lunedì 24 giugno 2013

STORIA E MEMORIA - Ricordare Matteotti ( 1 / 3 )

Per ricordare il parlamentare socialista Giacomo Matteotti assassinato per mano di sicari fascisti il 10 giugno del 1924 riportiamo qui di seguito la prima parte del discorso tenuto da Giuliano Vassalli nel 2004 di fronte alla Camera dei Deputati. In testo ricostruisce la vita di Matteotti fino alla vigilia della Prima guerra mondiale.

di Giuliano Vassalli

    Giacomo Matteotti fu figura poliedrica - e davvero si potrebbe dire "dalle molte vite" - che tutte consumò in un gran fuoco di passione e di abnegazione nello studio, nella ricerca giuridica, sociale e politica, nel lavoro diurno e notturno, nella propaganda, nell'organizzazione, nell'amministrazione, nell'impegno nei consigli comunali e provinciali e nel Parlamento nazionale. Sempre consapevole delle proprie scelte e delle rinunce che esse comportavano, sempre pronto anche al sacrificio, sino a quello supremo, e tuttavia animato, quasi sino alla fine, della speranza di potere un giorno trovare la possibilità di conciliare i propri interessi culturali con la strenua difesa degli interessi del proletariato e la non meno strenua difesa della libertà.
Matteotti fu studioso di diritto, di diritto penale prima e di pubblica finanza poi; fu organizzatore di leghe bracciantili per il collocamento della mano d'opera in un zona d'Italia devastata dalla miseria, dalle malattie, dall'emigrazione, dalla prepotenza degli agrari; fu amministratore delle pubbliche cose nei comuni e nella provincia del suo Polesine, fu uomo di partito combattivo e coraggioso, fu deputato per ben tre legislature, la terza delle quali fu ahimè ben breve perché la vita gli fu subito tolta.

    A questo aspetto del Matteotti parlamentare ha prevalentemente indirizzato il nobile suo intervento, in questa Camera dove altre volte Giacomo Matteotti fu degnamente commemorato, il presidente Pierferdinando Casini: perché qui furono dati da Matteotti alcuni dei suoi contributi più impegnati e più significativi, perché qui egli ebbe negli ultimi anni di vita una delle sue sedi preferite, forse la preferita tra tutte, perché qui intese portare parole di protesta, di monito, di preveggenza che fossero intese in tutta la nazione e non solo nel suo collegio elettorale, perché da qui partì il suo esempio in una dimensione che doveva divenire mondiale, perché qui, dal contegno coraggiosamente tenuto contro la dittatura, ebbe origine la sua drammatica fine.

    Di questa dimensione di Matteotti le parole del presidente Casini hanno dato alta testimonianza, sì che la nostra commemorazione, nell'80° anniversario di quella morte, potrebbe finire qui. Tuttavia, incaricato di qualche contributo più specifico sulle attività di Giacomo Matteotti, cercherò di assolvere il compito, reso ad un tempo più facile e più difficile per la molteplicità e la ricchezza delle biografie su di lui esistenti e degli altri studi che alla sua figura sono stati negli scorsi decenni e fino ad oggi dedicati.

    Dunque, anzitutto, Matteotti penalista, perché fu negli studi del diritto e della procedura penale che ebbe inizio la sua giovinezza operosa e fu alla loro diligente e informata coltivazione che sembrarono, in un primo momento, unicamente indirizzarsi la sua vita e la sua carriera.

    Del contenuto di detti studi ho avuto modo di occuparmi, presentando or è poco più di un anno i due volumi di Scritti giuridici, curati con sapienza e con amore dal professore Stefano Caretti, dalle cui pluriennali indagini su ogni aspetto della vita di Matteotti fatalmente trarrò molti riferimenti: in particolare, anche dalle sue raccolte delle commoventi Lettere a Giacomo e delle tenerissime Lettere a Velia, la moglie fidata ed amata che dopo pochi anni di gioia familiare con Giacomo e i tre bambini fu costretta a vivere in una permanente e trepidante lettera causata dalle assenze del marito travolto dagli impegni politici, e non di rado in grave ansietà per la stessa sorte di lui. Gli scritti penalistici di Matteotti vertono sia sul diritto sostanziale che sul diritto processuale (le due materie furono sino al 1938 oggetto di insegnamento congiunto) e non è questa la sede per soffermarvisi. Vorrei invece ricordare brevemente il contesto in cui quegli studi si svolsero.

    Matteotti apparteneva a famiglia che traeva umili origini da un paesino del Trentino, nella Val di Pejo, donde s'era spostata con il nonno di Giacomo, Matteo, a Fratta Polesine in quel di Rovigo. Il padre di Giacomo, Girolamo, sposatosi ad Isabella Garzarolo, donna di forti capacità e di grandi virtù, con il solerte lavoro di calderaio (lavoratore del rame e venditore diretto dei risultati del proprio lavoro) e con una vita tutta di risparmio ed estremamente oculata, era riuscito a diventare proprietario di vari terreni e fabbricati sparsi nel Polesine, conseguendo così quella media agiatezza che gli consentì di avviare i figli maggiori agli studi superiori, per i quali si dimostravano particolarmente dotati. Girolamo venne a morte assai giovane, nel 1902, quando Giacomo non aveva che diciassette anni. Nell'azienda paterna, accanto alla madre, subentrò per qualche tempo il giovanissimo Silvio, mentre gli altri due figli, Matteo e Giacomo, proseguivano con grande alacrità nei loro studi. Matteo, il maggiore, divenne cultore di economia politica, studiando prima a Venezia e poi a Torino, e pubblicando importanti scritti in materia di lavoro e previdenza sociale, alcuni nella "Riforma sociale" di Luigi Einaudi ed altro in un importante volume, del 1900, dedicato all'assicurazione contro la disoccupazione con particolare riguardo alla Germania e alla Svizzera. Giacomo si volse invece alla criminologia, ai sistemi penitenziari e al diritto penale. Scriverà Luigi Einaudi nel 1925, commemorando Giacomo e ricordando il suo amico Matteo, venuto a morte per etisia sin dal gennaio 1909, che "l'abito scientifico doveva essere in quella famiglia quasi una seconda natura".

