretta con le storie di lavoratori, sindacalisti, imprenditori, amministratori locali. Antonio, 21 anni, è uno degli operai della Vynils -- azienda chimica di Porto Torres che ha deciso di chiudere i battenti – che hanno organizzato una singolare forma di protesta nell’ex carcere dell’Asinara: "Abbiamo paura -- dice --. Senza un lavoro non ce la possiamo fare. Qui la vita è difficile, se perdiamo il posto fuori non c’è nulla, dobbiamo pensare forse ad andarcene. Se la fabbrica non riparte sarà una catastrofe per tutto il territorio". Antonio fotografa la situazione dell’intera Sardegna, una regione in cui "seicento imprese sono in crisi -- dice Enzo Costa, segretario regionale Cgil --, 150mila sono i disoccupati e più di trecentomila persone vivono sotto la soglia della povertà". E da dove i giovani scappano. Scappare, sì, ma per andare dove? Una volta dal meridione si emigrava verso il ricco Nord, ma oggi? "Ho pensato di trasferirmi al Nord -- confessa Francesco, 43 anni, da venti operaio alla Fiat di Pomigliano d’Arco -- ma non è più il momento: ormai stanno tornando indietro anche quelli che se ne erano andati. I miei amici che erano saliti al Nord hanno perso il lavoro. Senza occupazione non ce la fanno a vivere e tornano a casa, sconfitti anche loro". 

    Già, perché anche al Nord le aziende hanno il fiato corto. E licenziano. A Parma, Faenza, Brescia, Bergamo, Belluno, Porto Marghera. E ad Arcore, a pochi passi dalla villa del premier. Che però pare non accorgersi di quanto sta accadendo. “Siamo in crisi, poche balle -- taglia corto Luca, delegato sindacale della Knorr Bremse --. La gente perde il lavoro anche qui ad Arcore. Berlusconi dovrebbe saperlo, anche se fa finta di niente”. Nella zona sono tante le aziende in crisi: Candy, Beta, Valli&Valli, Nokia, Rhodia, Morse Tec, Peg Perego, Dalmine Tenaris, Yamaha. Ma cavaliere è convinto che la crisi sia passata, o meglio non sia mai iniziata... Di fronte a questa situazione, che mina il tessuto sociale di un paese, la politica è in affanno. Distratta da questioni di pura autoreferenzialità, si dimostra incapace di mettere in campo un progetto organico per affrontare la questione perché mal disposta a porre il lavoro in cima alla lista delle sue priorità. E nelle crepe del sistema si infila l’illegalità. In questo marasma, sembra resistere soltanto il lavoro sommerso. Non soltanto al Sud. Massimo, quarant’anni, ha perso il posto alla Sif di Brindisi: "Fuori non c’è niente, nessuna azienda ti prende a lavorare. Le sole occasioni sono nel lavoro nero". Ma si può costruire un progetto di vita contando su un lavoro illegale e al nero? Intanto la crisi continua. I governi hanno salvato le banche e la grande finanza.Ma a pagare restano i lavoratori. Quanto potrà andare avanti? Il rischio è che questi vedano svanire pure l’ultima speranza: quella di ritrovare un posto di lavoro. È chiedere troppo, chiedere un lavoro per vivere in modo dignitoso? 

Rinaldo Gianola
Diario operaio,
Roma, Ediesse, 2010

pp. 168, euro 10,00    

martedì 22 giugno 2010

Il compagno Nenni e io redattore ragazzino de "La Squilla"

IL SOCIALISTA 

Avevamo lavorato l’intera notte 

Napoli, 2 settembre 1944: il compagno Nenni e io redattore ragazzino de "La Squilla"
di Giuseppe Ariola

Avevamo lavorato l’intera notte, nella Tipografia Barca, per tirare in rosso la testata dell’ “Avanti”. L’energia elettrica, come allora era normale, era mancata e per quattro ore avevamo a turno girato a mano, a lume di candela la grande ruota di ghisa che azionava la pesante stampatrice.

    La testata in rosso delle grandi occasioni: il giorno dopo, il 2 settembre nel salone delle adunanze della Società Operaia in via Egiziaca a Pizzofalcone, si sarebbe tenuto il primo Consiglio Nazionale del Partito Socialista di Unità Proletaria dopo la liberazione di Roma.

    Nel meridione presidiato dalle truppe alleate, le ferrovie erano di fatto inesistenti, le strade dissestate erano percorse dalle colonne militari anglo-americane. A Napoli regnava il colonnello Charlie Poletti.

    Uno alla volta giungevano nella nostra città, con mezzi di fortuna i leggendari capi delle lotte contadine e socialiste del meridione. I fondatori delle leghe, gli animatori delle battaglie contro Giolitti prima e della resistenza al fascismo poi.
Giunsero Pietro e Attilio Mancini da Cosenza, Fioritto da Foggia, Dino Napoli da Melfi, Luigi Cacciatore da Salerno. Da Bari giunsero Gino Barsanti (vecchio socialista marchigiano trasferitosi a Bari durante il fascismo) e Laricchiuta con un giovanissimo Rino Formica, da Campobasso Attilio Rossi, da Potenza Tommasino Pedio e tanti, tanti altri.

