giovedì 17 ottobre 2013

Tre primi passi

Da CRITICA LIBERALE
riceviamo e volentieri pubblichiamo


Brevissima a papa Francesco


"La Chiesa si spogli delle sue ricchezze". Così pare che Ella voglia dire, nel Suo prossimo discorso, che terrà nella città del frate dal quale ha voluto prendere il nome per il Suo pontificato.

Detta in questi termini, appare un'affermazione semplice, perfino condivisibile; ma non è esattamente così. Quali sono infatti, le ricchezze della Chiesa? Ci si riferisce alla liquidità dello IOR o anche a tutti i capolavori dell'arte e della cultura che appartengono alla Curia o alle sue infinite emanazioni territoriali? Alle ostentazioni della Curia stessa o anche ai malcelati supporti imprenditoriali dell'ecclesia, siano essi editoriali, ricettivi o di refezione?

Noi impenitenti laici problemisti e critici diffidiamo delle affermazioni di larghissima massima e non riteniamo che una Chiesa debba necessariamente spogliarsi di tutto. Ci accontentiamo di molto di meno.

Guardando al nostro cortiletto di casa, a quell'Italia che pure, lo riconoscerà, la Chiesa ha condizionato politicamente per secoli, ci accontenteremmo di due o tre decisioni di puro buonsenso e di impeccabile stile, che ci pare possano essere nelle Sue corde.

Non le chiediamo ora di disdettare unilateralmente il Concordato, rinunciando di punto in bianco ai tanti privilegi che concede alla Chiesa Cattolica con i denari dei contribuenti, anche di quelli laici, dei fedeli di altre religioni, di quegli "anticlericali" tra i quali sorprendentemente, ma correttamente (non era forse anticlericale Gesù quando si scagliava contro i "sepolcri imbiancati"?), ha ritenuto di potersi, a tratti, annoverare.

Chiediamo tre piccoli primi passi, per favorire un inizio di percorso comune tra credenti e non credenti che vada oltre le parole.

Rinunci a tutti gli introiti che alla Chiesa, a corretti termini di legge, ma contro ogni logica, provengono dal sistema dell'8 per mille attraverso il cosiddetto "inoptato", ovvero come pura regalia dello Stato da un monte finanziario che nessun cittadino ha espressamente deciso di versare alla Sua Chiesa. Limiti la Chiesa Cattolica a ricevere il frutto delle sole opzioni espresse dei contribuenti.

Chieda di scomputare dai versamenti annuali dello stato alla Chiesa un importo pari alle retribuzioni degli insegnanti di Religione nelle scuole di Stato, se proprio non vuole, per ragioni pastorali, portare coerentemente alle sue conseguenze la Sua recente affermazione contro il "proselitismo". Chieda altresì di scomputare da quegli stessi versamenti le retribuzioni dei cappellani militari, recentemente parificati ai diversi gradi della carriera dei combattenti, con ulteriore crescita dell'onere per l'Erario.

Promuova Ella sua sponte un censimento delle attività economicamente profittevoli di enti e istituzioni ecclesiastiche e dia una direttiva inderogabile in ordine al pagamento, su di esse, di ogni tassa e contributo, da quelle sugli immobili a quelle sul lavoro.

Non chiediamo nulla che non sia rettamente accettabile in termini di puro buon senso, senza rimettere in discussione fondamenti del rapporto tra Stato e Chiesa che pure noi, da sempre, riteniamo revocabili in dubbio, Concordato innanzitutto (ma chissà che un giorno non se ne possa laicamente discutere, con un Papa che mostra aperture non trascurabili al concetto di laicità).

Chiediamo questo in maniera non provocatoria e senza secondi fini. Nell'auspicio di un confronto che non sia solo dialogico ma rimetta nei termini corretti delle responsabilità reciproche il rapporto tra laici e cattolici in Italia.

Critica liberale

http://www.criticaliberale.it/settimanale/164587#sthash.3f2OpUFb.dpuf

Hans Küng sul fine vita

DA ITALIALAICA

http://www.italialaica.it/

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Hans Küng, uno tra i più famosi teologi contemporanei – noto soprattutto per le idee progressiste e di rottura rispetto alla tradizione cattolica cui appartiene – si esprime a favore dell'autodeterminazione sul fine vita: "Nessuno dovrebbe essere obbligato a tollerare delle sofferenze insopportabili come se fossero inviate da Dio".



