martedì 24 marzo 2015

Capitalismo e diritto civile

 

FONDAZIONE NENNI

http://fondazionenenni.wordpress.com/

 

Un bel libro

 

In "Capitalismo e diritto civile" Cesare Salvi ripercorre gli itinerari giuridici che hanno caratterizzato la nostra storia dal "Code civil" ai "Trattati europei".

 

di Antonio Tedesco

 

Ci sono libri che ci aiutano a capire, a comprendere la complessità della nostra società, le sue strutture giuridiche e sociali. Spesso però sono testi “accademici”, che usano un linguaggio complicato per soli “addetti ai lavori”. Capitalismo e diritto civile (Il Mulino) di Cesare Salvi è un libro certamente complesso e denso ma fruibile ed accessibile.

    L’ultima pubblicazione dell’ex Ministro del Lavoro, docente di Diritto civile all’Università di Perugia, è un viaggio intellettuale nell’Universo giuridico con preziose sfumature sociologiche, nella straordinaria storia del diritto costituzionale, dal codice civil ai trattati europei.

    Salvi ricostruisce, con il piglio dell’insegnante vocato alla trasmissione di conoscenze con l’intento di ripercorrere con un ragionamento lucido, lo sviluppo e l’affermazione del diritto civile negli ultimi due secoli, nel rapporto con le trasformazioni del capitalismo, delle istituzioni, delle culture egemoni.

    Il volume nella prima parte è arricchito da un’introduzione metodologica necessaria e non scontata che facilita il lavoro del lettore.

    Il lettore poi si immerge in una lettura interessante non solo da un punto di vista giuridico; egli viene indotto a comprendere le trasformazioni della società che l’autore divide, per comodità di analisi, in tre macro periodi: l’età del capitalismo individualista, quella del compromesso tra capitale e lavoro, e infine la fase in cui viviamo oggi della globalizzazione neoliberista.

    Una lieve punta di malinconia trapela nell’autore, quando descrive l’età dell’oro dei diritti, e dell’affermazione della costituzione negli anni successivi al secondo conflitto mondiale.

    Salvi è fedele ai suoi principi democratici ed è un difensore- non un conservatore – della Costituzione italiana, intesa come faro illuminante della coscienza civica collettiva rivendicandone, con determinazione, la modernità.

    Meglio la Costituzione italiana dei trattati europei e dell’Europa liberista delle banche, ma l’Europa è un progetto-processo che va difeso ed è ancora da completarsi tenendo fede ai principi originari. L’unico modo per evitare la dissoluzione dell’Unione Europea può avvenire solo con la riaffermazione della democrazia politica per la realizzazione di una società più giusta. Il modello a cui si deve ispirare la Costituzione europea è contenuto nei principi che sono stati in buona parte attuati in molti Stati nazionali nel trentennio successivo alla seconda guerra mondiale.

    Ci sono molte ragioni per leggere e studiare attentamente il libro di Salvi.

    In poco più di duecento pagine sono condensate le ragioni storiche, giuridiche, economiche, politiche e sociologiche dell’importanza della nostra Costituzione, che rappresenta l’apogeo della democrazia. Ed è in questo periodo di crisi politica ed economica che la costituzione deve riprendere quel primato che gli abbiamo tolto.

    Un libro da studiare all’Università, un volume da consigliare per chi vuole capire l’importanza della Costituzione italiana e le ragioni per cui va difesa.

               

   

Da vivalascuola riceviamo e volentieri pubblichiamo

 

Ciò che i ragazzi devono sapere sul lavoro

 

di Giorgio Morale

 

Questa settimana su vivalascuola ci domandiamo quale formazione sul lavoro è bene che la scuola dia ai ragazzi, anziché prodigarsi, come vorrebbe chi ci governa, per creare manovalanza a basso costo al servizio dell’azienda. O addirittura lavoro gratuito, come pretendono adesso per l’Expo:

 

https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2015/03/09/vivalascuola-191/

 

Pensiamo infatti che la scuola, come sempre (non c’è sapere se non critico), dovrebbe fornire ai futuri cittadini gli strumenti per capire e le competenze per maturare un giudizio sulla società e non dare un’istruzione puramente funzionale ai modelli economici.

    Dovrebbe riuscire a suscitare domande chiave quali: Ci sono modi per accrescere la qualità della vita del maggior numero di persone invece che il fatturato di imprese? Si può tornare a un modo di produrre su scala ridotta e integrata che tenga conto delle finalità sociali di quel che si fa? Ci possono essere lavori che permettono di soddisfare più dimensioni e più bisogni umani e non solo quello economico? Possono esserci lavori che soddisfano bisogni umani senza stravolgere l’ambiente naturale? Si può ritrovare l’arte di fare cose belle e utili?

