martedì 7 aprile 2015

PROVE DI PULIZIA

Da Avanti! online

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 Il testo licenziato ieri dal Senato contiene numerose novità, che riassumiamo qui di seguito per i nostri lettori.

 

di Armando Marchio

 

Falso in bilancio - Il reato di falso in bilancio che era stato sostanzialmente depenalizzato dal governo Berlusconi, sarà sempre perseguibile d'ufficio, ma con diverse soglie di punibilità: 3-8 anni per le società quotate, 1-5 anni per le non quotate, ma senza alcuna soglia percentuale di non punibilità. Proprio questo era stato lo scoglio che aveva bloccato la norma a Palazzo Chigi nell'ultimo Consiglio dei ministri del 2014. In quell'occasione era spuntata a sorpresa – lo stesso Renzi rivendicò la paternità della norma – un 'articolo 19 bis nel testo del decreto fiscale – che venne subito ribattezzata 'salva Berlusconi' perché gli avrebbe consentito di rimettere in discussione la condanna per frode fiscale che lo ha escluso dalla possibilità di ricandidarsi per 6 anni.

    Il testo del Senato si presta però a non poche obiezioni perché contiene pericolosi margini di ambiguità sulla punibilità del falso in bilancio come ha efficacemente spiegato Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera di oggi.

 

Mafie - Più dure le pene per associazione mafiosa. Capi e aderenti ai gruppi della criminalità organizzata, rischieranno in base all'articolo 4, quasi trent'anni di carcere. Con le nuove norme si punisce con il carcere da 10 a 15 anni chiunque fa parte di un clan (attualmente è da 7 a 12 anni) e con la reclusione da 12 a 18 anni i boss (ora è da 9 a 14 anni). Se l'associazione è di tipo armato per gli affiliati la pena sale a 12-20 anni (ora è da 9 a 15 anni) e per i capi-mafia a 15-26 anni (ora è 12-24 anni).

 

Patteggiamento - Si potrà ricorrere al patteggiamento e alla condizionale nei processi per i delitti contro la pubblica amministrazione, ma soltanto nel caso in cui il 'bottino' sia stata integralmente restituito.

    Inoltre in base all'articolo 3, quello che stabilisce la riparazione pecuniaria, per i reati contro la PA, in caso di condanna, il funzionario corrotto dovrà versare allo Stato una somma pari alla "mazzetta" ricevuta.

 

ANAC - L'articolo 6 del ddl prevede l'obbligo per il Pm quando esercita si occupa di reati contro la PA, di informare l'Autorità nazionale Anticorruzione. L'Autorità potrà intervenire anche sui contratti di appalto secretati o che richiedono particolari misure di sicurezza. Nelle controversie sull'affidamento di lavori pubblici e sul divieto di rinnovo tacito di contratti di lavori pubblici, il giudice amministrativo informa l'Authority su 'ogni notizia emersa' in contrasto 'con le regole della trasparenza'.

 

Peculato - Aumentano le sanzioni per il peculato, che passa a un massimo di 10 anni e 6 mesi (a fronte dei precedenti 10 anni), e dell'induzione indebita, che sale dal binomio 3-8 anni a 6 anni di minimo e 10 anni e 6 mesi di massimo. Inoltre, così come suggerito dal testo originario presentato da Pietro Grasso, ci sarà il 'taglio' da un terzo alla metà della pena per chi avrà collaborato per evitare che il reato fosse portato a conseguenze ulteriori, per le prove e per l'individuazione degli altri responsabili o anche per il sequestro delle somme o altre utilità trasferite. Non passa purtroppo invece la novità degli 'agenti provocatori', uno strumento utilizzato in altri Paesi come gli Stati Uniti.

 

Corruzione - Per la corruzione propria (atti contrari ai doveri d'ufficio) la pena massima da 8 anni arriva a 10 anni (e la minima sale da 4 a 6). Per la corruzione per l'esercizio della funzione (corruzione impropria), il pubblico ufficiale rischia la reclusione da uno a 6 anni e non più a 5 anni. Per restituire organicità a tutto il sistema dei reati contro la pubblica amministrazione sono stati anche approvati aumenti di pena per la corruzione in atti giudiziari che passa da una "forchetta" 4-10 anni a una di 6-12 anni di carcere.

 

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Da MondOperaio

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Egemonia, individui e masse

 

Si discute molto di alcune analogie fra Bettino Craxi e Matteo Renzi rispetto all'esigenza di "decidere"…

 

di Danilo Di Matteo

 

Si discute molto di alcune analogie fra Bettino Craxi e Matteo Renzi rispetto all'esigenza di "decidere". Proporrei però di soffermarci per un istante su un altro punto: la guida del governo da parte del leader socialista coincideva, in Occidente, con gli anni del "riflusso" rispetto all'egemonia culturale della sinistra nel decennio precedente. Analogamente, l'attuale inquilino di Palazzo Chigi guida l'esecutivo e consegue notevoli risultati elettorali grazie anche al consenso dei "moderati".

    In realtà Craxi e l'esperienza del "socialismo mediterraneo" provavano a reinterpretare alcune categorie di base della politica, quali ad esempio il merito e le stesse esigenze del mercato, inscrivendole nel quadro della sinistra. Per non dire delle elaborazioni sul socialismo umanitario e non marxista (la figura di Giuseppe Garibaldi divenne forse l'icona di quel tentativo).

    Anche Renzi prova a dire che certi principi (in primis, per l'appunto, il merito) sono "di sinistra", ma non va oltre l'enunciazione, condizionato probabilmente pure dall'atmosfera post-ideologica che lo avvolge.

    Il leader del garofano, poi, aveva dalla sua la crescita dell'influenza dei ceti medi e del terziario. L'ex sindaco di Firenze, invece, come nota l'editoriale del numero di marzo di mondoperaio, al momento non riesce a far leva su una vera e propria "coalizione sociale".