Lo studioso svizzero, nato nel 1928, è da tempo affetto dal morbo di Parkinson e nel suo ultimo libro Erlebte Menschlichkeit ("Umanità vissuta", volume di memorie pubblicato in lingua tedesca la scorsa settimana) esprime il proprio parere favorevole all'autodeterminazione sul fine vita.

"Nessuno dovrebbe essere obbligato a tollerare delle sofferenze insopportabili come se fossero inviate da Dio" scrive il professore di teologia a Tubinga. "Ognuno ha il diritto di decidere per se stesso e nessun prete, dottore o giudice può impedirlo".

Per Küng, dunque, l'eutanasia non sarebbe una forma di omicidio, quanto piuttosto una "restituzione della vita nelle mani del Creatore", una scelta compatibile con la fede in Dio e la vita eterna promessa da Gesù.

Una posizione che però si scontra con la netta contrarietà al suicidio assistito della dottrina vaticana. Küng ha sempre avuto posizione progressiste, nel 1979 dopo che mise in dubbio la dottrina dell'infallibilità papale il Vaticano gli revocò la licenza all'insegnamento. Ma lui, convinto delle sue tesi, ignorò ogni pressione a ritrattare.

lunedì 14 ottobre 2013

Lutto Aldo Rosselli (1934-2013)

Ha portato con onore il cognome dei Rosselli
testimoniando nella sua vita i valori
di Giustizia e di Libertà

E' con profonda commozione che vi annunciamo la scomparsa, avvenuta a Roma lo scorso mercoledì 2 ottobre, di Aldo Rosselli, giornalista e scrittore figlio di Nello e nipote di Carlo Rosselli. La Fondazione Circolo Fratelli Rosselli esprime la sua vicinanza ai figli Monica e Giacomo, ai fratelli Alberto, Silvia e Paola e a tutti i familiari. - Fondazione Circolo Fratelli Rosselli

Associandoci al cordoglio per la scomparsa di Aldo Rosselli, riportiamo
il ricordo di lui scritto da Elèna Mortara Di Veroli e apparso
sul portale dell'ebraismo italiano moked<http://moked.it/blog/2013/10/06/aldo-rosselli-1934-2013/>



Il 2 ottobre, dopo lunghi anni di malattia sopportata con coraggio, è morto a Roma lo scrittore Aldo Rosselli, intellettuale sensibile e raffinato la cui opera di narrativa e acuta riflessione critica meriterà di essere studiata e inserita nella storia della letteratura italiana più di quanto non sia avvenuto finora.

Nato a Firenze nel dicembre 1934, era figlio di Nello Rosselli, lo storico del Risorgimento, antifascista, assassinato in Francia insieme al fratello Carlo da sicari del fascismo italiano nel 1937. La nonna paterna Amelia Pincherle Rosselli, lei stessa scrittrice e madre amatissima di ben tre figli morti "per la patria" (il maggiore, Aldo, era caduto volontario nella I Guerra Mondiale, e di lui il nostro portava il nome), fu influenza fondamentale e figura di riferimento per tutta la famiglia anche negli anni a seguire, durante il lungo esilio dapprima in Svizzera e Inghilterra e poi negli Stati Uniti, e infine nel ritorno in Italia nel dopoguerra.

Nel 1956, a poco più di vent'anni, Aldo fu socio fondatore insieme all'amico Roberto Lerici della rinnovata casa editrice Lerici, che fino ad allora si era occupata di opere scientifiche, e che i due amici trasformarono in casa editrice letteraria, aperta alle letterature del mondo.

Grazie alla sua sensibilità di lettore e ai suoi contatti americani, nella sua veste di editore il giovane Rosselli diede un contributo di straordinaria importanza alla conoscenza italiana di grandi scrittori quali Henry Roth e Isaac Bashevis Singer, che fu appunto la Lerici a pubblicare per la prima volta in Italia all'inizio degli anni sessanta: "Satana a Goray" di Singer uscì da Lerici nel 1960, "Chiamalo sonno" di Henry Roth nel 1964. I molti ammiratori di questi scrittori, tra cui chi scrive questa nota di addio, non possono che essere grati alle edizioni Lerici e ad Aldo Rosselli per questa opera pionieristica, finora poco a lui riconosciuta.

