mercoledì 12 novembre 2008

Commiato da un compagno - Sandro Rodoni -

(Biasca, 1.2.28 - Zurigo, 29.10.08)
È venuto a mancare mercoledì 29 ottobre Sandro Rodoni, figura mitica della sinistra di lingua italiana in Svizzera. Dirigente comunista, si batté negli anni Sessanta e Settanta contro la xenofobia, aiutando e assistendo schiere di emigrati. Con la moglie Lisetta aveva aperto la Libreria Italiana di Zurigo, contribuendo grandemente alla diffusione della lingua e della letteratura italiana oltre le Alpi. Il segretario della Fsis, Montana, ha fatto pervenire un messaggio di cordoglio alla famiglia, ricordando come Rodoni sia stato "per lungo tempo una bussola per chi arrivava a Zurigo". Rodoni era socio onorario della Società Cooperativa Italiana Zurigo, il cui presidente, Ermano, ha tenuto per desiderio della famiglia il discorso di commiato. Qui di seguito ne riportiamo il testo.

"1.) Non voglio nessuna cerimonia funebre né pubblica né privata. 2.) Nessuna presenza di religiosi. 3.) Pubblicazione sui giornali a cremazione avvenuta. Sandro Rodoni". Queste, caro Sandro, sono le "Disposizioni" che hai lasciato vari anni fa "in caso di decesso" su un semplice foglio a quadretti inserito in una semplice busta, scritto in calligrafia chiara e senza fronzoli, sette righe in tutto, compresa la firma autografa.

Forse sul primo punto ("Non voglio nessuna cerimonia funebre né pubblica né privata") abbiamo dovuto, caro Sandro, disobbedirti. Beninteso, questa non è una cerimonia e non possiede alcunché di cerimonioso. È il nostro stare insieme qui, fra di noi, tra persone che ti hanno conosciuto, ti hanno stimato, ti hanno voluto bene, ti hanno amato profondamente: siamo qui con tua moglie Lisetta, compagna di mille battaglie, con i vostri due figli André e Matteo, sempre presenti nei tuoi pensieri, uomini misurati, come te, dotati di grande sensibilità e intelligenza. Siamo qui con tuo fratello maggiore, Isio, che è voluto venire a salutarti, e con tuo fratello Stelio che ti ha sempre considerato un esempio di vita e che tu consideravi esempio di impegno civile nella vostra Biasca.

Biasca nell'alto Canton Ticino, il Monte di Mazzorino, l'incrocio delle tre valli, Riviera, Leventina e di Blenio, e dentro Biasca il rione "Canton Zoc": questi i nomi di luogo delle radici di Sandro Rodoni e della sua famiglia d'origine. E a Biasca, oltre a Stelio, storico municipale e vicesindaco, anche l'altro fratello, Edo Rodoni, scomparso lo scorso anno, è stato a lungo municipale. Questa tradizione familiare di impegno civile è portata oggi avanti da altri Rodoni della generazione successiva.

Tu, caro Sandro, eri "l'intellettuale di famiglia", mi ha detto Stelio, eri la persona di senno alla quale ci si poteva rivolgere per averne consiglio nelle decisioni complesse e difficili. Eravate cresciuti in una clima di grande armonia, coltivata da vostra madre all'insegna del monito: "Guai se non vi aiutaste!" e usava talvolta il congiuntivo come a dire: "Se non vi aiutaste sarebbe assurdo! Sarebbe un'onta!" La solidarietà è punto d'onore per i Rodoni non meno che la discrezione, il tatto, la misura.

Essere oggi insieme qui, al Nordheim di Zurigo, dobbiamo ammetterlo, seppure non s'intende a mo' di cerimonia, tuttavia vibra di una partecipazione emotiva che basterebbe a nutrire di contenuto umano molte e poi molte cerimonie. Perciò ci scusiamo, Sandro, se non ci è possibile accomiatarci da te senza incontrarci, in questo luogo e in quest'ora, piena di mestizia, ma solidale.

Non è mio compito tratteggiare oggi un profilo biografico di Sandro Rodoni. Non ce ne sarebbe stato il tempo. Di ciò dovranno occuparsi gli studiosi in sede di riflessione storica sulle vicende della sinistra di lingua italiana in questo Paese. Il mio compito qui e ora può soltanto consistere nel fare menzione alle passioni fondamentali e alle idee forza che hanno caratterizzato la tua esistenza, caro Sandro. Cercherò di parlarne come avresti desiderato tu, cioè nel modo più sobrio e verecondo che mi sia possibile.