    Come sempre forse contano più le domande che si è in grado di generare, piuttosto che le risposte oggi per necessità solo parziali.

    La puntata presenta interventi di Giuseppe Caliceti, Francesco Ciafaloni, Marilena Salvarezza, Marco Carsetti, Andrea Toma. Inoltre, materiali e informazioni sull'argomento, nonché le notizie della settimana scolastica.

           

 

martedì 10 marzo 2015

Fare del Mediterraneoun mare di pace e di progresso

FONDAZIONE SOCIALISMO

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  mondoperaio

  www.mondoperaio.net/

 

 

Una proposta per la politica estera dell’Italia: il ripristino della stabilità e dello sviluppo nel Sud del Mediterraneo. Pubblichiamo qui di seguito il testo introduttivo al Convegno promosso dalla Fondazione Socialismo e da MondOperaio e tenutosi a Roma il 3 marzo 2015 sul tema “Italia e Mediterraneo”. Il video integrale dei lavori del convegno sarà consultabile a partire da domani sul sito della Fondazione Socialismo (www.fondazioneoscialismo.it).

 

di Antonio Badini

 

1. Un’Italia non più protagonista. - I più recenti sviluppi della vicenda politica nella regione mediterranea hanno visto l’Italia impreparata ed anche poco pronta ad assumere iniziative capaci di prevenire minacce esterne alla sua sicurezza. La sensazione che si percepisce é che il nostro Paese – anche in ragione delle caratteristiche epocali della crisi che lo attraversa – sembra aver perso ruolo ed influenza sugli accadimenti alle sue porte di casa, con conseguenze di rilievo nelle aree che toccano direttamente la sua geo-politica e che incidono inevitabilmente anche sullo sviluppo della sua economia.

    È un fatto comunque che quelle che sporadicamente si sono potute udire sono state voci per invocare, spesso a sproposito, il ricorso all’intervento delle «Istituzioni Internazionali»: per intendere, si presume, ONU, NATO e UE, un insieme che fa a pugni. Rispetto a queste modalità prevalenti noi pensiamo, al contrario, che per l’Italia sia oggi più utile parlare poco ma con chiarezza, ricordando sempre che senza una preparazione previa ed una sicura conoscenza delle mosse concordabili sia sempre meglio lavorare al riparo dei media.

    Forse qualcuno ancora ricorderà che, non molto in là nel tempo, l’opinione dell’Italia aveva un suo peso, e la sua azione diplomatica era spesso sollecitata e comunque sempre ben accetta. Assai apprezzate erano ad esempio le iniziative dell’Italia nella regione Mediorientale ed in particolare quelle per il Sud del Mediterraneo. Nel 1998 ad esempio l’Italia riuscì a evitare, riunendo in fretta una riunione di emergenza a Palermo, che l’impianto di partenariato euro-mediterraneo istituito a Barcellona nel novembre del 1995 andasse anzitempo in frantumi. Si riuscì in quell’occasione, ministro degli Esteri Lamberto Dini, a riprendere in fretta le fila di un dialogo che l’Italia seppe poi gestire con autorità, anche avvalendosi dell’efficace sostegno del ministro degli Esteri egiziano Amr Moussa.

 

2. Un passato di forte dinamismo. - Non fu quello un episodio isolato. Non appena nella Regione prendeva spessore una nuova tensione o apparivano focolai di crisi all’orizzonte si mettevano rapidamente in moto, spesso su impulso italiano, consultazioni con i partner più in sintonia per studiare il da farsi. Senza inutili proclami, si faceva trapelare che intese suscettibili di serrare i ranghi erano nell’ordine delle cose. Algeria, Tunisia, Egitto e Arabia Saudita erano allora le prime direttrici del dialogo, che coinvolgeva regolarmente Francia e Spagna, e talvolta Malta e Portogallo.

    Erano i Paesi da cui presero origine il «Gruppo dei Cinque più Cinque» prima, e l’Iniziativa Mediterranea voluta da Mitterrand dopo. Oltre i già citati, nei due Gruppi confluirono Grecia e Mauritania mentre l’Arabia Saudita restò attento interlocutore, solo geograficamente separato, soprattutto dell’Italia.