Nel breve arco di vita della rifondata casa editrice, 1956-1967, molte altre furono le voci importanti a cui la Lerici diede ospitalità per la prima volta in Italia: basti pensare tra gli scrittori di lingua italiana a Edith Bruck (come noto di origine ungherese, i cui primi due romanzi uscirono appunto da Lerici) e a Dacia Maraini, e tra gli stranieri a Roland Barthes, Witold Gombrowicz, Norman Mailer, per citarne solo alcuni.

Negli anni sessanta, con il graduale esaurirsi dell'attività editoriale, aveva inizio la produzione narrativa (e talvolta anche saggistica) di Aldo Rosselli scrittore, a partire dal romanzo "Il megalomane" (Vallecchi, 1964), seguito da "Ottoz" (1968), "Professione: mitomane" (Vallecchi 1971), "Episodi di guerriglia urbana" (Marsilio,1972), "La trasformazione" (Coop. Scrittori, 1977); "Psichiatria e antipsichiatria nel sud" (Lerici, 1978); "Zefiro" (Rizzoli, 1982); "La famiglia Rosselli" (Bompiani, 1983), "Una limousine blu notte e altri racconti" (Belforte, 1984), "A cena con Lukacs" (Theoria, 1986), "Il naufragio dell'Andrea Doria" (Bompiani,1987), "L'apparizione di Elsie" (Theoria, 1989), "Una favola a metà" (Giunti, 1994), "La mia America e la tua" (Theoria, 1995), "Dalla parte opposta della strada" (Empirìa, 1995), "Prove tecniche di follia" (Empirìa, 2000); "Boston, l'Aventino" (Empirìa, 2007): non soltanto romanzi, ma anche racconti lunghi e saggi-racconti, spesso segnati da una straziante ispirazione autobiografica, sovente narrazioni di nevrosi individuali, di coppia e collettive, che, come detto, meriteranno una lettura più attenta da parte della critica; così come la meriteranno le sue generose battaglie civili e iniziative culturali, inclusa quella più tarda di fondazione del quadrimestrale di cultura "Inchiostri".

E' noto il ruolo storico di Nello Rosselli, padre di Aldo, nel dibattito giovanile ebraico-italiano degli anni venti del Novecento. Il sentimento ebraico fu molto forte anche in Aldo, seppur spesso nascosto nelle pieghe della scrittura. Per chi voglia seguirne alcune espressioni, segnalo in particolare due testi: innanzitutto, nella bella raccolta "Una limousine blu notte", il saggio-racconto di riflessione autobiografica sulla propria scrittura "Abitare questi anni", in cui lo scrittore ha confessato in modo struggente i problemi posti ad un narratore ebreo italiano dall'assenza di una lingua dell'ebraicità analoga allo yiddish degli scrittori ebrei americani, in cui manifestare linguisticamente il proprio rapporto con il proprio ebraismo interiore; e, nel più recente volume "Boston, l'Aventino", il racconto "L'anno 1938 del Professor Zabban", storia del viaggio di ritorno di un giovane ebreo da Parigi alla città natale di Firenze, nell'anno delle Leggi Razziali anti-ebraiche emanate dal fascismo e dell'inizio delle persecuzioni.

Venerdì mattina, nel cimitero ebraico del Verano di Roma, si sono svolti i funerali di Aldo Rosselli. Il feretro è stato deposto nella tomba di famiglia, ove riposa anche la nonna Amelia, e dove Aldo desiderava poter giacere nel suo ultimo sonno. La tomba si trova all'ombra di un maestoso cedro del Libano, circondata da fitta vegetazione, ed è sovrastata da una grande pietra nera dalla forma selvaggia in cui sono incisi altri nomi di famiglia. All'ultimo saluto erano presenti tutti i fratelli, Paola, Silvia e Alberto, due dei tre figli, Giacomo e Monica, la prima moglie Emilia Noventa, rappresentanti dei Circoli Fratelli Rosselli di Firenze e Torino, il critico Renato Minore, insieme ad altre persone di famiglia ed amici: in tutto una trentina di persone. Alcune parole in ricordo sono state pronunciate da alcuni, all'ombra del grande cedro in una limpida giornata di sole.

Chi ha conosciuto Aldo Rosselli difficilmente potrà dimenticarne il lieve sorriso ("in quei sorrisi tenui", ha scritto anni fa Igor Patruno, "brucia la complicità dell'adolescente con le tasche piene di disobbedienze e 'giuste' riserve mentali"), l'arguzia della conversazione, la dolcezza dei modi, la libertà di pensiero, il sostanziale anticonformismo, l'autoironia e l'intelligenza, e il modo in cui questi tratti e i traumi sottostanti si sono travasati nella scrittura e nell'azione culturale di colui che è stato felicemente definito (dal sociologo Carlo Bordoni) "uno scopritore perfido delle pieghe ambigue della realtà, e della mente umana" e un coraggioso "profanatore dei luoghi comuni".