    Nel gennaio 1919 Giacomo perdette, sempre a causa di etisia, anche l'altro fratello, il minore, Silvio. Addolorato e avvilito da queste premature morti familiari, si allontanò per vari mesi dall'Italia per proseguire i suoi studi in Inghilterra. La sua prima produzione scientifica si svolge appunto in quel biennio che abbraccia il 1910 e il 1911, quando si recò anche in Inghilterra, in Belgio, in Olanda, in Francia , in Austria e ripetutamente in Germania, sempre a fini di apprendimento delle lingue e di studio; ed il suo libro sulla "Recidiva", (approfondimento della tesi di laurea svolta con Alessandro Stoppato nel novembre 1907 presso l'Università di Bologna riportando il massimo dei voti e la lode) attesta quanto frutto egli avesse tratto dalla disamina degli ordinamenti e degli scritti d'altri paesi d'Europa.

    Sennonché la politica, nell'ambito del partito socialista e nell'interesse degli amati conterranei dello sfortunato Polesine, la cui passione gli era stata trasmessa dal fratello Matteo, lo attraeva in misura crescente; e quando, sempre nel 1910, candidato suo malgrado al Consiglio provinciale di Rovigo fino a poco tempo prima rappresentato dal fratello Matteo, per il collegio di Occhiobello, riesce eletto, prima declina l'incarico con una lettera da Oxford e poi, respinte che furono unanimemente le sue dimissioni, riprende il cammino verso l'Italia e diventa anche consigliere in una decina di comuni (possibilità allora consentita ma contro la quale egli prenderà posizione qualche anno dopo alla Camera dei Deputati, appena elettovi, con una proposta di legge), nonché sindaco di Villamarzana (come era stato il fratello Matteo) e di Boara. A questa attività, attesi la competenza e l'impegno in essa dimostrati, si accompagna incessante la consulenza - e prima ancora l'organizzazione - di leghe, circoli e cooperative in una zona dove, per le condizioni particolarmente disagiate dei lavoratori agricoli e per le malattie ivi tradizionalmente imperanti è a tutti noto quanto ve ne fosse bisogno. In breve tempo Matteotti si distinse come sostenitore delle giuste rivendicazioni operaie e contadine, e in genere nel campo della giustizia fiscale, attirandosi le profonde antipatie del ceto possidente locale, al quale egli stesso ormai apparteneva. Cercava anche, nel frattempo, di frequentare lo studio legale di Stoppato, che lo esortava alla libera docenza e alla carriera universitaria (è noto che Stoppato apparteneva in politica ai clericali moderati e che fu anche deputato in varie legislature e poi senatore dal 1920) e cercava altresì di continuare i propri studi penalistici e penitenziari con la collaborazione a riviste; ma la vita amministrativa e politica ogni giorno più ne lo distoglieva, essendo impossibile- specialmente con quel tipo di attività che l'arretratezza e la miseria del Polesine richiedevano - conciliare aspirazioni ed esigenze tanto diverse.

    Il lavoro in campo penale fu da Matteotti ripreso in forza della sorte toccatagli negli anni di guerra (una specie di confino militare dovuto alla sua attività pacifista ed antimilitarista), oltre che nell'immediato dopoguerra prima d'essere eletto deputato. Fu il biennio 1917-1919, dopo del quale la sua partecipazione agli studi penalistici, nonostante gli incoraggiamenti che riceveva anche da altri rinomati maestri, come Eugenio Florian e Luigi Lucchini dovette completamente cessare.

    E' l'epoca in cui scrive una lettera alla moglie lamentando di non avere "dieci vite". Tuttavia la forzata cessazione non avvenne per gli studi in generale, poiché si dette a quelli più legati alla sua attività politica, e cioè a quelli di economia politica e di scienza delle finanze.

    Comunque i suoi scritti di diritto e procedura penale attestano le sue doti di giurista e lasciano pensare che se avesse continuato egli avrebbe potuto diventare professore universitario nella materia che più lo aveva appassionato nei suoi più giovani anni.

    Né Matteotti tornerà più indietro in questa rinuncia, nonostante avesse dedicato anni di studio per preparare un autentico trattato sulla Cassazione penale di cui era arrivato a gettar giù i primi capitoli l'indomani delle elezioni del 1924 gli scrive una cortese lettera (a cui l'autore farà cenno in uno scritto commemorativo del 1924 sulla Rivista penale da lui diretta) l'alto magistrato e senatore del Regno, professore Luigi Lucchini, in politica liberale ed anzi conservatore, per sollecitarlo a riprendere l'impegno scientifico ,in vista anche della libera docenza. E Matteotti, il 10 maggio, un mese prima della terribile morte, così gli rispondeva: "Illustre Professore, trovo qui la Sua lettera gentile e non so come ringraziarla delle espressioni a mio riguardo. Purtroppo non vedo prossimo il tempo nel quale ritornerò tranquillo agli studi abbandonati. Non solo la convinzione, ma il dovere oggi mi comanda di restare al posto più pericoloso, per rivendicare quelli che sono secondo me i presupposti di qualsiasi civiltà e nazione moderna. Ma quando io potrò dedicare ancora qualche tempo agli studi prediletti, ricorderò sempre la profferta e l'atto cortese che dal maestro mi sono venuti nei momenti più difficili. Con profonda osservanza, dev.mo Giacomo Matteotti" La data - mi scuso di ripeterlo - è il 10 maggio 1924.