    La Libia non volle allora formalmente partecipare ad alcuno dei due Gruppi, ma Italia e Tunisia a turno tenevano al corrente la sua dirigenza politica. Il monito a Gheddafi avanzato da Craxi nel 1986 dopo il lancio, di uno Scud libico deliberatamente fuori misura (secondo le analisi quasi subito disponibili), fu seguito da intense consultazioni a livello Esteri-Difesa- Servizi, con questi ultimi molto attivi con i loro omologhi nei cui confronti avevano stretti rapporti di colleganza, utilizzando l’ovvio beneplacito dello stesso Colonnello. E tutto si acquietò; con il Ministro Andreotti che discretamente si disse disponibile ad avviare con la dirigenza libica una maggiore cooperazione aprendo il discorso anche su di un «gesto riparatore» su cui insisteva Gheddafi per le perdite inferte al popolo libico durante il periodo coloniale.

    Oggi molti potrebbero replicare che erano altri tempi: ma è fuori di dubbio che diversi erano anche lo spessore dei soggetti in campo ed il livello di guardia per l’azione. In quegli anni lo si poté costatare nell’affare Sigonella, con la nostra Marina e Aereonautica pronte ad aiutare Palazzo Chigi sulle manchevolezza del nostro grande alleato, che si serviva delle informazioni solo parzialmente esatte dei Servizi di Israele per indurre il nostro Governo a rilasciare Abou Abbas (ritenuto responsabile in solido dell’uccisione del cittadino americano Leo Klinghofer).

 

3. Il caso Libia : mandato dell’Onu. - Siamo sfortunatamente tutti testimoni che a muoversi nei momenti di crisi acuta sono autonomamente gli Stati membri, non l’Ue. Dei quattro Paesi europei che fanno parte del G7 (Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia) oggi sulla scena manchiamo soprattutto noi: e di conseguenza siamo poco presenti quando si parla di Mediterraneo, nonostante che il fardello che ci portiamo sulle spalle, a causa dello sconquasso della regione e del nuovo terrorismo, sia tra i più inquietanti.

  Il punto cruciale di qualsivoglia soluzione politica per la Libia è la formazione, anche embrionale, di un governo di unità nazionale, che molti auspicano e altrettanti attendono possa scaturire da una risoluzione onusiana. Si tratta di un auspicio di assai difficile realizzazione. Più praticabile, al momento, è lavorare su una rete di contatti che siano facilitati da esponenti di prestigio delle diverse tribù, cui in qualche modo restano legati uomini di primo piano delle opposte milizie. Il Trattato di Amicizia con la Libia, per chi lo ha vissuto, nacque con una tattica «a tentoni» per superare la diffidenza di Gheddafi; ma poi negli anni si sviluppò, trovò forma e contenuti equi e divenne vincolante per i due Paesi con il consenso di chi in Libia cercava, insieme a noi, di preparare un passaggio di potere morbido, senza risvegliare lo spirito tribale del Paese.

    Purtroppo quel Trattato non venne invocato da chi ne aveva il diritto per sospendere l’avvio dell’azione architettata da Nicolas Sarkozy con la collaborazione di Bernard-Henry Levy.

    Sarebbe bastato in quell’occasione accodarsi alla Germania per tentare di guadagnare tempo e investigare sull’asserito genocidio che secondo Levy si stava perpetrando contro i rivoltosi inermi a Bengasi. E poi vi era allora la disponibilità del Colonnello a lasciare a favore del figlio Seif El Islam, persona assai moderata.

    Nelle attuali condizioni, appare molto arduo intraprendere la via della «legalità internazionale» per un possibile intervento militare: per l’Onu, vista con ostilità dagli islamisti, i tempi non sono maturi, e le condizioni sul terreno non propizie, specie dopo le pur comprensibili incursioni dell’aviazione egiziana, che ha mosso ulteriormente le acque senza incidere negli equilibri di potere. Va anche detto che nel paese é verosimilmente in corso una guerra per procura (Qatar e Turchia da una parte – Egitto e EAU dall'altra), i cui effetti non sono ancora decifrabili completamente.

    Occorre dunque attendere una certa decantazione, anche perché gli analisti non escludono che tra il Governo islamista di Tripoli (internazionalmente non riconosciuto) e i gruppi dell’Isis possa crearsi in un prossimo futuro una frattura. E d’altra parte isolare dal contesto regionale – ricolmo di tensioni e di alleanze da chiarire – l’apertura di un dossier per la ricerca di una soluzione di pace per la Libia appare sinceramente opera ardua. Urterebbe con una mappa in itinere dei gruppi jihadisti: sia quelli che si ricollegano ad Al Qaeda, al momento in declino, che gli altri che si proclamano «province» dello « Stato islamico » apparentemente in ascesa, cui vanno poi aggiunti i movimenti islamisti vicini ai Fratelli musulmani e la vecchia ma chissà se veramente tramontata «Jamaa Islamiya».