    Craxi diede una spallata non solo all'egemonia di una certa sinistra, ma forse all'idea stessa di egemonia: all'egemonia dell'egemonia, sarei tentato di dire. A Renzi, a dispetto del consenso di cui gode, tale operazione sembra riuscire di meno. Paradossalmente, pur nella società dell'individualizzazione, se provassimo oggi a chiedere a un liceale, ad esempio, se "l'assemblea" sia "di destra" o "di sinistra", con ogni probabilità egli indicherebbe la seconda risposta.

    Ѐ vero: oggi la sinistra, nella società, è assai più debole di qualche decennio fa. Ciononostante credo che il segretario del Pd sbaglierebbe se pensasse di eludere il confronto culturale a sinistra.

           

 

mercoledì 1 aprile 2015

Corruzione, un male italiano

Da Avanti! online

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Dopo oltre 700 giorni di attesa è stata avviata finalmente nell’Aula del Senato la discussione generale del ddl Anticorruzione.

 

In apertura di seduta i senatori hanno esaminato e respinto due questioni pregiudiziali presentate da Forza Italia. Al testo sono stati presentati poco più di 200 emendamenti. I tempi previsti sono brevi. La Conferenza dei capigruppo del Senato ha stabilito che il voto finale sul ddl Corruzione si terrà nella serata di mercoledì prossimo, 1° aprile confermando che in Italia si procede sempre sull’onda dell’emergenza e della opportunità visto l’insopportabile ritardo cumulato fino ad oggi per il varo della norma. Tenuta nel cassetto per mesi per non turbare i delicati equilibri imposti dal Patto del Nazareno che in qualche modo è stato il vero protagonista, in negativo, dell’ultimo anno.

    “Finalmente – ha detto il presidente del Senato Pietro Grasso – in questi giorni siamo riusciti a dare avvio al dibattito parlamentare alla legge sulla corruzione, dopo tanti, troppi rinvii”. Il tutto nel giorno in cui sono stati resi noti i risultati del rapporto ‘Curbing Corruption’ dell’Ocse in cui risulta che in Italia la corruzione percepita è pari a quasi il 90%, il dato più elevato di tutta l’area Ocse. Mettendo in relazione la corruzione percepita con la fiducia nel governo, emerge inoltre che il dato italiano non solo è il più alto di tutti, ma supera anche quello di Paesi, come la Grecia, la Slovenia e la Spagna, dove la fiducia nell’esecutivo è più bassa (intorno al 20% contro il 35% circa dell’Italia).

    l ddl sulla corruzione arriva dunque in Aula dopo mesi di stallo in commissione ed è all’esame di Palazzo Madama dopo che ieri sul fronte giustizia si è registrato uno scontro interno alla maggioranza tra Pd e Ncd sulla prescrizione. Intanto il Movimento cinque stelle ha risposto positivamente al Pd aprendo un possibile dialogo sul provvedimento. “Se si vogliono fare le cose per bene, noi ci siamo”, dice il capogruppo in commissione di Vigilanza Rai Roberto Fico. Per il presidente dei senatori del Pd Luigi Zanda “l’approvazione del ddl sull’anticorruzione è in dirittura d’arrivo grazie al gruppo del Pd. E’ stato decisivo pretendere che il Ddl sull’anticorruzione arrivasse nell’aula di Palazzo Madama con la seduta straordinaria di giovedì scorso”. Prima di Pasqua approveremo norme importantissime e non più prorogabili”.

 

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Da MondOperaio

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Buffetti e carezze

 

di Luigi Covatta

 

Premesso che Ercole Incalza è innocente fino a prova contraria (e che le sue millanterie sulla nomina di un viceministro lasciano il tempo che trovano), e premesso anche che certe fluviali ordinanze dei Gip servono solo a trasferire i processi dalle aule dei tribunali agli studi televisivi, tira comunque una brutta aria.

    La aveva annusata il preveggente Gianantonio Stella, che proprio il giorno prima dell’arresto di Incalza sul Corriere, nel sollecitare la discussione di un ddl Grasso, faceva sua la diagnosi dell’ambasciatore americano a Roma, secondo il quale la corruzione allontana talmente gli investimenti esteri dall’Italia che, a causa del “deficit di reputazione”, ne riceve molti meno che Francia, Germania, Belgio, Spagna, Svezia e Norvegia.

    Seguendo il ragionamento di Stella, quindi, in questi paesi il contrasto alla corruzione sarebbe molto più efficace che in Italia. Eppure a suo tempo la nostra magistratura associata andava fiera dei risultati ottenuti, tanto da esibirli per esorcizzare il rischio di modifiche all’ordinamento giudiziario (quello, per intenderci, risalente al 1942, e salvato in saecula saeculorum dalla VII disposizione transitoria della Costituzione). Elena Paciotti, per esempio, che allora era presidente dell’Anm, così dichiarava: “L’esperienza di altri paesi ci induce la convinzione che la separazione delle carriere ha un solo scopo: sottoporre il pubblico ministero a un controllo diverso da quello dei giudici, come accade altrove. Dove infatti non si riescono a fare indagini sulla corruzione politica come da noi” (Corriere della Sera del 5 maggio 1994). Le carriere non sono state separate, ma “altrove” evidentemente si è indagato meglio che da noi.

    Stia quindi sereno Rodolfo Sabelli, presidente attuale dell’Anm, il quale coglie l’occasione dell’inchiesta di Firenze per denunciare che “i magistrati sono stati schiaffeggiati e i corrotti accarezzati”: non sarà il buffetto della legge sulla responsabilità civile ad impedire ai suoi colleghi di indagare, così come non è stata l’indipendenza dei pubblici ministeri ad impedire ai corrotti di rubare. Semmai, si potrebbe provare con la riduzione delle ferie.