Nel commemorare la morte dello scrittore, la Fondazione Circolo Fratelli Rosselli di Firenze ha scritto che questi "ha portato con onore il cognome dei Rosselli testimoniando nella sua vita i valori di Giustizia e di Libertà". Pur senza enfasi, che mal si addice allo stile di questo uomo raffinato e gentile, questo giudizio può essere serenamente sottoscritto.



Elèna Mortara Di Veroli

giovedì 26 settembre 2013

ESSERE SOCIALISTI, SEMPRE

Per il reinsediamento  

OCCORRE UNA EPINAY ITALIANA - APPELLO PER LA RINASCITA DEL SOCIALISMO IN ITALIA

La scomparsa del socialismo organizzato non ha cancellato la presenza dei socialisti nella vita italiana.

    Oggi troviamo compagni che militano in formazioni dello schieramento di centro-sinistra, in circoli socialisti indipendenti, in associazioni politico-culturali; talora le varie presenze si raccolgono in coordinamenti presenti sul territorio, modello di cui il Gruppo di Volpedo è stato antesignano,  ma sono nettamente prevalenti i compagni senza tessera alcuna che continuano a rivendicare le ragioni del socialismo e lamentano la mancanza di una sinistra italiana capace di promuovere autonomamente rappresentanza e iniziativa.

    Si registra, in questa vasta galassia, molta trasversalità e pure l’intrecciarsi di un dialogo che, purtroppo, fino ad oggi non ha maturato la comune esigenza di ricostruire una soggettività politica, che non significa la riesumazione del vecchio partito socialista, ma un’esigenza profonda di essere come tali nella lotta politica italiana in un momento di grave e aspra crisi della democrazia repubblicana, rappresentando una identità propria che, tramite il farsi della politica democratica, reimmetta con la dignità che gli compete il socialismo nella storia italiana.

    L’Italia ha bisogno di giustizia, di democrazia e di ripresa di una lotta mirata a salvaguardia dei meno abbienti, affinché non ricada sui meno garantiti il peso di una crisi dovuta al globalismo finanziario, che sinora ha dato risposte atte solo a tutelare le classi ricche ed un inadeguato sistema bancario; occorre rilanciare invece una cultura del lavoro che prefiguri garanzie concrete per le giovani generazioni di avere un futuro di vita degno di essere vissuto.

    Gli interessi sociali di rappresentanza del socialismo non sono oggi rappresentati da nessuno.

    La nostra democrazia distrutta dall’inadeguatezza della classe politica del post-tangentopoli, ferita nel profondo da vent’anni di berlusconismo cui sono state contrapposte risposte deboli, nuoviste, improvvisate e destrutturanti le basi stesse della cosiddetta “cultura del movimento operaio”, ossia del lavoro salariato.

    Siamo consapevoli che l’idea che il movimento operaio sia “classe generale “ è un concetto superato, la disgregazione della struttura produttiva basata sulle Grandi Industrie ha modificato, come ci insegnò Paolo Sylos Labini, in profondità la struttura sociale, ma un Movimento Socialista non può non farsi carico esplicitamente degli interessi di “coloro che fanno del lavoro la propria ragione di vita”.

    Le soluzioni tecniche non possono dare un futuro, degno dei nostri principi costituzionali, ai bisogni dei cittadini, ma possono solo offrire assurdi sacrifici pagati da lavoratori e pensionati, ed anche soluzioni governative come quelle in atto che, per quanto sembrano imporsi di necessità, non presentano nessuno dei requisiti necessari per un’opera di ricostruzione vera, anche al fine di riconferire alla democrazia repubblicana quel concetto di “ solidarietà sociale” che le è insito.

    Il socialismo, disperso e diffuso, di fronte a questo quadro drammatico deve battere un colpo;  divenire un pensiero autonomo ed alternativo al pensiero dominante e reimpostare una scommessa sui tempi medi della nostra storia nazionale.