 

4. Una possibile offensiva diplomatica dell’Italia. - In questa nuova costellazione del terrore – di Stati «falliti» e in ricostruzione e di possibili nuovi Stati (da non sottovalutare, in un futuro non lontano, il Kurdistan) – l’Italia, che in questi anni oggettivamente ha perso colpi e fatto troppi passi indietro, ha oggi l’occasione di prodursi in un colpo d’ala efficace, capace di farle finalmente rialzare la testa.

    È un fatto che le condizioni di fragilità e di indeterminatezza che hanno presieduto alla gestione del nostro sistema politico negli ultimi venticinque anni abbiano molto pesato anche nella conduzione della politica estera del Paese. La scomparsa, ben presto rivelatasi effimera, della contrapposizione ideologica Est-Ovest con la caduta del Muro di Berlino, abbinata alla convinzione che democrazia e mercato costituissero i due cardini di un pianeta in corsa verso l’armonia, deve aver influito non poco nel farci rinchiudere in un stato di benessere rivelatosi alla lunga non solo fragile ma anche banalmente provinciale. Eppure l’Ostpolitik percorsa da Bettino Craxi negli anni ’80 avrebbe dovuto nei suoi piani preludere, dopo l’attesa implosione del Comecon, a una espansione economica ad Est delle nostre PMI, a cominciare da quelle più dinamiche, da collocare utilmente soprattutto in Ungheria ed in Polonia.

    Oggi abbiamo perso identità e forse una reale capacità di contribuire agli obbiettivi del G.7, che noi stessi avevamo rafforzato schivando, al vertice di Tokio del 1985, la mossa anglofrancese di sottometterlo al G.5. Va detto che ora é tutto l’Ovest ad apparire in declino, con il G.7 che ha ceduto quote crescenti del commercio mondiale ai paesi BRICS e con il ritorno delle battaglie ideologiche con la «Grande Russia» di Putin, impegnata a rimontare la china della disciolta Unione Sovietica.

    In questa fase di ripiegamento e di malaise l’Europa, e l’Italia soprattutto, sono state colte di sorpresa dall’ascesa dell’Islamismo radicale, mentre siamo penalizzati anche dagli abusi del capitalismo non corretti da una governance appropriata. Avremmo dovuto avere più piglio nel G.7, e nell’Ue e quindi gestire meglio la «primavera araba»: adoperandoci in particolare nel far capire che il vero movente di quelle rivolte non era la lotta per la democrazia ma piuttosto la conquista della dignità umana, allo scopo di farne il perno di future libere scelte di quei popoli pur se non necessariamente favorevoli al nostro modello politico.

    Il risultato é stato che, anche per colpa delle incerte politiche dell’Occidente, anziché le porte dello stato di diritto i moti popolari hanno in realtà aperto fronti di lotta del tutto inattesi, con la conseguenza ultima di aver reso il Mediterraneo un’area di transito verso il nostro Paese di migliaia di transfughi in cerca di rifugio. È per queste ragioni che lo sforzo del recupero di una azione e di una presenza italiana, anche se complesso, va intrapreso senza indugi per ricostruire una discernibile politica estera che si ponga come primo obiettivo di ripristinare condizioni di stabilità e sviluppo alla nostra frontiera Sud: un’area che per il nostro Paese é sempre stata di importanza strategica.

    Dobbiamo tuttavia essere coscienti che il nuovo rapporto da costruire tra l’Italia e il Sud del Mediterraneo, che deve imperniarsi su di uno sviluppo condiviso, non può prescindere dalla sicurezza e dalle tensioni che oggi insidiano la regione, come si é detto parlando della Libia.

    Né una azione siffatta, pur dovendo rispondere a caratteristiche di politica autonoma, può prescindere dalle nostre alleanze (a partire da quella con gli Stati Uniti), e dal nostro essere membri dell’Unione europea.

 

5. Modalità e direttrici di Azione. - Al di là delle iniziative caute ma ben mirate per fronteggiare la caotica situazione in Libia, appare necessaria innanzitutto la presa in conto di misure destinate alla crescita economica, ma anche alla stabilità politica dei Paesi della sponda Sud, promuovendo e sollecitando da parte dei nostri partner europei, d’intesa con gli S.U., interventi in grado di contrastare le attuali minacce e prevenendo la nascita di nuovi focolai di tensioni.