    Su Matteotti promotore ed organizzatore di leghe di lavoratori non è qui possibile soffermarsi. Occorrerebbe attingere con il dovuto approfondimento alle opere sulle lotte agrarie nella valle padana nei primi decenni del secolo scorso. Basterà ricordare che fu una lotta intensa, coraggiosa, pericolosa, ma non priva di successi. I braccianti del delta padano ottennero, per l'intervento di Matteotti, il riconoscimento delle loro leghe come rappresentanti sindacali del bracciantato per il collocamento dei lavoratori e per l'impossibilità della mano d'opera. La lotta continuò tuttavia asperrima e l'impegno di Giacomo Matteotti si rinnovò più volte fino alla sua tragica fine. Arduo è anche il parlare in modo appena adeguato di Matteotti amministratore provinciale e comunale, tanto ricca, penetrante ed assidua, tanto ricca, penetrante ed assidua fu per circa dieci anni questa sua attività. Di tutto si occupava e tutto vedeva e - quel che più conta - con competenza autentica. Aiutava gli amministratori socialisti dei comuni nella corretta redazione dei bilanci, sino a incontrare le critiche dei "rivoluzionari", che lo attaccavano dicendo che così operando si aiutava lo Stato borghese.

Nei tre volumi dei suoi "Discorsi parlamentari" che nell'anno 1970 la camera dei Deputati, presieduta allora da Sandro Pertini, volle pubblicare, nel volume terzo, accanto ai discorsi e agli altri interventi dei cinque anni in cui Matteotti fu deputato, furono inclusi - fatto non consueto per quella collana di pubblicazioni - una serie di discorsi da lui tenuti quale consigliere provinciale di Rovigo tra il 1910 e il 1916, anno in cui fu chiamato sotto le armi come soldato. Quella della Camera fu una iniziativa sana, integrata del resto con altri importanti documenti, perché collegata con i numerosi discorsi tenuti alla Camera stessa nelle materie concernenti gli enti locali e anche per dare un'idea della reale dimensione dell'uomo e del suo impegno. Ed inoltre gli argomenti dei discorsi di Rovigo si intersecano in più punti con quelli di Roma, e viceversa; così nella materia delle elezioni locali, della finanza locale, della situazione scolastica, della sanità, dell'agricoltura, dei trasporti, della viabilità. Dominarono in tutti - a parte quelli sulle elezioni - le preoccupazioni per la spesa pubblica e una costante vigilanza per impedire spese giudicate inutili o che potrebbero essere meglio avviate verso direzioni diverse di quelle proposte dalla Deputazione. L'oratore si occupa dei minuti bisogni quotidiani delle popolazioni e dimostra di conoscerli a fondo. Una delle preoccupazioni ricorrenti è quella delle comunicazioni tranviarie. Diligentissimo fu poi sempre da parte sua l'esame dei conti consuntivi e dei bilanci di previsione della provincia. Matteotti, nella maggioranza o all'opposizione, è sempre indipendente, ma la pertinenza e puntualità dei suoi interventi preoccupano il prefetto di Rovigo, che sin dal 1913 teme una troppo forte avanzata elettorale dei socialisti, quale poi nel 1914 si verificherà. Con l'avvicinarsi dell'entrata dell'Italia in guerra la polemica si acuisce anche sugli aspetti dell'assistenza, della disoccupazione, della miseria del Polesine, Fino a che nel 1916, il 5 giugno, Matteotti pronuncia, traendo spunto da una delibera in favore dell'assistenza ai profughi vicentini dopo la Strafexpedition austriaca, un duro discorso contro la guerra. Pur aderendo alla progettata assistenza, egli sottolinea che ciò non significa adesione ad una guerra infausta e pronuncia espressioni in relazione alle quali viene imputato per il reato di grida e manifestazioni sediziose e condannato dal Pretore di Rovigo nel luglio successivo. La sentenza del Pretore verrà confermata dal Tribunale nel 1917 e tuttavia prontamente annullata senza rinvio dalla Cassazione in nome dell'insindacabilità dei discorsi dei consiglieri provinciali, Ma nel frattempo, subito dopo la sentenza del Pretore, l'autorità militare aveva provveduto alla chiamata alle armi del consigliere provinciale dottor Matteotti e al suo trasferimento in zone lontane da quelle di guerra per la sua figura di "pervicace violento agitatore, capace di nuocere in ogni occasione agli interessi nazionali" e assolutamente pericoloso. La sede definitiva fu Messina (a Campo Inglese poco a nord della città e poi in altri forti della zona); e a questo periodo della sua vita, da lui giorno per giorno descritto nelle lettere alla moglie, ho già accennato a proposito dei suoi studi penalistici, che in quei singolari frangenti potettero essere compiuti. Il periodo messinese fu interrotto per due mesi nel 1917 per frequentare il corso allievi ufficiali a Torino, dal quale Matteotti fu pure allontanato, con conseguente ritorno, fino alla fine della guerra, in Sicilia. Quando tornerà in Polesine si impegnerà ancora nel lavoro delle leghe e dei comuni, e (già deputato dall'anno precedente) sarà rieletto consigliere provinciale in nelle elezioni del 1920, quando su 40 seggi di quel consiglio i socialisti ne ebbero 38, e il Polesine fu dichiarato la provincia più rossa d'Italia. Traggo queste brevi note su Matteotti amministratore provinciale da una lettura dei menzionati volumi della Camera dei Deputati del 1970. Difetta il tempo per parlare della prodigiosa attività di Matteotti nei consigli comunali, improntata alla difesa degli stessi principi e alla tutela degli stessi interessi. Le tre importanti mostre recentemente inaugurate a Firenze, a Milano e a Roma contengono vari segni e ricordi di detta attività. E' solo da notare che Matteotti rivendicò (antesignano in questo di abitudini largamente invalse più tardi) il diritto dei consiglieri di parlare - sia pure in connessione con le questioni locali e attuali - anche di questioni generali, come quelle attinenti ai diritti. Sin dall'ottobre 1912 lamentò violazioni del diritto di riunione e, nell'occasione di un capitolato relativo all'esecuzione di lavori di impianto, sostenne la netta separazione tra forza maggiore e diritto di sciopero come causa di esenzione delle imprese da gravi responsabilità. Ancora, sempre in polemica con il prefetto, rivendicò ed esercitò il diritto di parlare su conflitti tra capitale e lavoro che avevano portato alla morte e al ferimento di lavoratori. Non mi è davvero possibile soffermarmi oltre su quei sei anni (1910-1916) di attività amministrativa che fu anche sommamente politica, fatta di scontri anche all'interno del partito e di polemiche aspre ed importanti. Basti pensare che si trattò degli anni dell'impresa di Libia e dell'espulsione dei "riformisti" Bissolati, Bonomi, Badaloni, Podrecca, Cabrini ed altri e dei contrasti tra i cosiddetti transigenti e gli intransigenti.