       

   

   

FONDAZIONE NENNI

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Da che pulpito viene la predica?

 

La prolusione del Monsignore e la trave di cui Luca…

 

di Riccardo Campa

 

Esattamente un anno fa, sul blog della Fondazione Nenni, ho fatto un’apertura di credito a Papa Francesco e al nuovo corso della Chiesa cattolica. Credo che questo valga a testimonianza del fatto che, pur essendo io un laicista convinto, non sono “contro” la Chiesa a prescindere. Confesso, però, che sono rimasto piuttosto stupito quando ho letto le parole pronunciate da Monsignor Bagnasco nella prolusione al Consiglio permanente CEI.

    Non contesto al presidente dei vescovi le parole contro la corruzione e il malaffare (cfr. A. Gualtieri, Bagnasco: Corruzione: C’è un regime intoccabile ed è un’offesa ai poveri”, «la Repubblica», 23 marzo 2015). Ci mancherebbe. Parole giuste, le sue, anche se – prima di puntare il dito verso un non meglio precisato “regime” – sarebbe il caso di interrogarsi sulle responsabilità morali dei tanti affiliati a Comunione e Liberazione che operano nel sistema degli appalti svelato dall’inchiesta di Firenze. Parliamo qui delle responsabilità morali, perché quelle penali – se ci sono – non sono né di competenza mia né dell’alto prelato.

    Certo, non è colpa di Bagnasco se tanti ex militanti del PCI si sono riciclati nella Compagnia delle Opere per concentrarsi laddove si gestiscono i soldi pubblici (Cfr. M. Sasso, Grandi Opere, il senso ciellino per gli affari, «l’Espresso», 19 marzo 2015). Ma resta sempre in campo la domanda più scomoda: perché ai cattolici (a questi cattolici) interessano tanto i soldi, gli appalti, il potere? Qual è la funzione spirituale della Compagnia delle Opere, dello IOR, delle tante aziende e attività commerciali che fanno capo alla Chiesa cattolica? Secondo quanto rivela l’inchiesta, ci sono ombre di malaffare che si propagano grazie al principio di sussidiarietà. Ma anche ammesso che quanto hanno fatto i ciellini sia tutto regolare, legale, lecito, la domanda – retorica fin che si vuole – resta intatta nella sua validità: la Chiesa cattolica è un’associazione spirituale o un’azienda che vende prodotti?

    Lo sbalordimento è continuato, anzi è aumentato, nel prosieguo della lettura, quando l’attacco è stato rivolto alla teoria del gender. Anche qui – lo dico a scanso di equivoci – non contesto il merito delle posizioni del prelato. Ha il diritto di avere la sua opinione in tema di educazione. Quello che mi sorprende è la cornice in cui inquadra la questione. Dice Bagnasco: «Il gender si nasconde dietro a valori veri come parità, equità, autonomia, lotta al bullismo e alla violenza, promozione, non discriminazione ma, in realtà, pone la scure alla radice stessa dell’umano per edificare un transumano in cui l’uomo appare come un nomade privo di meta e a corto di identità». Il presidente della CEI parla di «una manipolazione da laboratorio, dove inventori e manipolatori fanno parte di quella “governance mondiale” che va oltre i governi eletti, e che spesso rimanda ad Organizzazioni non governative che, come tali, non esprimono nessuna volontà popolare». E incalza, rivolgendosi i genitori: «Volete questo per i vostri figli? Che a scuola – fin dall’infanzia – ascoltino e imparino queste cose, così come avviene in altri Paesi d’Europa? Reagire è doveroso e possibile».

    Ora la domanda è: di chi sta parlando? Ci sono in giro tante teorie della cospirazione a riguardo di un’élite apolide mondialista che intenderebbe cancellare tutte le identità per asservire individui isolati al proprio potere e che avrebbe ormai esteso il proprio controllo sugli stati-nazione dell’Occidente. Il presidente della CEI è dunque un “complottista”? Chissà… se lo dice lui e non il solito blogger lunatico, magari qualcosa di vero c’è. In fondo, l’Entità deve essere bene informata su questi complotti. Ma allora perché Bagnasco non parla in modo chiaro e non fa nomi e cognomi? Dice ai cattolici che devono reagire. Ebbene, facendo nomi e cognomi darebbe a tutti noi le armi più efficaci per contrastare questa tentacolare “governance mondiale”. Invece si accontenta di invitare i suoi correligionari a iscrivere i figli alle scuole private cattoliche, chiedendo tra l’altro a tutti gli altri cittadini di finanziarle.

    Io ricordo che, negli ultimi anni, i media hanno ripetutamente associato Mario Monti all’élite finanziaria globale che passa sopra la testa dei governi. Grazie ad essa sarebbe sbarcato in Senato e alla Presidenza del Consiglio, sul finire del 2011, senza alcuna sanzione della volontà popolare. Ma ricordo anche che, in quei frangenti, monsignor Bagnasco e Comunione e Liberazione hanno fatto quadrato intorno alla figura del professore bocconiano (P. Salvatori, Da Angelo Bagnasco a Comunione e Liberazione. La galassia cattolica si stringe attorno a Mario Monti, «Huffington Post», 28 dicembre 2012).