    Un primo tema riguarda il modo di percepire l’Islam e il radicalismo islamico e a seguire come viene visto o dovrebbe essere considerato il dialogo interreligioso, oggi troppo enfatico e fuori centro. Contemporaneamente andrebbero affrontati anche altri aspetti che hanno un più o meno forte impatto sul punto: in particolare il processo di pace israelo-palestinese, i conflitti in atto nell’Africa profonda, e più in generale i problemi della sicurezza nella regione mediorientale che, lo si voglia o no, passano per un processo di riconciliazione o quanto meno di dialogo e di coesistenza tra sunniti e sciiti. Importante al proposito l’appello all’unita dei musulmani fatto dal Grande Imam dell’Azhar,El Tayeb.

    Lo Jihadismo rappresenta appena il 3 % dei sunniti; il che mostra che la capacità di mobilitazione rimane contenuta; é importante non sopravvalutare il fenomeno, nonostante la gravità delle sue azioni. Una constatazione immediata che suggerisce prudenza e conoscenza nel prescrivere le riforme agli arabi moderati é che «riformisti» si autodefiniscono coloro che si richiamano alle forme di lotta praticate sul terreno: una modalità che sarebbe senz’altro più corretto definire, per i metodi violenti e disumani usati, come quella di un vero e proprio terrorismo.

    L’avvento dello “Stato islamico”, che occupa al momento un territorio di circa 270 mila mq tra la Siria e l’Iraq, ha reso ancor più brutale il fanatismo che strumentalizza il credo dell’Islam per folli lotte di potere. E tuttavia il Califfato, oggi arbitrariamente riesumato dallo Stato islamico, non durerà probabilmente a lungo avendo attirato su di se lo sdegno e un forte senso di rivalsa di una larga parte del mondo arabo e musulmano. Nondimeno non é da escludere, anzi é probabile, che la sua scomparsa si accompagni a nuove forme di terrorismo presumibilmente non meno violente.

    Era già successo ad Al Qaeda, e prima ancora al « Fronte del rifiuto », allora accusato di azioni riprovevoli ed in qualche modo strumentali per negare credibilità all’opzione negoziale dell’OLP di Arafat. Durerà certamente più a lungo il movimento «Boko Haram», le cui aree di dominio sono considerate una «Provincia» dello Stato islamico, e che rischia di diventare seme di contagio nei paesi che confinano con il lago Chad.

    È dunque importante che nel contrastare anche militarmente il terrorismo non si dimentichi che la madre di tutte le tensioni resta il senso di oppressione, di ingiustizia e discriminazione che gran parte del popolo arabo avverte nei confronti dell’Occidente, visto come alleato acritico di Israele. L’irrisolta causa palestinese resta tuttora una ferita aperta per il popolo arabo. Pericoloso negligere sulla creazione dello Stato palestinese a cui i precedenti governi italiani avevano dato priorità costante, anche rischiando gravi crisi (come nel caso di Sigonella) con il nostro maggiore alleato.

    Su questo punto l’Italia deve tornare ad essere parte attiva per la ripresa del processo di pace, dando il suo tenace concorso per coinvolgere seriamente Stati Uniti, Israele e Paesi arabi. Le basi ci sarebbero tutte, essendo costituite da due iniziative solenni e importanti che la memoria corta dell’Occidente sembra avere dimenticato: l’iniziativa dell’Arabia Saudita del 2002 e quella dei «due Stati», con George W. Bush sponsor e garante, approvata nel Maryland, ad Annapolis, nel 2007.

    Trent’anni fa, nel novembre del 1984, Re Fahd chiese a Craxi di fare appello a Simon Peres affermando che lui avrebbe lavorato per convincere Arafat a passare dalla strettoia di una Confederazione giordano-palestinese: un obiettivo decisivo che venne fallito nel febbraio dell’anno dopo, nel 1985, ad Amman, per le mancate, modeste concessioni che venivano richieste a Simon Peres, allora Primo Ministro di Israele, per costruire una delegazione giordano-palestinese che non facesse perdere la faccia ad Arafat.