(1/3 - Continua)

 

Vai al video sull’assassinio Matteotti sul sito de La Storia siamo noi (finché c’è).

 

Religioni, dialogo, integrazione

Da NEV riceviamo e volentieri rilanciamo

Paolo Naso: "Quando le comunità di fede fanno integrazione". Lo scorso 17 giugno è stato presentato all'Università La Sapienza di Roma il vademecum Religioni, dialogo, integrazione a cura del Dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione - Direzione centrale degli affari dei culti del Ministero dell'Interno.

 Intervista con Paolo Naso

a cura di Gaëlle Courtens

Roma (NEV), 19 giugno 2013 - Il rapporto, redatto a conclusione del progetto "Promozione del dialogo interreligioso", realizzato da Com Nuovi Tempi e IDOS, e finanziato con il Fondo europeo per l'integrazione, prende le mosse dalla convinzione che l'appartenenza religiosa, espressione fondamentale dell'identità personale, è destinata a giocare un ruolo essenziale nel processo di integrazione. Sei le città campione del progetto: coinvolte le prefetture di Torino, Bergamo, Reggio Emilia, Perugia, Caserta, Catania insieme alle comunità di fede sul territorio, rappresentanti delle istituzioni e della società civile (vedi notizia in questo numero). Ne abbiamo parlato con Paolo Naso, docente di Scienza politica alla Sapienza - Università di Roma e coordinatore del programma "Essere chiesa insieme" della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), che ha diretto il progetto.

    - In che modo l'appartenenza religiosa può aiutare i processi di integrazione?

    - Paolo Naso    Le comunità di fede svolgono un fondamentale ruolo sociale. Soprattutto quando sono composte in prevalenza o esclusivamente da immigrati costituiscono un luogo fondamentale di socializzazione primaria: molto spesso è proprio in chiesa, in moschea, nel tempio sikh che si ricostruiscono legami spezzati dal trauma dell’emigrazione, che si risolvono dubbi e interrogativi sulle procedure burocratiche o che si discute di temi quali la scolarizzazione dei figli, l’apprendimento della lingua italiana o l’accesso ai servizi. D’altra parte, gli immigrati che frequentano comunità di fede composte anche da italiani – significativa a riguardo proprio l’esperienza di "Essere chiesa insieme" - in quest’ambito vivono una esperienza di integrazione particolarmente intensa e coinvolgente, direi privilegiata visto che l’Italia tarda a realizzare politiche di integrazioni pure urgenti e fortemente raccomandate dalle istituzioni europee.

    - Perché è importante lavorare con le istituzioni su un tema come quello del pluralismo religioso e il dialogo tra fedi?

    - Paolo Naso    Perché il dialogo ha anche una dimensione sociale e civica. Spesso si pensa al dialogo interreligioso come incontro ai vertici delle comunità nel quale alcune autorità si confrontano teologicamente su ciò che unisce e ciò che divide: quello che si suole definire il “dialogo delle verità”. Ma esiste anche un altro piano di confronto, quello tra uomini e donne di fedi diverse che certo non passano il loro tempo a discutere di dogmi ma che sono interessati a vivere insieme – loro e i loro figli – conoscendo e riconoscendo le identità degli altri, anche quelle religiose. Le istituzioni non hanno titolo per intervenire nel merito di questo dialogo “della vita” ma hanno la responsabilità di aprire spazi perché possa crescere e svilupparsi a beneficio dell’integrazione, della coesione civica e, vorrei dire, di una società democraticamente pluralista. Il fatto che la Direzione centrale per gli affari dei culti del Ministero dell’Interno abbia realizzato un progetto in questa direzione è un segnale importante che attesta una nuova sensibilità istituzionale da cogliere e valorizzare.

    - Sono numerose le buone pratiche di pluralismo e di dialogo già esistenti sul territorio. Ma dove si annidano le criticità, e in che cosa consistono?

    - Paolo Naso    E’ vero, sono numerose e spesso interessanti le esperienze di dialogo a volte promosse dalle comunità di fede, altre da associazioni, altre ancora da enti locali: quello che manca, però, è un “quadro” che le metta a sistema e faciliti la diffusione più omogenea a livello nazionale.

    Le criticità più ricorrenti riguardano i luoghi di culto. La questione è divenuta molto seria in Lombardia dove, utilizzando alcune norme in materia di gestione del territorio, negli ultimi mesi sono stati chiusi vari luoghi di culto, alcuni dei quali utilizzati da chiese evangeliche africane. Permangono anche difficoltà nell’accesso dei ministri di culto negli istituti di pena; resta irrisolto il tema delle “religioni a scuola” dove ogni giorno di più si avverte la carenza di percorsi formativi interculturali e quindi necessariamente attenti anche alle “altre” fedi. Ma al fondo, la madre di tutte le criticità è la mancanza di una legge organica sulla libertà religiosa. La legge in vigore, del 1929, è palesemente inadeguata a governare fenomeni così complessi come quelli connessi al nuovo pluralismo religioso in Italia, ed allora - semplicemente - occorre una nuova legge. Nel frattempo, però, bisogna utilizzare bene le maglie più larghe delle norme in vigore.