    Infine, sono rimasto davvero a bocca aperta quando ho appreso che i laboratori in cui si forgia il transumano sono gestiti dalla stessa “governance mondiale”, per tramite di NGO (organizzazioni non governative). Secondo il prelato, questi “manipolatori” non hanno alcun diritto di fare ciò che fanno, perché nessuno li ha eletti. Intanto, i laboratori di cui parla appartengono a università, aziende ospedaliere, cliniche private, corporation. Le aziende private agiscono liberamente e nei soli limiti stabiliti dalle leggi degli Stati e dagli accordi internazionali. Che cosa stiamo contestando? La possibilità che grandi multinazionali (come Google) finanzino la ricerca scientifica, in diversi luoghi del pianeta, indirizzandola verso precisi esiti grazie agli ingenti capitali di cui dispongono? O il fatto che i CEO delle aziende private siano nominati e non eletti democraticamente? Questo significherebbe mettere in questione l’intero assetto capitalistico mondiale. Lecito farlo, per carità. Ma, se è così, sarei curioso di sapere qual è il sistema politico-economico che Bagnasco vorrebbe al posto del capitalismo globalizzato e qual è la strategia che propone per operare il cambiamento. Oppure, il presidente della CEI sta soltanto contestando l’azione lobbistica di alcune confraternite mondiali, le quali influenzerebbero i governi al fine di ottenere legislazioni favorevoli alla teoria del gender, alla nascita del transumano, agli affari di certe multinazionali? Se l’ipotesi è la seconda, dico ancora – e a maggior ragione – da che pulpito viene la predica? Che cos’è mai la Chiesa cattolica se non una grande NGO, ovvero un’organizzazione non governativa che opera a livello mondiale per influenzare i governi affinché promulghino leggi favorevoli alla propria ideologia e alle proprie attività commerciali, cercando di subordinare l’identità nazionale e politica dei cittadini all’identità cristiana (che è transnazionale e transpartitica), e che per di più ha la propria sede centrale in un paradiso fiscale? I popoli hanno forse eletto il Pontefice, o Bagnasco, o un qualsiasi parroco di campagna? Tra l’altro, le gerarchie ecclesiastiche non le hanno mai elette i popoli, nemmeno quando erano istituzioni governative. Eppure non si sono mai fatte mancare la prerogativa di interferire nella vita della gente.

    Insomma, quando ho letto le parole di Bagnasco non ho potuto fare altro che pensare alla parabola del cieco che guida il cieco: «Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?» (Luca 6,41).

       

 

martedì 24 marzo 2015

Capitalismo e diritto civile

 

FONDAZIONE NENNI

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Un bel libro

 

In "Capitalismo e diritto civile" Cesare Salvi ripercorre gli itinerari giuridici che hanno caratterizzato la nostra storia dal "Code civil" ai "Trattati europei".

 

di Antonio Tedesco

 

Ci sono libri che ci aiutano a capire, a comprendere la complessità della nostra società, le sue strutture giuridiche e sociali. Spesso però sono testi “accademici”, che usano un linguaggio complicato per soli “addetti ai lavori”. Capitalismo e diritto civile (Il Mulino) di Cesare Salvi è un libro certamente complesso e denso ma fruibile ed accessibile.

    L’ultima pubblicazione dell’ex Ministro del Lavoro, docente di Diritto civile all’Università di Perugia, è un viaggio intellettuale nell’Universo giuridico con preziose sfumature sociologiche, nella straordinaria storia del diritto costituzionale, dal codice civil ai trattati europei.

    Salvi ricostruisce, con il piglio dell’insegnante vocato alla trasmissione di conoscenze con l’intento di ripercorrere con un ragionamento lucido, lo sviluppo e l’affermazione del diritto civile negli ultimi due secoli, nel rapporto con le trasformazioni del capitalismo, delle istituzioni, delle culture egemoni.

    Il volume nella prima parte è arricchito da un’introduzione metodologica necessaria e non scontata che facilita il lavoro del lettore.

    Il lettore poi si immerge in una lettura interessante non solo da un punto di vista giuridico; egli viene indotto a comprendere le trasformazioni della società che l’autore divide, per comodità di analisi, in tre macro periodi: l’età del capitalismo individualista, quella del compromesso tra capitale e lavoro, e infine la fase in cui viviamo oggi della globalizzazione neoliberista.

    Una lieve punta di malinconia trapela nell’autore, quando descrive l’età dell’oro dei diritti, e dell’affermazione della costituzione negli anni successivi al secondo conflitto mondiale.

    Salvi è fedele ai suoi principi democratici ed è un difensore- non un conservatore – della Costituzione italiana, intesa come faro illuminante della coscienza civica collettiva rivendicandone, con determinazione, la modernità.

    Meglio la Costituzione italiana dei trattati europei e dell’Europa liberista delle banche, ma l’Europa è un progetto-processo che va difeso ed è ancora da completarsi tenendo fede ai principi originari. L’unico modo per evitare la dissoluzione dell’Unione Europea può avvenire solo con la riaffermazione della democrazia politica per la realizzazione di una società più giusta. Il modello a cui si deve ispirare la Costituzione europea è contenuto nei principi che sono stati in buona parte attuati in molti Stati nazionali nel trentennio successivo alla seconda guerra mondiale.

    Ci sono molte ragioni per leggere e studiare attentamente il libro di Salvi.

    In poco più di duecento pagine sono condensate le ragioni storiche, giuridiche, economiche, politiche e sociologiche dell’importanza della nostra Costituzione, che rappresenta l’apogeo della democrazia. Ed è in questo periodo di crisi politica ed economica che la costituzione deve riprendere quel primato che gli abbiamo tolto.

    Un libro da studiare all’Università, un volume da consigliare per chi vuole capire l’importanza della Costituzione italiana e le ragioni per cui va difesa.

               

   

Da vivalascuola riceviamo e volentieri pubblichiamo

 

Ciò che i ragazzi devono sapere sul lavoro

 

di Giorgio Morale

 

Questa settimana su vivalascuola ci domandiamo quale formazione sul lavoro è bene che la scuola dia ai ragazzi, anziché prodigarsi, come vorrebbe chi ci governa, per creare manovalanza a basso costo al servizio dell’azienda. O addirittura lavoro gratuito, come pretendono adesso per l’Expo:

 

https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2015/03/09/vivalascuola-191/

 

Pensiamo infatti che la scuola, come sempre (non c’è sapere se non critico), dovrebbe fornire ai futuri cittadini gli strumenti per capire e le competenze per maturare un giudizio sulla società e non dare un’istruzione puramente funzionale ai modelli economici.