    Oggi, tre decenni dopo quella mancata svolta che poteva essere decisiva, l’Unione Europea, si é rivelata del tutto inadeguata a rimettere il processo di pace su binari solidi, e ha di fatto rinunciato a convincere il Governo di Gerusalemme che Israele é Stato invasore, ultimo Paese dei tempi moderni che ricorre agli insediamenti in territori altrui per modificare il dato demografico che alla fine dovrà determinare la linea di confine. Ed é innegabile che l’intransigenza di Gerusalemme stinge in qualche modo sul problema più vasto della sicurezza della regione.

(1/2 – continua)

 

Il video integrale dei lavori del convegno sarà consultabile a partire da domani sul sito della Fondazione Socialismo (www.fondazioneoscialismo.it).

 

lunedì 2 marzo 2015

Pertini, a 25 anni dalla scomparsa

Da Avanti! online

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Un grande italiano, un grande socialista

 

Sandro Pertini è stato un grande protagonista del nostro tempo e della storia d’Italia. Così lo hanno ricordato in tanti alla Camera nel giorno in cui ricorre il 25.mo anniversario della sua scomparsa. Pertini, il Presidente della Repubblica senza alcun dubbio ‘più amato’ dagli italiani, ha speso la sua vita combattendo per la giustizia sociale e la libertà. Lo fece quando in Italia c’era il regime fascista, e per questo pagò un prezzo altissimo, e lo fece dopo la Liberazione contribuendo a fare della Repubblica italiana un grande Paese. Per tutta la vita praticò la coerenza, l’onestà e la sobrietà e la sua originalità di pensiero si manifestò appieno quando salito al Quirinale seppe innovare il ruolo di Presidente della Repubblica dando a questa carica un nuovo spessore politico e morale e rendendo in questo modo le Istituzioni più vicine ai cittadini. Il caso ha voluto che Pertini sia nato lo stesso anno in cui fu fondato il suo partito, il Partito Socialista Italiano e anche per questa ragione i socialisti continuano ad essere così affezionati al suo ricordo.

    Nel suo intervento alla Camera, Pia Locatelli, ha ringraziato “la Presidente della Camera per aver prontamente accolto la richiesta del gruppo socialista e aver voluto questo momento di commemorazione. Un atto – ha detto – del quale le siamo tutti grati, come socialisti e come italiani. Come socialisti perché in un’epoca in cui il socialismo è dato per spacciato, è bene ricordare quanto il socialismo ha dato a questo Paese in termini di idee, riforme, leggi e persone.

    Pertini era una di quelle persone speciali che hanno fatto grande l’Italia: partigiano, Padre costituente, Presidente della Repubblica, oltre che di questa Camera.

    Come italiani perché gli abbiamo voluto bene tutti, a sinistra come a destra. Il Presidente più amato dagli italiani, il primo a comprendere che bisognava avvicinare le persone alle istituzioni. Quando nessuno si occupava di comunicazione, lui seppe precorrere i tempi, parlando in modo diretto alle persone, dimostrando con le parole e con i fatti di essere uno di loro. Non visse quasi mai al Quirinale, non usava i voli di Stato, girava su una Fiat 500 rossa. Era schietto, ironico, onesto, usava uno stile diretto e amichevole, che oggi usano in molti ma che allora era considerato quasi sovversivo. Così come lo era il suo modo di intervenire direttamente nella vita politica del Paese, una novità per il ruolo di Presidente della Repubblica, fino ad allora una figura strettamente “notarile”. Della sua lunghissima carriera politica ricordo un fatto: lo sciopero degli uomini radar, allora militari.

    Il 19 ottobre del 1979, 900 ufficiali, marescialli e sergenti addetti alle torri di controllo si “ammutinarono”, chiedendo la smilitarizzazione, gettando nel caos il traffico aereo. L’ammutinamento avrebbe dovuto innescare la corte marziale, non certo una trattativa: il Presidente, avvalendosi della sua condizione di capo delle forze armate, decise di convocare i controllori di volo al Quirinale, insieme al Presidente del Consiglio Cossiga. Con la promessa del capo del governo di disciplinare la materia con un decreto legislativo urgente che avrebbe varato la smilitarizzazione, ottenne il rientro della protesta. Un’iniziativa senza precedenti, che diede soluzione ad una situazione delicatissima. Reagan, in una situazione analoga, licenziò invece 11.000 su 17000 addetti ai voli. Bella differenza.

    Con Pertini si aprì un’era nuova della comunicazione politica, ma in lui l’aspetto prettamente comunicativo non prevalse mai sui contenuti, la sostanza rimaneva l’elemento fondamentale, diversamente da oggi. In tanti lo imitano, anche oggi, ma le copie – ha concluso Locatelli – si sa, non sono mai come l’originale”.