***
Cara Lisetta, cari André e Matteo, cari Isio e Stelio Rodoni, cari familiari in lutto, gentili astanti, noi tutti sappiamo che la politica è stata la passione fondamentale di Sandro, accanto agli affetti privati e non disgiunta da essi. Come dimostra la prima azione politica di Sandro Rodoni, che possiede un valore a ben vedere emblematico.

Anno 1942. Rodoni è un ragazzo quattordicenne. E intorno a lui, fuori dai confini di questo Paese, il mondo brucia. L'Europa è occupata dalle armate hitleriane che avanzano verso oriente. Il nazi-fascismo sembra ormai destinato a trionfare, ma in agosto la marcia su Mosca si ferma. Stalingrado. La città sul Volga subirà sei mesi di assedio nel durissimo inverno russo. Stalingrado viene messa alla fame e demolita a cannonate dalla furia nazista, giorno dopo giorno, quartiere dopo quartiere, casa per casa. Ma non cede. A guerra finita, verranno ritrovate diverse scritte di soldati russi sui muri caracollanti tra le rovine di Stalingrado: "Muoio ma non mi arrendo". Nel 1942, nel mezzo di questo incendio cosmico, Sandro chiede con urgenza una riunione di famiglia. Ordine del giorno: acquisto di una radio. Per ascoltare radio Londra, radio Mosca. Perché bisognava assolutamente "capire", "conoscere". informarsi".

All'epoca una radio era un mobile ingombrante. A Biasca ce n'erano pochissime. Una radio costava intorno ai 400 franchi, cifra che bastava a vivere due o tre mesi, in tempo di guerra! E non era nemmeno chiaro dove potevi comprarla, una radio. Ma quel ragazzino fu talmente convinto e convincente circa la necessità della radio che la famiglia Rodoni l'acquistò.

Sandro voleva "capire", "conoscere". informarsi". Capire le cose non veniva per lui prima della trasformazione politica: capire le cose è la prima trasformazione politica, capire le cose significa prenderne coscienza, non solo quindi anticipare il futuro, ma anche resistere alla tentazione di distogliere lo sguardo sul presente e avere il coraggio di ricordare e non dimenticare.

Che ciò su cui si fonda l'esperienza umana sia il coraggio è stato detto, permettetemi quest'osservazione, duemila trecento cinquanta anni fa dal filosofo per antonomasia, Aristotele: "Dalla percezione si sviluppa il ricordo", scriveva quel sommo pensatore greco: "I ricordi, molti per numero, si costituiscono come una esperienza... E come, quando in battaglia l'esercito è volto in fuga, un [combattente] si ferma, poi si ferma pure un secondo [combattente], poi un altro ancora e si giunge [di nuovo] allo schieramento", così si giunge a una esperienza. E si potrebbe qui chiosare aggiungendo che così si giunge?anche a una esistenza..

L'esperienza dunque dal ricordo, il ricordo dalla percezione, e tutte queste cose per noi necessarie nascono dal coraggio, dalla stessa sostanza manifestata in quelle scritte anonime di anonimi eroi russi sui muri di Stalingrado: "muoio ma non mi arrendo". Non solo la nostra libertà, dunque, ma anche il sapere, discende dal coraggio: di non fuggire, ma fermarsi e resistere.

Ecco, la parola "resistere" aveva per Sandro un significato emozionale profondo: configurava il sistema di valori e di ideali che egli aveva abbracciato ragazzo e sui quali aveva tenuto fermo tutta la vita con pulizia morale, senza facili ottimismi, senza illusioni, senza attese di contropartita, senz'alcun fanatismo.

Accettò negli anni Cinquanta di dirigere la Federazione comunista, fu in prima fila nella lotta contro la xenofobia negli anni Sessanta. Sandro ha dato anche, a partire dal 1961, con la fondazione della Libreria Italiana insieme alla moglie Lisetta e grazie al sostegno di Giangiacomo Feltrinelli, un crescente contributo alla diffusione della lingua e letteratura italiana oltre Gottardo. La libreria diventa un punto di riferimento per l'emigrazione italiana. Vi transitano diverse personalità del mondo dell'arte e della cultura, come Leonardo Sciascia o Mario Comensoli e molti altri. Non per caso è proprio nella Libreria dei Rodoni che Saverio Strati dà inizio a "Noi lazzaroni", celebre romanzo del 1972.