    Dovrebbe riuscire a suscitare domande chiave quali: Ci sono modi per accrescere la qualità della vita del maggior numero di persone invece che il fatturato di imprese? Si può tornare a un modo di produrre su scala ridotta e integrata che tenga conto delle finalità sociali di quel che si fa? Ci possono essere lavori che permettono di soddisfare più dimensioni e più bisogni umani e non solo quello economico? Possono esserci lavori che soddisfano bisogni umani senza stravolgere l’ambiente naturale? Si può ritrovare l’arte di fare cose belle e utili?

    Come sempre forse contano più le domande che si è in grado di generare, piuttosto che le risposte oggi per necessità solo parziali.

    La puntata presenta interventi di Giuseppe Caliceti, Francesco Ciafaloni, Marilena Salvarezza, Marco Carsetti, Andrea Toma. Inoltre, materiali e informazioni sull'argomento, nonché le notizie della settimana scolastica.

           

 

martedì 10 marzo 2015

Fare del Mediterraneoun mare di pace e di progresso

FONDAZIONE SOCIALISMO

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  mondoperaio

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Una proposta per la politica estera dell’Italia: il ripristino della stabilità e dello sviluppo nel Sud del Mediterraneo. Pubblichiamo qui di seguito il testo introduttivo al Convegno promosso dalla Fondazione Socialismo e da MondOperaio e tenutosi a Roma il 3 marzo 2015 sul tema “Italia e Mediterraneo”. Il video integrale dei lavori del convegno sarà consultabile a partire da domani sul sito della Fondazione Socialismo (www.fondazioneoscialismo.it).

 

di Antonio Badini

 

1. Un’Italia non più protagonista. - I più recenti sviluppi della vicenda politica nella regione mediterranea hanno visto l’Italia impreparata ed anche poco pronta ad assumere iniziative capaci di prevenire minacce esterne alla sua sicurezza. La sensazione che si percepisce é che il nostro Paese – anche in ragione delle caratteristiche epocali della crisi che lo attraversa – sembra aver perso ruolo ed influenza sugli accadimenti alle sue porte di casa, con conseguenze di rilievo nelle aree che toccano direttamente la sua geo-politica e che incidono inevitabilmente anche sullo sviluppo della sua economia.

    È un fatto comunque che quelle che sporadicamente si sono potute udire sono state voci per invocare, spesso a sproposito, il ricorso all’intervento delle «Istituzioni Internazionali»: per intendere, si presume, ONU, NATO e UE, un insieme che fa a pugni. Rispetto a queste modalità prevalenti noi pensiamo, al contrario, che per l’Italia sia oggi più utile parlare poco ma con chiarezza, ricordando sempre che senza una preparazione previa ed una sicura conoscenza delle mosse concordabili sia sempre meglio lavorare al riparo dei media.

    Forse qualcuno ancora ricorderà che, non molto in là nel tempo, l’opinione dell’Italia aveva un suo peso, e la sua azione diplomatica era spesso sollecitata e comunque sempre ben accetta. Assai apprezzate erano ad esempio le iniziative dell’Italia nella regione Mediorientale ed in particolare quelle per il Sud del Mediterraneo. Nel 1998 ad esempio l’Italia riuscì a evitare, riunendo in fretta una riunione di emergenza a Palermo, che l’impianto di partenariato euro-mediterraneo istituito a Barcellona nel novembre del 1995 andasse anzitempo in frantumi. Si riuscì in quell’occasione, ministro degli Esteri Lamberto Dini, a riprendere in fretta le fila di un dialogo che l’Italia seppe poi gestire con autorità, anche avvalendosi dell’efficace sostegno del ministro degli Esteri egiziano Amr Moussa.

 

2. Un passato di forte dinamismo. - Non fu quello un episodio isolato. Non appena nella Regione prendeva spessore una nuova tensione o apparivano focolai di crisi all’orizzonte si mettevano rapidamente in moto, spesso su impulso italiano, consultazioni con i partner più in sintonia per studiare il da farsi. Senza inutili proclami, si faceva trapelare che intese suscettibili di serrare i ranghi erano nell’ordine delle cose. Algeria, Tunisia, Egitto e Arabia Saudita erano allora le prime direttrici del dialogo, che coinvolgeva regolarmente Francia e Spagna, e talvolta Malta e Portogallo.

    Erano i Paesi da cui presero origine il «Gruppo dei Cinque più Cinque» prima, e l’Iniziativa Mediterranea voluta da Mitterrand dopo. Oltre i già citati, nei due Gruppi confluirono Grecia e Mauritania mentre l’Arabia Saudita restò attento interlocutore, solo geograficamente separato, soprattutto dell’Italia.

    La Libia non volle allora formalmente partecipare ad alcuno dei due Gruppi, ma Italia e Tunisia a turno tenevano al corrente la sua dirigenza politica. Il monito a Gheddafi avanzato da Craxi nel 1986 dopo il lancio, di uno Scud libico deliberatamente fuori misura (secondo le analisi quasi subito disponibili), fu seguito da intense consultazioni a livello Esteri-Difesa- Servizi, con questi ultimi molto attivi con i loro omologhi nei cui confronti avevano stretti rapporti di colleganza, utilizzando l’ovvio beneplacito dello stesso Colonnello. E tutto si acquietò; con il Ministro Andreotti che discretamente si disse disponibile ad avviare con la dirigenza libica una maggiore cooperazione aprendo il discorso anche su di un «gesto riparatore» su cui insisteva Gheddafi per le perdite inferte al popolo libico durante il periodo coloniale.