    A fare gli onori di casa erano impegnati il Segretario della Federazione Scipione Rossi e il patriarca del socialismo napoletano Giovanni Lombardi, ex deputato e cognato di Ettore Cicciotti.

    Da pochi giorni maggiorenne, ero l’unico redattore fisso, tuttofare e gratuito dell’ “Avanti” settimanale diretto da Nino Gaeta ed insieme alla turatiana Rossellina Balbi dirigevo “La Squilla” organo barricadiero e trotzkysteggiante della Federazione Giovanile Socialista.

    I due giornali si stampavano composti a mano nella tipografia dei compagni Mario, Elio ed Aldo Barca, che ancora si trovava in un seminterrato del grande cortile dell’ex Lanificio, a lato della chiesa di Santa Caterina a Formiello a Porta Capuana.
Avevo impaginato le otto pagine dell’ “Avanti” ed Aldo stava sistemando il piombo sul fondo della macchina, in apertura di prima in neretto bodoni corpo 9 un messaggio di Nenni, che Oreste Lizzadri  aveva portato la sera prima da Roma.
Elio e Mario chini sulle casse di caratteri mobili, aiutati da Saturnino, (un anziano tipografo con la mano sinistra deformata dall’avvelenamento da piombo) stavano componendo “La Squilla”, che la FGS voleva stampata per la sera.

    Seduto allo scrittoio nero d’inchiostro (sovrastato da un grande ritratto di Lorenzo Barca, defunto capo della Lega dei Tipografi socialisti e padre dei tre fratelli, correggevo le bozze di un mio infuocato articolo di fondo ferocemente polemico col Togliatti della svolta di Salerno, col Papa del Concordato, e nel quale, in nome della rivoluzione e della giustizia proletaria, si chiedevano le teste di Badoglio, Vittorio Emanuele ed Umberto di Savoia, complici di Mussolini.

    Un gruppo di persone discese i quattro gradini che portano dal cortile alla tipografia. Erano Oreste Lizzadri, Lelio Porzio, Luigi Renato Sansone, Nino Gaeta ed un uomo magro, insaccato in uno sgualcito vestito marrone che gli ricadeva sulle spalle, collo della camicia slacciato, rotonde e spesse lenti da miope, un basco nero a proteggere la calvizie dal cocente sole napoletano.

    Era Pietro Nenni, il leggendario leader socialista dell’Aventino, dell’esilio, della guerra di Spagna, del carcere, del confino di Ponza, della Resistenza a Roma dopo l’8 settembre 1943. Direttore dell’“Avanti” dal 1923, appena giunto a Napoli aveva voluto vedere dove si stampava, qui, quello che era comunque il suo giornale.

    Sansone ce lo presentò urlandone il nome, con le braccia allargate nel gesto che gli era abituale. Ci emozionammo tutti; Aldo Barca andò subito a chiamare mamma Barca, vecchia ed ardente compagna, professoressa alla quale la fede socialista aveva precluso l’accesso a scuola.
Mamma Barca arrivò ansimante in tipografia ed abbracciò e baciò a lungo, singhiozzando forte il compagno Pietro sorridente e commosso.
Nenni volle vedere le bozze dell’ “Avanti”, si complimentò con me per l’impaginatura, rafforzò un titolo, chiedendomi della Federazione Giovanile Socialista, di cui ero segretario per l’Italia liberata.
La sua cordialità mi fece ardito e gli chiesi di scrivermi subito un pezzo per “La Squilla”. Raggrinzì un attimo le rughe della fronte, fissando dal finestrone la ciminiera annerita ed in disuso del Lanificio, si tolse la giacca, rialzò con la mano destra, che già teneva la penna, gli occhiali sulla fronte mentre sedeva al vecchio scrittoio e su una striscia di carte di bozza, senza una correzione scrisse di Fernando De Rosa. Un giovane socialista, esule in Francia ed in Belgio, che aveva attentato a Bruxelles alla vita di Umberto di Savoia e aveva concluso la sua vita breve ed esaltante morendo da eroe in Spagna, combattendo con le Brigate contro il fascismo.

    Nenni, in brevi periodi essenziali lo indicava a noi, giovani socialisti, come esempio di militanza, di fede, di coerenza politica perseguita sino al sacrificio.

    Volle poi leggere il fondo che avevo scritto per “La Squilla”.
    Lo lesse attentamente, un po’ perplesso, mentre io attendevo ansioso e trepidante il giudizio di uno dei più grandi giornalisti politici del secolo.

    Depose le bozze umide, ricalò gli occhiali sul naso, indossò lentamente la giacca, mi guardò un attimo perplesso; poi, mollandomi una pacca sulla spalla ed illuminando il viso ad un ampio e divertito sorriso, allungando le vocali nel suo accento romagnolo, mi desse “Ma sì, compagno. Un buon articolo, va bene”.

    Poi, rivolto agl’altri “Perdìo! Se non si è giacobini a vent’anni, si finisce codini e clericali a quaranta”.
    Il titolo di questo articolo è “Il giorno in cui conobbi Pietro Nenni” fu scritto in suo onore all’indomani della suo morte, da un anziano giovane socialista che mi insegnò tantissimo.
Che il suo esempio resti sempre vivo nei nostri cuori, anche nei più giovani, e che la sua passione politica ci sia da monito e da stimolo.