"Erano gli anni del Telegiornale, e per noi redattori ", annota Renzo Balmelli con gratitudine, "la Libreria di Sandro divenne un cenacolo, un punto di riferimento insostituibile per restare all'ascolto dei fermenti, delle novità e anche delle contraddizioni che percorrevano la cultura, la letteratura, il giornalismo e l'editoria della società italofona ed europea. Gli incontri con Sandro e la frequentazione della Libreria ebbero l'effetto vivificante di un Bildungsroman vissuto in diretta".

A Zurigo Rodoni era sbarcato diciannovenne, nel 1947, dopo avere concluso la maturità commerciale a Bellinzona. In una intervista a "Radio Uno" rilanciata ieri sera dal canale della Svizzera Italiana, Sandro stesso ricorda di esserci arrivato per imparare il tedesco: "poi le cose si sono accavallate e ci sono rimasto per sempre". Le cose si sono accavallate. Per sessant'anni. Una vita: la vita di un uomo rimasto fedele a se stesso, mi ha pregato di puntualizzare André.

Giunto a Zurigo, aveva iniziato amministrando un'attività d'importazione. E per molti anni ha poi condotto con buona amministrazione e correttezza verso i propri dipendenti le attività dell'Agenzia Viaggi. Ma un tempo ragguardevole della sua vita, Rodoni lo ha dedicato all'attività di giornalista militante. Scrisse su vari fogli d'emigrazione: "Il Lavoratore", "L'emigrazione italiana", "Agorà" e "Realtà Nuova", dove pubblicò una storia a puntate del PCI all'estero. Sandro tenne anche una rubrica della memoria sull'Avvenire dei lavoratori, una galleria ideale di uomini democratici, tra cui Ernesto Rossi e Hans Rotter.

Sotto lo pseudonimo di Ettore Spina fu a lungo corrispondente dell'Unità. Erano i tempi in cui Rodoni andava spesso a Milano e a Roma in macchina. E quando poteva si portava dietro André, ancora bambino, la cui pazienza era messa a dura prova dalle lunghissime ore d'autostrada. E pensare che, come ricorda il fratello Stelio, una volta, dalla direzione del glorioso quotidiano fondato da Antonio Gramsci proposero a Sandro di andare come corrispondente in Cina, ma lui rifiutò. Troppo lontano da Biasca! Matteo tira ancor oggi un sospiro di sollievo al pensiero dello scampato pericolo.

Su quegli anni, al "Vorwärts", l'organo del "suo" Partito del lavoro, Rodoni ha rilasciato un'intervista memorabile, entrata negli annali. Perché ci fornisce un'idea di quell'epoca, nella quale i comunisti italiani e di lingua italiana, sotto la guida di Sandro Rodoni, andarono a costituire la struttura portante della sinistra antagonista in Svizzera.

Erano anni, ricorda il figlio André, nei quali anche un bambino si accorgeva che ogni tanto c'era la macchina degli agenti a seguire lui e il papà. Erano gli anni nei quali per un emigrato italiano leggere l'Unità era di fatto vietato. Iniziavano i pedinamenti, le schedature. Prima o poi rischiavi l'espulsione. E lo stesso valeva se partecipavi a un incontro di partito. Per proteggere i suoi compagni, Rodoni allora organizzava riunioni volanti, per esempio sotto le pensiline di una stazione, dove i membri d'esecutivo di questa o quella sezione convenivano come per caso, magari con i figlioletti alla mano. La posta veniva controllata? E le telefonate? Come scoprirlo? Molto tempo dopo si sarebbe appresa la verità, dai quattordici chili di schedature dedicate al solo Rodoni, dalle tonnellate e tonnellate di carte uscite dagli scantinati dello spionaggio d'Elvezia.

Alla Militärstrasse, dove negli anni Sessanta si concentravano la sede della Cooperativa, delle Colonie Libere e della Libreria Italiana, gli agenti, come nei film d'intelligence, affittarono un intero appartamento, sembra, per tenere d'occhio chi entrava, chi usciva, chi parlava con chi.

L'impegno politico-giornalistico più notevole di Sandro fu la fondazione e la redazione dal 1960 al 1966 de "La Voce". Si aggiunsero così i viaggi bisettimanali a Ginevra, dove il periodico veniva stampato. E il responsabile organizzativo del partito per l'emigrazione, Fontani, ricorda il primo di questi viaggi: "Zurigo Ginevra con Rodoni senza una parola". Divennero grandi amici, ma all'inizio Sandro era fatto così, rimaneva "muto come un sasso", per usare le parole di André.