    Oggi molti potrebbero replicare che erano altri tempi: ma è fuori di dubbio che diversi erano anche lo spessore dei soggetti in campo ed il livello di guardia per l’azione. In quegli anni lo si poté costatare nell’affare Sigonella, con la nostra Marina e Aereonautica pronte ad aiutare Palazzo Chigi sulle manchevolezza del nostro grande alleato, che si serviva delle informazioni solo parzialmente esatte dei Servizi di Israele per indurre il nostro Governo a rilasciare Abou Abbas (ritenuto responsabile in solido dell’uccisione del cittadino americano Leo Klinghofer).

 

3. Il caso Libia : mandato dell’Onu. - Siamo sfortunatamente tutti testimoni che a muoversi nei momenti di crisi acuta sono autonomamente gli Stati membri, non l’Ue. Dei quattro Paesi europei che fanno parte del G7 (Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia) oggi sulla scena manchiamo soprattutto noi: e di conseguenza siamo poco presenti quando si parla di Mediterraneo, nonostante che il fardello che ci portiamo sulle spalle, a causa dello sconquasso della regione e del nuovo terrorismo, sia tra i più inquietanti.

  Il punto cruciale di qualsivoglia soluzione politica per la Libia è la formazione, anche embrionale, di un governo di unità nazionale, che molti auspicano e altrettanti attendono possa scaturire da una risoluzione onusiana. Si tratta di un auspicio di assai difficile realizzazione. Più praticabile, al momento, è lavorare su una rete di contatti che siano facilitati da esponenti di prestigio delle diverse tribù, cui in qualche modo restano legati uomini di primo piano delle opposte milizie. Il Trattato di Amicizia con la Libia, per chi lo ha vissuto, nacque con una tattica «a tentoni» per superare la diffidenza di Gheddafi; ma poi negli anni si sviluppò, trovò forma e contenuti equi e divenne vincolante per i due Paesi con il consenso di chi in Libia cercava, insieme a noi, di preparare un passaggio di potere morbido, senza risvegliare lo spirito tribale del Paese.

    Purtroppo quel Trattato non venne invocato da chi ne aveva il diritto per sospendere l’avvio dell’azione architettata da Nicolas Sarkozy con la collaborazione di Bernard-Henry Levy.

    Sarebbe bastato in quell’occasione accodarsi alla Germania per tentare di guadagnare tempo e investigare sull’asserito genocidio che secondo Levy si stava perpetrando contro i rivoltosi inermi a Bengasi. E poi vi era allora la disponibilità del Colonnello a lasciare a favore del figlio Seif El Islam, persona assai moderata.

    Nelle attuali condizioni, appare molto arduo intraprendere la via della «legalità internazionale» per un possibile intervento militare: per l’Onu, vista con ostilità dagli islamisti, i tempi non sono maturi, e le condizioni sul terreno non propizie, specie dopo le pur comprensibili incursioni dell’aviazione egiziana, che ha mosso ulteriormente le acque senza incidere negli equilibri di potere. Va anche detto che nel paese é verosimilmente in corso una guerra per procura (Qatar e Turchia da una parte – Egitto e EAU dall'altra), i cui effetti non sono ancora decifrabili completamente.

    Occorre dunque attendere una certa decantazione, anche perché gli analisti non escludono che tra il Governo islamista di Tripoli (internazionalmente non riconosciuto) e i gruppi dell’Isis possa crearsi in un prossimo futuro una frattura. E d’altra parte isolare dal contesto regionale – ricolmo di tensioni e di alleanze da chiarire – l’apertura di un dossier per la ricerca di una soluzione di pace per la Libia appare sinceramente opera ardua. Urterebbe con una mappa in itinere dei gruppi jihadisti: sia quelli che si ricollegano ad Al Qaeda, al momento in declino, che gli altri che si proclamano «province» dello « Stato islamico » apparentemente in ascesa, cui vanno poi aggiunti i movimenti islamisti vicini ai Fratelli musulmani e la vecchia ma chissà se veramente tramontata «Jamaa Islamiya».

 

4. Una possibile offensiva diplomatica dell’Italia. - In questa nuova costellazione del terrore – di Stati «falliti» e in ricostruzione e di possibili nuovi Stati (da non sottovalutare, in un futuro non lontano, il Kurdistan) – l’Italia, che in questi anni oggettivamente ha perso colpi e fatto troppi passi indietro, ha oggi l’occasione di prodursi in un colpo d’ala efficace, capace di farle finalmente rialzare la testa.

    È un fatto che le condizioni di fragilità e di indeterminatezza che hanno presieduto alla gestione del nostro sistema politico negli ultimi venticinque anni abbiano molto pesato anche nella conduzione della politica estera del Paese. La scomparsa, ben presto rivelatasi effimera, della contrapposizione ideologica Est-Ovest con la caduta del Muro di Berlino, abbinata alla convinzione che democrazia e mercato costituissero i due cardini di un pianeta in corsa verso l’armonia, deve aver influito non poco nel farci rinchiudere in un stato di benessere rivelatosi alla lunga non solo fragile ma anche banalmente provinciale. Eppure l’Ostpolitik percorsa da Bettino Craxi negli anni ’80 avrebbe dovuto nei suoi piani preludere, dopo l’attesa implosione del Comecon, a una espansione economica ad Est delle nostre PMI, a cominciare da quelle più dinamiche, da collocare utilmente soprattutto in Ungheria ed in Polonia.