    La Questione Socialista non può essere affrontata, né tantomeno risolta, da altri soggetti, proprio perché essi sono “altro”;

    anche una soluzione indotta dall’esterno del suo proprio luogo storico non è in grado di ridare prospettiva e concretezza alla domanda che il socialismo, e la sinistra italiana, hanno oggi all’ordine del giorno;

    difficilmente può risolversi se altre forze aderiscono al partito del socialismo europeo, riferimento più di connotazione che non di reale iniziativa politica;

    né è sufficiente sperare che le forze di centro-sinistra, in occasione delle elezioni europee dell’anno prossimo, possano mettersi unitariamente insieme sotto il vessillo del PSE.

    Il passaggio tecnico, non certo disdicevole, non è sufficiente ad affrontare la questione di fondo: reimmettere il socialismo, con i suoi storici ideali e precise proposte politiche per muoversi nella crisi del presente, sui binari ricostruttivi di un percorso lungo, difficile, sicuramente incerto, ma l’unico che possa essere percorso.

    L’Italia, in ciò, deve prendere forza e modello dall’esperienza francese: occorre una Epinay italiana che chiami a raccolta, in forma libera, autonoma, con pari dignità, ma precisa ed organizzativamente identificabile, tutte le energie socialiste che  sentono la necessità, la bellezza, e pure il sacrificio, di lanciare questa sfida; in primo luogo a se stessi per una nuova militanza che, nel nome del socialismo, agisca quale fattore propulsivo per tutta la sinistra, anch’essa da ricomporre e riorganizzare: culturalmente, socialmente e politicamente.

    Noi oggi, lanciamo un appello accorato a tutti quei compagni che, dispersi, a disagio in altre organizzazioni, disillusi dalle esperienze passate, dovunque essi siano, perché scendano di nuovo in campo in un tentativo che renda onore, ruolo e soggettività al socialismo italiano.

    Per questo motivi lanciamo la proposta di costituire tra i vari coordinamenti territoriali dei circoli socialisti, che in questi anni, con passione e dignità, hanno tenuto accesa la speranza per una rinascita del socialismo democratico in Italia, una nuova organizzazione nazionale: la RETE SOCIALISTA, che richiama, aggiornandolo ai tempi, il nome della formazione politica di Filippo Turati, che poi dette origine al Congresso di Genova 1892: la Lega Socialista.

    Questo appello non è però una chiamata reducistica, l’essere socialisti oggi non significa esserlo stato ieri è, quindi, rivolto soprattutto ai giovani, e a chi, per ragioni anagrafiche o altri motivi, socialista non è potuto essere oppure non lo è stato, affinché si riapra la stagione della speranza, l’esigenza della lotta dei cittadini per tornare protagonisti del proprio futuro. 

    Ai giovani, oggi annichiliti da una crisi che appare senza speranza, facciamo appello perché tornino a credere che, nel nome della giustizia sociale, della libertà, dei diritti, le cose si possono cambiare per rendere il mondo migliore e per costruire un avvenire di uomini e donne liberi ed eguali.

 

Paolo BAGNOLI, Patrizia VIVIANI, Stefano ORSI, Giovanni REBECHI (Coordinamento Socialisti Centro Italia); Dario ALLAMANO (TO); Giorgio D’AMICO (PE); Peppe GIUDICE (PZ); Giampaolo MERCANZIN (PD).

 

Tutto cambia… Nulla cambia… Cosa cambia?

ROMA, XX SETTEMBRE 2013

  

Francesco, pontefice "rivoluzionario", ha aperto una seconda

Porta Pia nel rapporto della Chiesa con l'omosessualità?

I laici di fronte alle "parole nuove" di papa Bergoglio.

 

di Ludovica Eugenio

www.adistaonline.it

 

Le parole pronunciate da papa Francesco sull'aereo che lo riportava in Italia dopo la Giornata mondiale della gioventù, hanno avuto rilievo quanto quelle dette nel corso dell'evento. In particolare, hanno fatto il giro del mondo le affermazioni sui gay: «Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla?», aveva dichiarato il papa rispondendo a una domanda sulla presunta lobby gay in Vaticano. «Il Catechismo della Chiesa Cattolica lo spiega in modo tanto bello: "Non si devono emarginare queste persone. Devono essere integrate nella società". Il problema non è avere questa tendenza, no, dobbiamo essere fratelli».