    - Nel Vademecum lei distingue tra pluralismo religioso nuovo e vecchio: si spieghi meglio, che cosa intende?

    - Paolo Naso    Intendo dire che è un errore associare il pluralismo religioso all’immigrazione: l’Italia ha una storia millenaria di presenze religiose “altre” che non possono essere neglette solo perché a lungo perseguitate e marginalizzate. Penso ai millenari insediamenti ebraici, ai musulmani presenti in vaste regioni del Sud per secoli, ai valdesi, ai luterani, agli ortodossi. L’Italia ha insomma un’antica storia di pluralismo religioso che merita di essere valorizzata proprio quando si riconosce la rilevanza di un “nuovo” pluralismo connesso con i flussi migratori.

 

sabato 15 giugno 2013

STORIA E MEMORIA Ricordare Matteotti (2)

Per ricordare il parlamentare socialista Giacomo Matteotti assassinato per mano di sicari fascisti il 10 giugno del 1924 abbiamo ripreso il discorso tenuto da Giuliano Vassalli nel 2004 di fronte alla Camera dei Deputati. La prima parte del discorso, che ricostruiva la vita di Matteotti fino alla vigilia della Prima guerra mondiale, è apparsa sull'ADL della scorsa settimana.

di Giuliano Vassalli



Ci sarebbe anche molto da dire sul congresso del partito socialista di Ancona del 1914, che trattò della compatibilità con la appartenenza massonica e vide Mussolini, allora direttore dell''Avanti, trionfare con la sua intransigenza, mentre Matteotti era su una posizione più sfumata, anche se non tra i sostenitori della compatibilità, che andarono in netta minoranza; nonché sul congresso di Roma del settembre 1918 e su quello di Bologna dell'ottobre 1919 (alla vigilia delle elezioni politiche), nei quali Matteotti si mostrò, in più di un passaggio, a mezza strada tra le opposte tendenze che travagliavano il partito. Ma tutto questo è qui impossibile. Tra i vari testi in materia mi sembra che tra gli scritti più diligenti e più penetranti siano da annoverarsi l'appassionata biografia dovuta ad Alessandro Schiavii, gli studi di varie epoche di Gaetano Arfè e il libro di Antonio Casanova "Matteotti. Una vita per il socialismo", del 1974.Venne dunque il 1919 e verso la fine di quell'anno ebbe inizio la XXV^ legislatura, Matteotti fu eletto deputato al parlamento nel collegio elettorale di Ferrara –Rovigo sito per metà nella sua provincia veneta e per l'altra metà in Emilia. Quella legislatura vide il numero dei socialisti salire a 156 rispetto ai 53 del 1913. Nella provincia di Rovigo Matteotti risultò addirittura il primo. Cominciò così per lui il periodo più intenso della sua vita, tutto dedicato alla politica e al Parlamento, pur nel perdurante legame con le amministrazioni locali. Un periodo destinato a finire tragicamente all'inizio della XXVII^ legislatura.

Il quinquennio 1919-1924 fu il periodo della più intensa ed importante attività politica di Giacomo Matteotti, e potremmo dire quello del suo fulgore. Esso coincise in gran parte con la somma di due periodi che alcuni storici non a torto chiamano del biennio rosso (1919-1920) e del biennio nero (1921-1922); nel complesso un'epoca tra le più dolorose della storia d'Italia. Ma essa fu anche una delle più tristi della storia del socialismo italiano.