    Oggi abbiamo perso identità e forse una reale capacità di contribuire agli obbiettivi del G.7, che noi stessi avevamo rafforzato schivando, al vertice di Tokio del 1985, la mossa anglofrancese di sottometterlo al G.5. Va detto che ora é tutto l’Ovest ad apparire in declino, con il G.7 che ha ceduto quote crescenti del commercio mondiale ai paesi BRICS e con il ritorno delle battaglie ideologiche con la «Grande Russia» di Putin, impegnata a rimontare la china della disciolta Unione Sovietica.

    In questa fase di ripiegamento e di malaise l’Europa, e l’Italia soprattutto, sono state colte di sorpresa dall’ascesa dell’Islamismo radicale, mentre siamo penalizzati anche dagli abusi del capitalismo non corretti da una governance appropriata. Avremmo dovuto avere più piglio nel G.7, e nell’Ue e quindi gestire meglio la «primavera araba»: adoperandoci in particolare nel far capire che il vero movente di quelle rivolte non era la lotta per la democrazia ma piuttosto la conquista della dignità umana, allo scopo di farne il perno di future libere scelte di quei popoli pur se non necessariamente favorevoli al nostro modello politico.

    Il risultato é stato che, anche per colpa delle incerte politiche dell’Occidente, anziché le porte dello stato di diritto i moti popolari hanno in realtà aperto fronti di lotta del tutto inattesi, con la conseguenza ultima di aver reso il Mediterraneo un’area di transito verso il nostro Paese di migliaia di transfughi in cerca di rifugio. È per queste ragioni che lo sforzo del recupero di una azione e di una presenza italiana, anche se complesso, va intrapreso senza indugi per ricostruire una discernibile politica estera che si ponga come primo obiettivo di ripristinare condizioni di stabilità e sviluppo alla nostra frontiera Sud: un’area che per il nostro Paese é sempre stata di importanza strategica.

    Dobbiamo tuttavia essere coscienti che il nuovo rapporto da costruire tra l’Italia e il Sud del Mediterraneo, che deve imperniarsi su di uno sviluppo condiviso, non può prescindere dalla sicurezza e dalle tensioni che oggi insidiano la regione, come si é detto parlando della Libia.

    Né una azione siffatta, pur dovendo rispondere a caratteristiche di politica autonoma, può prescindere dalle nostre alleanze (a partire da quella con gli Stati Uniti), e dal nostro essere membri dell’Unione europea.

 

5. Modalità e direttrici di Azione. - Al di là delle iniziative caute ma ben mirate per fronteggiare la caotica situazione in Libia, appare necessaria innanzitutto la presa in conto di misure destinate alla crescita economica, ma anche alla stabilità politica dei Paesi della sponda Sud, promuovendo e sollecitando da parte dei nostri partner europei, d’intesa con gli S.U., interventi in grado di contrastare le attuali minacce e prevenendo la nascita di nuovi focolai di tensioni.

    Un primo tema riguarda il modo di percepire l’Islam e il radicalismo islamico e a seguire come viene visto o dovrebbe essere considerato il dialogo interreligioso, oggi troppo enfatico e fuori centro. Contemporaneamente andrebbero affrontati anche altri aspetti che hanno un più o meno forte impatto sul punto: in particolare il processo di pace israelo-palestinese, i conflitti in atto nell’Africa profonda, e più in generale i problemi della sicurezza nella regione mediorientale che, lo si voglia o no, passano per un processo di riconciliazione o quanto meno di dialogo e di coesistenza tra sunniti e sciiti. Importante al proposito l’appello all’unita dei musulmani fatto dal Grande Imam dell’Azhar,El Tayeb.

    Lo Jihadismo rappresenta appena il 3 % dei sunniti; il che mostra che la capacità di mobilitazione rimane contenuta; é importante non sopravvalutare il fenomeno, nonostante la gravità delle sue azioni. Una constatazione immediata che suggerisce prudenza e conoscenza nel prescrivere le riforme agli arabi moderati é che «riformisti» si autodefiniscono coloro che si richiamano alle forme di lotta praticate sul terreno: una modalità che sarebbe senz’altro più corretto definire, per i metodi violenti e disumani usati, come quella di un vero e proprio terrorismo.

    L’avvento dello “Stato islamico”, che occupa al momento un territorio di circa 270 mila mq tra la Siria e l’Iraq, ha reso ancor più brutale il fanatismo che strumentalizza il credo dell’Islam per folli lotte di potere. E tuttavia il Califfato, oggi arbitrariamente riesumato dallo Stato islamico, non durerà probabilmente a lungo avendo attirato su di se lo sdegno e un forte senso di rivalsa di una larga parte del mondo arabo e musulmano. Nondimeno non é da escludere, anzi é probabile, che la sua scomparsa si accompagni a nuove forme di terrorismo presumibilmente non meno violente.

    Era già successo ad Al Qaeda, e prima ancora al « Fronte del rifiuto », allora accusato di azioni riprovevoli ed in qualche modo strumentali per negare credibilità all’opzione negoziale dell’OLP di Arafat. Durerà certamente più a lungo il movimento «Boko Haram», le cui aree di dominio sono considerate una «Provincia» dello Stato islamico, e che rischia di diventare seme di contagio nei paesi che confinano con il lago Chad.

    È dunque importante che nel contrastare anche militarmente il terrorismo non si dimentichi che la madre di tutte le tensioni resta il senso di oppressione, di ingiustizia e discriminazione che gran parte del popolo arabo avverte nei confronti dell’Occidente, visto come alleato acritico di Israele. L’irrisolta causa palestinese resta tuttora una ferita aperta per il popolo arabo. Pericoloso negligere sulla creazione dello Stato palestinese a cui i precedenti governi italiani avevano dato priorità costante, anche rischiando gravi crisi (come nel caso di Sigonella) con il nostro maggiore alleato.