    Niente cambia - Le parole del papa non hanno mancato di suscitare reazioni di diversa natura e, in alcuni casi, hanno innescato già dei cambiamenti di rotta nei confronti del popolo "lgbt". Negli Stati Uniti, in particolare, sono state molto commentate: per alcuni, però, esse non aggiungono nulla di nuovo o di diverso a quanto affermato dalla Chiesa.

    Mons. Robert Vasa, della diocesi di Santa Rosa, California, tende a minimizzare: le affermazioni del papa, ha detto secondo quanto riporta The Press Democrat (29/7), non contraddicono quelle del suo predecessore (Benedetto XVI nel 2005 aveva affermato che la condizione gay non consentiva di accedere al sacerdozio): «Non sono più concilianti di quanto lo siano i documenti della Chiesa»; «nulla di ciò che ha detto suggerisce l'accettazione di preti gay o dediti a atti omosessuali». Risposta analoga dalla diocesi di Providence: «Il papa non ha detto nulla di nuovo», ha affermato un responsabile diocesano (The Providence Journal, 29/7).

    Per il portavoce di St. Petersburg, Florida, la Chiesa parla invece di "peccato", a proposito dell'omosessualità, e il papa, sotto questo profilo, «sta solo vedendo la questione da un altro punto di vista» (The Tampa Tribune, 30/7). Stessa linea del card. Francis George di Chicago («Il papa ha riaffermato l'insegnamento della Chiesa che ogni uomo e ogni donna deve essere accettato con amore, anche chi ha orientamenti omosessuali», National Catholic Reporter) e della diocesi di St. Louis («La Chiesa cattolica non condanna chi ha tendenze omosessuali. Il Catechismo afferma chiaramente che gli omosessuali "devono essere accettati con compassione, rispetto e sensibilità"» e che l'obiezione riguarda l'attività omosessuale).

    Ancora più esplicito il vescovo di Detroit, mons. Allen Vigneron (Free Press, 3/8): «Nessun cambiamento», ha detto. Se qualcuno ha visto un tono nuovo nelle parole del papa, in realtà questi non ha fatto che reiterare ciò che è già contenuto nella dottrina cattolica, che oppone omosessualità e matrimonio gay; inoltre, il papa – afferma sempre Vigneron – ha fatto capire che «i gay devono cercare di "pentirsi e mettere in ordine la loro vita"».

    Qualcosa, forse, cambia - Per qualcuno, invece, un cambiamento c'è, anche se solo nel tono. Così la pensa mons. Michael Jackels di Dubuque, Iowa (RadioIowa.com, 30/8): se le parole del papa non sono state «terribilmente sorprendenti», sono state però pronunciate «in una maniera più sua, personale, diretta».

    Opinione condivisa anche nella diocesi di Erie, Pennsylvania (ErieTvnews.com): «Papa Francesco ancora una volta ci ha sfidati con il suo stile fresco e unico a ricordare ciò che è al cuore dell'insegnamento della Chiesa, cioè che ogni uomo e ogni donna è creato a immagine di Dio», ha detto un portavoce della diocesi. Mons. Salvatore Cordileone di San Francisco ha apprezzato la sottolineatura, da parte di Bergoglio, dell'amore e dell'accoglienza della Chiesa per tutti (The San Francisco Chronicle, 30/7), ma «se la Chiesa non giudica gli individui, giudica le azioni», e quindi «qualsiasi atto sessuale al di fuori del matrimonio eterosessuale è peccato».

    Stessa linea e quasi identiche parole per il presidente della Conferenza episcopale Usa, il card. Timothy Dolan di New York: «C'è un insegnamento molto chiaro della Chiesa basato sulle parole di Gesù per cui non possiamo giudicare le persone ma le azioni sì», ha detto (today.com).

    Tutto cambia - C'è poi chi ha valutato del tutto positivamente le affermazioni del papa. Mons. Michael Sheridan di Colorado Springs ha affermato (Fox21news) che esse «segnano un cambiamento netto nel tono» e che purtroppo non tutti nella Chiesa, agiscono nel modo che la stessa Chiesa prescrive, cioè con rispetto e amore per tutti».Più netto il vescovo di Grand Rapids, Michigan, mons. David Walkowiak (Mlive.com): «Speriamo che il tono del papa comunichi la speranza e la convinzione che se ci si rivolge alla Chiesa si verrà rispettati, accolti, si potrà ricevere l'aiuto costituito dai sacramenti».