 

lunedì 23 febbraio 2015

Intervento di Pia Locatelli alla Camera dopo la relazione del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni sulla crisi libica

Da Avanti! online

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di Pia Locatelli, deputata del Psi

Presidente emerita dell’Internazionale Socialista Donne

 

Ringrazio il ministro Gentiloni per essere tempestivamente venuto in Aula a fare chiarezza, affermazioni raccolte fuori dal contesto possono essere facilmente travisate e ingenerare confusione. Bene quindi che la questione Libia sia stata riportata nell’unico ambito che le compete: quello istituzionale, sia a livello nazionale sia a livello internazionale.

    Tre brevi considerazioni: la prima riguarda l’atteggiamento delle forze parlamentari, quasi sempre assunto nelle democrazie mature:  in politica estera si deve fare tutto il possibile per non dividersi. Di fronte a una minaccia esterna, la posizione del nostro Paese deve essere univoca. La strumentalità per raccogliere consensi non è accettabile.

    La seconda considerazione riguarda l’enorme capacità comunicativa dell’Is e di contro la nostra inadeguatezza: loro sono riusciti a far credere che il “Califfato” ha conquistato il  territorio libico, si tratta invece di realtà locali che hanno dichiarato di “sposare” la causa dell’Isis, nulla di più; noi siamo riusciti a farci qualificare come il Paese delle crociate, essendo un Paese laico che non vuole crociate, né le loro, né le nostre. Quindi maggiore cura nella comunicazione.

    L’ultima considerazione riguarda il da farsi. Con convinzione noi socialisti affermiamo che l’escalation militare in Libia è opzione estrema e di ultima istanza;  prima  va sostenuta la capacità del popolo libico di autodifendersi e autosostenersi, e quella dei Paesi arabi vicini di intervenire, nelle declinazioni da lei elencate.

    Questa linea di condotta ci “mette al riparo” da due possibili problemi: che sia rievocata la spinosa questione del colonialismo italiano e che sia fomentata la retorica islamista che invoca la guerra agli stranieri crociati per raccogliere consensi. Soprattutto, evita di creare le condizioni di una “guerra asimmetrica”, che sono proprio quelle ricercate dai gruppi insorgenti per massimizzare il loro potenziale offensivo.

    Infine, come già detto dal collega Marazzitti con riferimento a Romano Prodi, ricordiamo che l’Italia ha personalità con grande esperienza internazionale,  autorevolezza, riconoscimento da parte delle numerose parti in causa libiche, che possono svolgere un grande ruolo di mediazione/raccordo dei diversi fronti libici non Daesh. Utilizziamo queste risorse, non sbagliamo ancora una volta.

 

Vai al sito dell’avantionline

 

lunedì 9 febbraio 2015

"Con Pertini al Quirinale"

LA RECENSIONE

  

Simboli e poteri - I diari di Antonio Maccanico

 

di Stefano Rolando

 

L’edizione postuma dei diari di Antonio Maccanico relativi al settennato di Sandro Pertini al Quirinale riguardano il tratto 1978-1985. Sono stati curati e dettagliatamente annotati da Paolo Soddu (contemporaneista a Torino, autore di una biografia dedicata a Ugo La Malfa) e prefati da Eugenio Scalfari, di cui il Mulino (che li edita) sceglie un breve brano come cifra interpretativa complessiva che appare nel retro di copertina: “Non era facile guidare un uomo come Pertini, specie da quando aveva assunto la più alta carica dello Stato, e non era facile proteggerlo dal suo carattere, dalle decisioni che prendeva più col cuore che con la sua testa e che attuava immediatamente. Ma Tonino ci riuscì dedicandogli tutto se stesso”.

    Seicento pagine ripropongono anni crucialissimi della storia dell’Italia repubblicana. Anni con le radici affondate in tutto il secolo, con il disvelamento – ovvio per gli addetti ai lavori, meno per l’opinione pubblica – dei pochi e riservati luoghi in cui tutta la classe dirigente italiana, ancora nel pieno della sua prioritaria articolazione nel pluralismo dei partiti, converge nella quotidianità, converge nelle verità, converge nelle fragilità, converge nelle vanità. Ma è ancora dedita ad un progetto complessivo di evoluzione della incompiuta democrazia italiana, confrontandosi con la chance ­ (che la presidenza Pertini offre) di ricucire lo strappo ormai grave tra istituzioni e cittadini e di trasformare l’abisso degli anni segnati dal terrorismo in una opportunità di riscatto e di orgoglio nazionale. Dunque gli anni che vanno dal caso Moro al caso Craxi, cioè dall’esplosione del progetto di unità nazionale causata dall’assassinio del leader della DC (e probabile prossimo presidente della Repubblica) al rilancio della competizione politica e ideologica della regola democratica. Un rilancio gestito – dopo e solo per alcuni versi anche in continuità rispetto al governo Spadolini – soprattutto dai socialisti (…)

 

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SEGNALAZIONE

 

Je suis laïque!