Se però aveva qualcosa da dire, Rodoni non taceva. Mario Barino ha appreso da Mario Comensoli l'aneddoto che segue. Nel 1962 Sandro accompagnò l'amico Comensoli a Roma in vista dell'esposizione dedicata al grande artista presso la Galleria San Luca. Al vernissage Carlo Levi aveva introdotto il pubblico della capitale alla pittura comensoliana parlando di "una grande forza onesta e operosa che è coerenza con se stessi, acquisto di personalità, fedeltà a una cultura operaia, coscienza morale, coraggio". Giorgio Amendola ironizzò allora sulla capacità degli "svizzeri" di comprendere questi valori popolari. Rodoni, come pochi altri impegnato nel sostegno ai lavoratori italiani pagando un prezzo alla sua attività "antielvetica", ritenne ingiusta l'osservazione di Amendola e gli chiese pacatamente ma con fermezza di ritirarla, facendo presente all'alto dirigente comunista italiano che molti "svizzeri" non meritavano per impegno e serietà irrisione alcuna. Amendola capì, e si scusò.

E dunque: fu Sandro un "comunista tutto d'un pezzo", come ha scritto Dario Robbiani in questi giorni? Da un certo punto di vista sì. Sandro fondò la Libreria per "servire la manodopera italiana emigrata". Al servizio dei lavoratori, senza populismi o demagogie, con le proprie sostanze, senza aiuti dello stato, e anzi perseguitato talvolta dallo stato per questo. Dedicò l'esistenza al servizio dei lavoratori. In questo senso sì: comunista tutto d'un pezzo. Ma per quanto ne so, non fu senza dubbi, tormenti, notti in bianco, per Budapest, per Praga.

Sento il dovere di ricordare qui che il movimento comunista è stato fatto da persone rispettabilissime come Sandro Rodoni. Ha avuto dirigenti come il comandante Ernesto Che Guevara, che Sandro conobbe in Polonia negli anni Cinquanta. È stato anche un nobel per la pace al segretario generale del Pcus Michail Gorbaciov. Milioni di donne e uomini, non sconfitti militarmente, che decisero di porre fine all'esperienza sovietica, riconoscendone apertamente gli errori e gli orrori, ma senza rinnegare i propri ideali.

Io devo ricordare questo dato storico per amor di verità, non come amico personale di Rodoni, ma proprio come socialista democratico, esponente della più antica organizzazione della sinistra italiana. Ed è in questa veste che intendo oggi tributare il mio omaggio a Sandro Rodoni, dirigente comunista, uomo democratico, per il suo coraggio civile, per la volontà laica di capire, per la fedeltà ai propri ideali.

Pertanto, dopo queste inadeguate parole di ricordo, tra pochissimi istanti, ascolteremo per desiderio della famiglia le note dell'Internazionale, in uno spirito che non divide, ma unisce.

Nel concludere, vorrei dire brevemente della vecchiaia e delle malattie che avevano attaccato diversi organi vitali, per curare i quali occorrevano medicine che miglioravano la situazione di un organo e peggioravano quella di un altro organo. E i medici stupefatti che un ottantenne resistesse così dignitosamente, con tanta lucidità e tanto a lungo all'accerchiamento dei mali.

Penso profondamente vera la testimonianza dei figli, secondo cui in quest'ultima resistenza molta energia sia venuta a Sandro dallo spirito combattivo di un matrimonio nel quale Lisetta ha sostenuto il marito senza risparmio, accudendolo, incalzandolo, discutendo, cercando di capire, senza distogliere lo sguardo, con coraggio, con un amore che non finisce oggi e che non finisce qui.

Andrea Ermano
Zurigo, 3.11.2008

lunedì 3 novembre 2008

Di cavallier, gran dame ed eroi...E di come mio padre finì in galera

 
Il narratore che qui riproproniamo è Ettore Cella-Dezza (1913-2004). Grande uomo di teatro, cinema e televisione, amico di Brecht, Silone, Strehler e Maria Callas, fu tra i fondatori della televisione svizzera, promosse la diffusione  di Brecht  in Italia e di Pirandello in Germania, ma anche collaboratore per tutta la vita dell'ADL, di cui il padre Enrico Dezza fu redattore a più riprese nella prima metà  del secolo scorso. Cella-Dezza ricostruisce nel quarto capitolo del romanzo "Nonna Adele" (che qui  riproduciamo a puntate) alcune scene di vita familiare e d'emigrazione negli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale. In queste pagine i bambini di famiglia "pendono dalle labbra della nonna" nella quale essi hanno scoperto doti di grande narratrice non solo per ciò che concerne le fiabe e la poesia cavalleresca, ma anche in rapporto a "storie vere". - SECONDA PARTE