    Su questo punto l’Italia deve tornare ad essere parte attiva per la ripresa del processo di pace, dando il suo tenace concorso per coinvolgere seriamente Stati Uniti, Israele e Paesi arabi. Le basi ci sarebbero tutte, essendo costituite da due iniziative solenni e importanti che la memoria corta dell’Occidente sembra avere dimenticato: l’iniziativa dell’Arabia Saudita del 2002 e quella dei «due Stati», con George W. Bush sponsor e garante, approvata nel Maryland, ad Annapolis, nel 2007.

    Trent’anni fa, nel novembre del 1984, Re Fahd chiese a Craxi di fare appello a Simon Peres affermando che lui avrebbe lavorato per convincere Arafat a passare dalla strettoia di una Confederazione giordano-palestinese: un obiettivo decisivo che venne fallito nel febbraio dell’anno dopo, nel 1985, ad Amman, per le mancate, modeste concessioni che venivano richieste a Simon Peres, allora Primo Ministro di Israele, per costruire una delegazione giordano-palestinese che non facesse perdere la faccia ad Arafat.

    Oggi, tre decenni dopo quella mancata svolta che poteva essere decisiva, l’Unione Europea, si é rivelata del tutto inadeguata a rimettere il processo di pace su binari solidi, e ha di fatto rinunciato a convincere il Governo di Gerusalemme che Israele é Stato invasore, ultimo Paese dei tempi moderni che ricorre agli insediamenti in territori altrui per modificare il dato demografico che alla fine dovrà determinare la linea di confine. Ed é innegabile che l’intransigenza di Gerusalemme stinge in qualche modo sul problema più vasto della sicurezza della regione.

(1/2 – continua)

 

Il video integrale dei lavori del convegno sarà consultabile a partire da domani sul sito della Fondazione Socialismo (www.fondazioneoscialismo.it).

 

lunedì 2 marzo 2015

Pertini, a 25 anni dalla scomparsa

Da Avanti! online

www.avantionline.it/

 

 

Un grande italiano, un grande socialista

 

Sandro Pertini è stato un grande protagonista del nostro tempo e della storia d’Italia. Così lo hanno ricordato in tanti alla Camera nel giorno in cui ricorre il 25.mo anniversario della sua scomparsa. Pertini, il Presidente della Repubblica senza alcun dubbio ‘più amato’ dagli italiani, ha speso la sua vita combattendo per la giustizia sociale e la libertà. Lo fece quando in Italia c’era il regime fascista, e per questo pagò un prezzo altissimo, e lo fece dopo la Liberazione contribuendo a fare della Repubblica italiana un grande Paese. Per tutta la vita praticò la coerenza, l’onestà e la sobrietà e la sua originalità di pensiero si manifestò appieno quando salito al Quirinale seppe innovare il ruolo di Presidente della Repubblica dando a questa carica un nuovo spessore politico e morale e rendendo in questo modo le Istituzioni più vicine ai cittadini. Il caso ha voluto che Pertini sia nato lo stesso anno in cui fu fondato il suo partito, il Partito Socialista Italiano e anche per questa ragione i socialisti continuano ad essere così affezionati al suo ricordo.

    Nel suo intervento alla Camera, Pia Locatelli, ha ringraziato “la Presidente della Camera per aver prontamente accolto la richiesta del gruppo socialista e aver voluto questo momento di commemorazione. Un atto – ha detto – del quale le siamo tutti grati, come socialisti e come italiani. Come socialisti perché in un’epoca in cui il socialismo è dato per spacciato, è bene ricordare quanto il socialismo ha dato a questo Paese in termini di idee, riforme, leggi e persone.

    Pertini era una di quelle persone speciali che hanno fatto grande l’Italia: partigiano, Padre costituente, Presidente della Repubblica, oltre che di questa Camera.

    Come italiani perché gli abbiamo voluto bene tutti, a sinistra come a destra. Il Presidente più amato dagli italiani, il primo a comprendere che bisognava avvicinare le persone alle istituzioni. Quando nessuno si occupava di comunicazione, lui seppe precorrere i tempi, parlando in modo diretto alle persone, dimostrando con le parole e con i fatti di essere uno di loro. Non visse quasi mai al Quirinale, non usava i voli di Stato, girava su una Fiat 500 rossa. Era schietto, ironico, onesto, usava uno stile diretto e amichevole, che oggi usano in molti ma che allora era considerato quasi sovversivo. Così come lo era il suo modo di intervenire direttamente nella vita politica del Paese, una novità per il ruolo di Presidente della Repubblica, fino ad allora una figura strettamente “notarile”. Della sua lunghissima carriera politica ricordo un fatto: lo sciopero degli uomini radar, allora militari.

    Il 19 ottobre del 1979, 900 ufficiali, marescialli e sergenti addetti alle torri di controllo si “ammutinarono”, chiedendo la smilitarizzazione, gettando nel caos il traffico aereo. L’ammutinamento avrebbe dovuto innescare la corte marziale, non certo una trattativa: il Presidente, avvalendosi della sua condizione di capo delle forze armate, decise di convocare i controllori di volo al Quirinale, insieme al Presidente del Consiglio Cossiga. Con la promessa del capo del governo di disciplinare la materia con un decreto legislativo urgente che avrebbe varato la smilitarizzazione, ottenne il rientro della protesta. Un’iniziativa senza precedenti, che diede soluzione ad una situazione delicatissima. Reagan, in una situazione analoga, licenziò invece 11.000 su 17000 addetti ai voli. Bella differenza.

    Con Pertini si aprì un’era nuova della comunicazione politica, ma in lui l’aspetto prettamente comunicativo non prevalse mai sui contenuti, la sostanza rimaneva l’elemento fondamentale, diversamente da oggi. In tanti lo imitano, anche oggi, ma le copie – ha concluso Locatelli – si sa, non sono mai come l’originale”.