All'indomani della prima guerra mondiale esso aveva vinto sul piano elettorale, sul piano parlamentare e - se così può dirsi - anche sul piano sindacale, almeno parzialmente. Veniva invece progressivamente perdendo terreno sul piano politico, su quello dell'organizzazione e soprattutto su quello della chiarezza delle idee e dei programmi. Alla la fine del "biennio rosso", nel gennaio 1921, aveva subito la scissione di Livorno e l'uscita di una delle sue costole più cospicue, che dette vita al partito comunista d'Italia. Ma questa uscita, lungi dal funzionare come una chiarificazione (col linguaggio d'oggi si direbbe "come una liberazione"), non fece, sotto la suggestione di idee primigenie e la contemplazione della rivoluzione sovietica e della sua indubbia forza di attrazione, che peggiorare le cose. Era rimasta nel partito socialista una forte ala abbacinata dall'idea di entrare nella Terza internazionale e tutta, o quasi, presa dai relativi problemi. Gli stessi supremi esponenti del partito, pur insigni per la loro integrità morale e per i sentimenti di attaccamento al partito, si chiamavano Costantino Lazzari e Giacinto Menotti Serrati: nomi che oggi dicono qualcosa soltanto agli specialisti di certi settori della storiografia. Erano quelli che venivano chiamati massimalisti, in contrapposizione ai cosiddetti riformisti: denominazione corrente, anche quest'ultima, anche se suscettibile di qualche riserva e comunque di precisazioni e puntualizzazioni. Intanto la base socialista veniva fatta oggetto di crescenti prepotenze, di attentati, di bastonature, di incendi, di omicidi; ed anche alcuni dei suoi dirigenti locali cominciavano a subire il peso e il ricatto della violenza fisica esercitata dalle squadre fasciste. Drammatico era il contrasto tra questa situazione e i contenuti delle polemiche e delle divisioni interne. I massimalisti erano all'attacco nell'interno del partito; e la scissione dell'ottobre 1922, avvenuta poche settimane prima che i fascisti assumessero il potere, fu cagionata dai massimalisti, avendo rappresentato una specie di cacciata dal partito di coloro che non volevano aderire alla Terza internazionale: una adesione - sia detto tra parentesi - che ad onore della storia del partito socialista non avvenne mai. Da questa scissione nacque, il 4 ottobre 1922, il partito socialista unitario e Giacomo Matteotti, che pur era stato dolorosamente colpito ed amareggiato per quanto era avvenuto, assunse di questo nuovo e piccolo partito la segreteria, come il più giovane ed il più attivo dei deputati socialisti, Ma simbolico, tristemente simbolico, rimane il fatto che la scissione e la nascita del nuovo partito avvennero in quel momento e che la divisione non fu tanto sull'atteggiamento da tenere nei confronti del fascismo che si apprestava ai propri successi e con ciò alla distruzione della democrazia italiana quanto sul problema della confluenza o meno nella terza internazionale. I comunisti già avevano cominciato ad abbacinare gran parte dei socialisti, in una vicenda politica che, come è noto, durò nei decenni successivi.
In una situazione come quella v'era, sì, bisogno di un autonomo partito socialista, ma v'era soprattutto bisogno di uomini nuovi.
Nel partito massimalista l'uomo nuovo fu Pietro Nenni, in quello unitario fu Giacomo Matteotti. Ma a Nenni, che pur fu direttore dell'Avanti! fino al dicembre 1925 ma che era contrario alla fusione tra massimalisti e comunisti, i vecchi socialisti non resero la vita facile. Egli preferì passare – sia pure per un periodo che i drammatici eventi politici verificatisi giorno per giorno resero breve – alla direzione di "Quarto Stato", fondata da Carlo Rosselli. E questo già dice molto. Come già detto, l'uomo nuovo del partito socialista unitario fu invece Giacomo Matteotti. Ma il momento aveva anche bisogno di un eroe: e questi fu lo stesso Matteotti, il giovane alfiere del socialismo italiano, il seguace - tuttavia qualche volta fortemente critico - di Filippo Turati, che per lunghi anni aveva combattuto il massimalismo nel vecchio partito e che ora, a poco a poco, declinava. Matteotti, sul finire del 1922, era invece giovane, non aveva che trentasette anni, era preparatissimo sui problemi economici e finanziari, pieno di vigore intellettuale e morale, aveva compreso che la suprema esigenza dell'Italia d'allora - anche nell'interesse del proletariato - era combattere il fascismo e difendere la democrazia, ed aveva coraggio, tanto coraggio, fisico e morale, oltre che la necessaria fermezza di carattere, non sempre facile ma sempre estremamente leale.

Il partito di Turati, di Claudio Treves e di Matteotti (al quale aderirono uomini come Bruno Buozzi, Modigliani e Gonzales, pur essendo sorto da una scissione, si chiamò unitario (fenomeno d'altra parte non unico nella storia del partito socialista) e non riformista. Non già perché non fosse o non si sentisse del tutto tale, ma probabilmente perché non si voleva rinnovare neppure nel nome l'esperienza, ormai tramontata, del partito che così si era chiamato dopo la scissione del 1912, quello di Leonida Bissolati e di Ivanoe Bonomi, e soprattutto perché il nuovo partito voleva essere unitario non solo nel nome ma nella realtà, riattraendo a sé quelli che erano rimasti nel vecchio partito. Può valere, comunque, la pena, per comprenderne propositi e sentimenti, riferire testualmente frasi dei discorsi e delle relazioni di Giacomo Matteotti in quel difficile momento.

In una relazione dei primi di aprile del 1923, intitolata "Direttive del partito socialista unitario", pubblicata e diffusa come opinione nella "Biblioteca di propaganda" del giornale "La giustizia", Matteotti, proponendosi di "riassumere in piano linguaggio i principi e i metodi del nuovo partito", premette che "rivedere la propria dottrina, saggiarla e aggiornarla al confronto della esperienza è cosa degna di un partito d'avvenire che vuole essere al tempo stesso un partito di realtà". Non esito a dire che questo documento, veramente piano e facile, in cui nulla v'è di fumoso o di reticente, alieno fino alla scrupolo da ogni parola inutile è, a mio modestissimo avviso, uno dei più smaglianti documenti della storia del socialismo e al tempo stesso uno splendido manifesto della libertà contro la dittatura. Mi sia perciò consentito di leggerne qualche brevissimo passo, nella speranza di non tediare il coltissimo uditorio ma nella convinzione di rendere il pensiero autentico del suo autore, così come è dovere proprio di una commemorazione.

Matteotti ricorda anzitutto quella che era la condizione della plebe italiana trenta o quarant'anni prima e la feconda opera di redenzione svolta dal Partito socialista, con magnifici risultati nei campi dell'associazione, della cooperazione e della civiltà del lavoro. Ma prosegue osservando che "la guerra prima, poi le illusioni estremiste di ieri, la reazione e la violenza fascista di oggi hanno interrotto e distrutto molta parte del nostro lavoro". "Ebbene – egli esclama – lo rifaremo. Il socialismo è un'idea che non muore. Come la libertà! Anche nell'ora dell'avversità rivendichiamo la nostra fede, affermiamo i nostri principi, correggiamo i nostri errori, riportiamo tra i lavoratori la luce e la speranza della redenzione, prepariamo le nuove coscienze più salde e più pure, per il trionfo del lavoro, nella grande solidarietà umana".