 

Nel nome di Giordano Bruno 

 

Roma Piazza Campo de’ Fiori 

martedì 17 febbraio 2015 ore 17.00

 

C e r i m o n i a

deposizione corone e saluti istituzionali

Interventi musicali: Lucia Ianniello  tromba,  Maria Giuditta Santori  percussioni

 

C o n v e g n o

Maria Mantello – Giordano Bruno, né dogmi, né padroni

Franco Ferrarotti - Giordano Bruno, la poesia della libertà

Carlo Bernardini – Laicità – Scienza - Libertà

 

Partecipazione artistica del Centro Studi Enrico Maria Salerno

 

Presenta Antonella Cristofaro

 

Anche quest’anno l’Associazione Nazionale del Libero Pensiero “Giordano Bruno”, in collaborazione con Roma Capitale, ricorderà il 17 febbraio a Roma in piazza Campo dei Fiori (ore 17.00), il grande filosofo Giordano Bruno, mandato al rogo dalla lucida follia della Santa Inquisizione il 17 febbraio del 1600.

    Il convegno, al titolo ormai tradizionale “Nel nome di Giordano Bruno” aggiunge quest’anno il sottotitolo  "je suis laïque”, come omaggio anche ai liberi pensatori del Charie Hebdo che hanno pagato con la vita il coraggio della loro satira dissacratoria: proclama di non sottomissione a chi pretende che la religione sia al di fuori di ogni possibilità di analisi e critica. 

    Dopo l’attentato di Parigi al Charlie Hebdo, per l’Europa e il mondo democratico, per chi lotta per la democrazia e i diritti, la questione della laicità assume ancor di più valore di baluardo sia in "casa nostra", che contro la furia di dominio teocratico dei cecchini e tagliatori di teste jiadisti che sognano un unico popolo di sottomessi a un unico libro in nome di un unico dio.

    Je suis laïque, è allora il grido di resistenza attiva nella rivendicazione orgogliosa delle radici occidentali della democrazia, nella volontà di difenderla da chi sta cercando d’imporre la massificazione integralista della sua guerra santa, e nella desertificazione della individualità cannibalizza ogni sentimento di amore e solidarietà elevando odio e rapina a sistema di potere.

    Je suis laïque è la forza della ragione nell’intransigenza della tutela del primario diritto umano alla libertà di pensiero, valore fondante della civiltà occidentale, dell’Europa dei diritti e della democrazia che nella scelta e nel dubbio ha le proprie radici laiche.

    Radici che continuano a sbocciare anche se il fideismo cerca di reciderle, come scriveva Giordano Bruno: «Sono amputate radici che germogliano, son cose antique che rivegnono, son veritadi occolte che si scuoprono: è un nuovo lume che dopo lunga notte spunta all’orizonte et emisfero della nostra cognizione, et a poco a poco s’avicina al meridiano della nostra intelligenza».

    Di Giordano Bruno e della sua filosofia libertaria e attualissima, baluardo di laicità, parleremo martedì 17 febbraio a partire dalle ore 17.00 sotto il monumento a Giordano Bruno in Piazza Campo de’ Fiori a Roma.

    Un convegno a cielo aperto, che col patrocinio di Roma Capitale e del Centro Internazionale di Studi Telesiani, Bruniani Campenelliani “Alain Segonds - Giovanni Aquilecchia”, dopo la cerimonia di deposizione delle corone e i saluti istituzionali del Comune di Roma e di Nola continuerà con le relazioni di Maria Mantello (Giordano Bruno, né dogmi – né padroni); Franco Ferrarotti (Giordano Bruno, la poesia della libertà); Carlo Bernardini (laicità, libertà e scienza). Partecipazione artistica del Centro studi Enrico Maria Salerno e delle musiciste Lucia Ianniello e Maria Giuditta Santori. Presenta la scrittrice Antonella Cristofaro.

 

Maria Mantello,

Associazione Nazionale del Libero Pensiero “Giordano Bruno”