    Un tono, quello di Bergoglio, che esprime un approccio «più pastorale sui gay in generale, se non addirittura un cambiamento nella dottrina sull'omosessualità» che, tuttavia, non ci aspetta possa avvenire durante un volo transoceanico o una conferenza stampa. Sul tono più pastorale sono intervenuti anche mons. Howard Hubbard di Albany, New York (Times Union) e mons. David Zubik di Pittsburgh (Post Gazette): «Sta dicendo cose che la Chiesa ha già detto, ma le sta dicendo in modo che la gente possa capire. Giovanni Paolo II era un filosofo, Benedetto XVI un teologo. Lui è un pastore: ci dice che dobbiamo conoscere il nostro popolo e i suoi conflitti».

    Fuori dalla gerarchia ecclesiastica, i commenti, con qualche eccezione, sono generalmente positivi. Il gesuita p. James Martin, dalla sua rubrica sul Washington Post, individua in 5 punti i motivi per cui le parole del papa hanno fatto tanto rumore. Primo: l'uso del termine "gay" al posto di "omosessuale": una novità, per un papa, gradita soprattutto al mondo gay. Secondo: l'accento sulla negatività delle lobby in sé, non necessariamente solo gay, con il rifiuto di giudicare le persone. Terzo: il passaggio spontaneo dalla questione delle lobby all'individuo gay. Quarto: non ha usato la citazione del Catechismo secondo cui le persone omosessuali sono «intrinsecamente disordinate», né, dopo aver detto che i gay non devono essere emarginati, si è espresso contro l'attività omosessuale, come ci si sarebbe potuti aspettare. Il tono, afferma Martin è prettamente pastorale, la sua voce, quella di un «pastore gentile»: «Diversi amici gay e lesbiche hanno detto che il video li ha commossi fino alle lacrime».

    Ugualmente positivo un altro gesuita, p. Thomas Reese, già direttore della rivista America e ora columnist del National Catholic Reporter. Il papa non ha cambiato nulla, ha detto in un'intervista a un quotidiano di Detroit (Free Press), ma ha «mostrato un volto nuovo» rispetto ai suoi predecessori. Ha sottolineato la compassione, l'amore, il rispetto, il fatto che i gay non vadano demonizzati». E nella Chiesa cattolica, conclude, lo stile è sostanza, e quindi il tono di papa Francesco, con le sue parole, fa un'enorme differenza».

    Parole parole parole - Più perplessa Jamie Manson, teologa femminista ed esperta di etica sessuale. Sul National Catholic Reporter (31/7) esprime i suoi dubbi: «Dopo aver lanciato il suo ormai leggendario "Chi sono io per giudicare?", ha immediatamente riaffermato la dottrina del Catechismo. Certo, non ha usato l'espressione "intrinsecamente disordinati", ma ha detto chiaramente che "il problema non è la tendenza (omosessuale)". È ovvio, il problema sono gli atti omosessuali e il matrimonio gay. Penso che la vera domanda che ha posto fosse: "Chi sono io per giudicare un gay celibe di buona volontà che cerca Dio?"».

    «Voglio credere che delle vere riforme siano prossime», afferma la Manson. «Il mio cuore cerca questo: vorrei avere la possibilità di sposare la mia partner nella Chiesa della mia infanzia, la Chiesa con una "visione sacramentale del mondo" e con i migliori dettami sulla giustizia sociale nei suoi libri. Voglio che tutte le coppie lgbtq abbiano la possibilità di sposarsi nella Chiesa con cui il loro cuore si identifica. Ma non c'è nulla che Francesco abbia detto su quell'aereo – è l'amara conclusione – che mi porti a pensare che siamo più vicini a qualcuna di queste possibilità. Mi resta la speranza che un giorno la giustizia verrà, ma penso che sia importante accettare la realtà che gli effetti residuali di una formazione patriarcale, omofobica e clericale possano continuare ad agire in un uomo che, peraltro, è impegnato per la giustizia e ha un orientamento profondamente pastorale».

    Grazie, grazie, grazie - Nel mondo dei cattolici gay, tuttavia, c'è anche chi è stato positivamente impressionato dalle parole del papa: lo dimostra una petizione, lanciata sul sito change.org, da un cattolico gay di Washington, Allen Rose, con la quale ringrazia papa Francesco per i suoi accenti incoraggianti nei confronti del mondo lgbtq e annuncia che consegnerà la petizione al nunzio pontificio, perché la trasmetta a Bergoglio.

(c) Adista notizie 29, 31 agosto 2013