Dopo questo esordio Matteotti ricorda testualmente il programma socialista di Genova del 1892, momento del distacco dalla pura e semplice democrazia da un lato e dall'anarchismo dall'altro, e lamenta che questo programma originario, sempre con le necessarie revisioni e integrazioni che trent'anni di vita e di vicende insegnarono, sia stato modificato in senso massimalistico e rivoluzionario, fino ad accogliere il concetto di "dittatura di classe" nel Congresso di Bologna dell'ottobre 1919. "Noi rimanemmo tuttavia nel partito, per non dividere la classe lavoratrice, per prospettare e propagandare tutti i nostri principi fra il proletariato momentaneamente acceso, di tutte le passioni e miraggi diffusi dalla guerra e dall'esempio di Ungheria e di Russia e con la certezza che ben presto esso si sarebbe ricreduto. Infatti, mentre a Reggio Emilia, nel 1920 in una mozione riaffermammo tutti i nostri principi, a Livorno nel gennaio 1921 uscirono dal Partito gli estremi seguaci del verbo di Mosca. Rimaneva però il massimalismo, con tutte le sue incertezze tra le parole e la pratica, tra adesioni ai metodi di Mosca e l'aperto ripudio; fino al Congresso di Roma, ottobre 1922, quando (con voti 32mila contro 29mila unitari, oltre 3mila astenuti e 8mila non votanti) furono espulsi i socialisti colpevoli di avere tenuto fede alle nostre origini e di non aver voluto cedere alle illusioni della violenza e della dittatura. Formammo allora il partito socialista unitario, che si chiamò con questo nome anche per significare che vi avevano diritto di cittadinanza non solamente i socialisti di destra, ma tutti i socialisti che avevano votato contro la scissione del partito e che non avevano voluto sottoporsi alla dittatura della cosiddetta internazionale di Mosca; mentre rimasero dall'altra parte i fautori della divisione, che volevano deviare il socialismo italiano nelle nuove illusioni del comunismo. Così non vi può essere più alcuna confusione: tutti i socialisti possono essere con noi nel nostro Partito; fuori di esso sono tutti i comunisti, siano essi comunisti di fatto e di nome, oppure continuino nell'equivoco di prima".

Sembra qui di sentire riecheggiare il famoso motto di Claudio Treves: "I socialisti con i socialisti, i comunisti con i comunisti".

La relazione di Matteotti passa poi ad illustrare il metodo democratico, fatto proprio dal partito socialista unitario, e a cui "repugna il metodo della dittatura e della violenza". "I socialisti – egli scrive – credono condizione necessaria per lo sviluppo e l'emancipazione della classe lavoratrice il metodo democratico di libertà politica". "Ciò non vuol dire, come alcuni temono, che noi vogliamo resuscitare gruppi e situazioni parlamentari di una certa democrazia che diede tanta prova della sua incapacità e mancanza di dignità. Ma riteniamo che lo stesso interesse che hanno gli operai, i contadini, i professionisti e i lavoratori intellettuali a un regime politicamente libero e civile, abbiano tutti i ceti medi, e possano averlo anche l'industria, il commercio, l'agricoltura, intesi come produzione e non come parassitismo". Con linguaggio da vero educatore Matteotti prosegue nell'illustrare i vantaggi dell'aperto e libero contrasto dei partiti che permette alle masse di formarsi una coscienza più sicura dei propri diritti e doveri. "Non sempre - conclude - le maggioranze hanno ragione, e non sempre i liberi regimi rappresentativi sono stati i migliori; ma, in confronto delle oligarchie e delle dittature, hanno almeno il vantaggio della libera critica e quindi della capacità di correggere i propri errori, attraverso una consapevole rivalutazione della realtà".

La relazione prosegue trattando della lotta di classe in contrapposizione alla guerra di classe: la lotta di classe non è per " mantenere l'odio del pezzente contro chi è ben vestito, ma per suscitare in ognuno la dignità d'uomo e l'aspirazione e la capacità d'elevarsi, non contro i propri simili, ma nella coordinata armonia di tutti per la comune ascensione". E a proposito dei rapporti tra capitale e lavoro, ricorda che la lotta in ogni caso deve colpire il parassitismo, ma mai la produzione; altrimenti, tra l'altro, i colpi rimbalzerebbero sul lavoro medesimo e sui consumatori. Né esclude una collaborazione - anche se saltuaria - del partito del proletariato con partiti borghesi, quando taluno di questi favorisce ad esempio l'istruzione popolare o asseconda la libertà dell'organizzazione operaia, la libertà del voto, la pace internazionale.

(2/3 – Continua)

martedì 11 giugno 2013

Le idee - Diritti globali alla resa dei conti

 Globalizzazione e welfare: presentato il Rapporto sui diritti globali (Ediesse) giunto all'undicesima edizione. Titolo di quest'anno: "Il mondo al tempo dell’austerity". La riflessione: "L'Europa è di fronte a una storica e finale resa dei conti con il modello sociale"

 di Maurizio Minnucci

 "L’austerità è una condanna a morte per i più poveri". Non l'ha detto un parroco o un sindacalista. A parlare è Joseph Stiglitz, Nobel per l’economia ed ex vicepresidente della Banca Mondiale. Non certo l'unico studioso che la pensa così. Come ha avuto modo di spiegare Paul Krugman, "il programma dell’austerity rispecchia da vicino la posizione dei ceti abbienti, ammantata di rigore accademico. Ciò che il più ricco un per cento della popolazione desidera, diventa ciò che la scienza economica ci dice che dobbiamo fare". Il Rapporto sui diritti globali 2013 (casa editrice Ediesse) parla di questo: della convinzione che l’austerità sta aggravando la crisi, e della richiesta di nuovi investimenti per il welfare. "Il mondo al tempo dell’austerity" è il titolo - quasi obbligato - della nuova edizione presentata oggi (martedì 4 giugno) nella sede della Cgil.

    Opera enciclopedica giunta quest'anno all'undicesima pubblicazione e che dell'ultima decade ha raccontato l'arretramento dei diritti e della ricchezza, l'indebolimento della democrazia, la demolizione del sistema di welfare. Come sempre, il lavoro è stato curato dall'Associazione Società Informazione Onlus e promosso dal sindacato di Corso d'Italia insieme a una lunga lista di associazioni. Macro-capitoli tematici documentano la situazione e delineano possibili prospettive future. L’analisi e la ricerca sono corredate da cronologie, schede tematiche, quadri statistici, un glossario e una bibliografia e sitografia, oltre alle sintesi dei capitoli e dall'indice dei nomi: praticamente impossibile sintetizzarlo qui, vista la mole di dati che si possono trovare.

Che il rigore dei conti pubblici non sia l'unica strada possibile, è scritto nel dossier, lo sostiene anche l’Ilo, sottolineando che strade opposte hanno finora ottenuto risultati assai positivi. "Gli Stati Uniti hanno finanziato politiche per la crescita riducendo la disoccupazione e giungendo nel primo trimestre 2013 a un +2,5% del Pil. Paesi come Uruguay, Brasile e Indonesia hanno consolidato e ampliato l’occupazione e la qualità del lavoro grazie a politiche di sviluppo". In Europa, invece, "oltre alla disoccupazione, cresce la precarietà, quella che sino a poco tempo fa si era usi edulcorare chiamandola flessibilità".

    Cosa si nasconde, allora, dietro l’apparente asetticità e inevitabilità delle misure imposte dalla Troika? Come spiega nella prefazione Sharan Burrow, segretario generale del sindacato mondiale (Ituc), "siamo di fronte a una storica e finale resa dei conti con il modello sociale che ha contraddistinto a lungo l’Europa, garantendo i diritti del lavoro e delle fasce più deboli della popolazione. Dietro allo schermo delle ragioni economiche e di bilancio, si afferma una visione del mondo e delle relazioni sociali e umane diversa da quella che abbiamo conosciuto e che è stata conquistata dalle lotte e dai sacrifici dei lavoratori, dei sindacati, delle forze sociali lungo tutto il secolo scorso". Secondo il dossier curato da Sergio Segio, nella risposta alla crisi anche il sindacato deve avere un ruolo primario. Anche per questo, affinché la difesa dei diritti dei lavoratori possa essere globale, quest’anno c'è la partecipazione della Comisiones Obreras de Catalunya. Poiché se dai diritti e dal lavoro bisogna ripartire, anche la risposta dei sindacati deve essere globale.

    Scrive nel suo intervento il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso: "La globalizzazione ha prima determinato le enormi contraddizioni che conosciamo tra il fatturato delle imprese globali e le condizioni di reddito e di lavoro di milioni di cinesi, di indiani e di altri popoli del Sud-Est asiatico. Poi è ritornata, come uno tsunami, in Europa e negli Stati Uniti ad abbassare i trattamenti retributivi e rendere volatili le condizioni di lavoro previste da contratti e leggi". E così "il capitalismo senza regole ha generato giovani disoccupati anche in Occidente, mentre gli interventi delle autorità europee hanno agito solo sul versante del rigore". Eppure, osserva ancora la dirigente sindacale, "nessun Paese dell'euro è in grado di produrre un equilibrio stabile dei conti e tantomeno di crescere da solo, nemmeno la Germania". Quanto al nostro paese, "il governo dei tecnici ha addirittura immaginato che fosse utile, nella crisi, indebolire il sistema della rappresentanza sociale, e sostituirlo con una rete di rapporti privilegiati con le lobby economiche e finanziarie più vicine alla cultura liberista". Per cambiare rotta occorre seguire le politiche di crescita immaginate dal Piano del Lavoro della Cgil che "coinvolgono imprese, università, centri di ricerca e istituzioni di governo sia a livello centrale che territoriale. Con l’idea che una politica di innovazione dell’economia e del lavoro possa essere in se stessa una grande riforma di sistema".

    Oltre alle analisi a livello globale, il Rapporto indaga anche su quello che è successo in casa nostra. Gli ultimi dati dell’Istat documentano un Paese ferito in profondità, con consumi calanti e famiglie impossibilitate a far fronte ai costi di cure ed esami diagnostici, a pagare le bollette, a riscaldare l’abitazione, con povertà e rischio di esclusione che riguardano un quarto della popolazione; percentuali che si raddoppiano per la scandalosa povertà minorile. Tra il 2012 e i primi tre mesi del 2013, sarebbero 121 le persone che si sono tolte la vita per cause direttamente legate al deterioramento delle condizioni economiche personali o aziendali: il 40% in più rispetto all’anno scorso. La distanza tra ultimi e nuovi penultimi, già breve, si è ulteriormente accorciata. Su un totale di 16,7 milioni di pensionati, quasi otto milioni percepiscono meno di 1.000 euro mensili, oltre due milioni sono sotto i 500 euro.

    Tante cifre e testimonianze della crisi, ma tra le pagine d'analisi troviamo suggerimenti e proposte. Anzitutto, "ritrovare l'equilibrio tra economia, società e politica". Secondo punto: "Affiancare la crescita quantitativa al miglioramento della qualità e del benessere, puntando sulla sostenibilità sociale e ambientale". Terzo suggerimento: "Sviluppare nuove attività ad alta intensità di conoscenza, apprendimento, valore aggiunto, occupazione stabile, alti salari". Infine, "avviare questo riorientamento attraverso un processo di ampia partecipazione democratica, sia all’interno dei processi politici, sia nell’azione della società civile nelle sue varie articolazioni".

 

lunedì 3 giugno 2013

Il bambino artigiano

Da vivalascuola riceviamo e volentieri pubblichiamo

  di Giorgio Morale

 questa settimana vivalascuola propone un testo di Marco Carsetti di cui consigliamo caldamente la lettura: su "Il bambino artigiano":

 http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2013/05/20/vivalascuola-143/

 Il saggio effettua una critica radicale della scuola italiana e al contempo offre preziosi spunti per l'azione, ricollegandosi alla migliore tradizione pedagogica italiana.

    Sono lieto di proporlo per gentile concessione della rivista Gli Asini, una delle poche riviste sull’educazione che unisca resoconto di pratiche didattiche, riflessione sull’esperienza, sguardo critico sul presente. Completano la puntata le notizie della settimana scolastica.