di Ettore Cella-Dezza

  
Ricordo ancora il tempo in cui furoreggiava l'epos selvaggio della rocca e del castello dove il poeta Matteo Maria Boiardo conte di Scandiano aveva combattuto la sua lotta di successione per ottenere giustizia. Una volta il Boiardo, volendo raggiungere i suoi nobili amici a Ferrara, onde sfuggire ai tanti nemici in loco senza che questi potessero avvedersene, fece scavare un passaggio sotterraneo congiungente la rocca al convento dei cappuccini che si trovava un bel po' fuori paese. In tal modo, così raccontava nonna Adele, il conte-poeta non poté più esser colto di sorpresa dalla famiglia avversaria che lo osteggiava con ogni mezzo. Storie traboccanti di suspense che amavamo più di ogni altra. Nonna Adele ci raccontava del Boiardo come se l'avesse conosciuto di persona.
   D'altronde era un fatto che la nonna da giovane frequentasse il caffè Boiardo sulla piazza di Scandiano insieme a sua sorella. Tutto ciò che usciva dalla sua bocca ci appariva ancor più vero della realtà:
 
Tristano e Isotta dalla bionda trezza,
Ginevra e Lancillotto del Re Brando;
ma sopra tutti il franco conte Orlando.
 
Nonna Adele non poteva non aver conosciuto personalmente Angelica, il Circasso Sacripante, Agricane, re di Tartaria. Ma poi anche Agramante, Mandricardo, figlio di Agricane, Rodomonte, re di Sarza. E Marsilio, re di Spagna. Senza dimenticar Ranaldo né il fratel d'Angelica, il feroce Argalia...
   Che lotte! Che forsennati assalti! Quante frecce fatate, assedi, cavalier cristiani e saraceni! Quanti duelli tra Orlando e il cugino Ranaldo! Gl'incantesimi, le magie, i viaggi favolosi, la straripante schiera di personaggi ed episodi! Le fonti magiche che fanno innamorare i protagonisti, o disamorare, tra ardimento guerriero, eroismi completamente fini a se stessi e nobil gentilezze...
   Nonna Adele narrava della rocca e del suo eccelso poeta, ma anche del passaggio sotterraneo e delle rime... Più tardi, quando fummo in grado di leggere, ci donò i poemi del Boiardo e dell'Ariosto,  L'Orlando innamorato e L'Orlando furioso: e allora capimmo la fonte di tanta meraviglia di "cavallier" monaci e pagani, di draghi e ippogrifi, di spade incantate e magiche illusioni... Attingeva al poema inconcluso di un grande che un altro grande volle completare.
   Un giorno, molto tempo prima, nell'apice di un racconto in cui i cavalieri disputavano circa le prigioni nelle quali volevasi rinchiudere la bella Angelica, io interruppi: «Anche mio papà, anche mio papà è stato in prigione! Anche lui è un cavaliere! Oppure è un brigante!». Mi sentivo indicibilmente fiero di questa straordinaria scoperta. La nonna, invece, rimase completamente confusa. Ricordo perfettamente il suo spavento negli occhi. Ma gli altri bambini vollero sapere, insistendo molto, perché mai lo zio Enrico, che sembrava una persona così ammodo, sarebbe stato un cavaliere se non addirittura un brigante.
   Insistemmo tutti un bel po' affinché nonna Adele ci raccontasse di queste avventure. Lei però recalcitrava. Prima cosa, voleva sapere donde avessi appreso una simile notizia. Perché, in secondo luogo, quella era una storia "molto grave", alla quale non le piaceva pensare "proprio per niente". Poi, però, udendo che io l'avevo saputo dalla vicina del piano di sopra, la nonna ci ripensò e le parve opportuno rivelarci quel che era successo veramente, affinché l'apprendessimo da una persona di famiglia, senza "sofisticazioni".
   «Mio figlio Enrico, cioè tuo padre, Ettorino, non è mai stato né brigante né cavaliere, personaggi che non ci sono più. Ma come tutti i Dezza è sempre stato una persona onesta, un galantuomo dall'animo leale. Quindi sì, quel che una volta veniva definito un "prode paladino", questo può dirsi oggi tuo padre. Però ci sono persone che per nobiltà e rettitudine, per bontà ed onestà, devono pagare un caro prezzo!».
   Tutto questo proemio ci appariva abbastanza incomprensibile ed astruso. Incalzammo la nonna affinché ci dicesse della galera.
   «Tu, Ettorino, eri molto piccolo. Abitavi con mamma e papà alla Josefstrasse, dove c'era il secondo negozio, nel quinto distretto. Ma forse non ti ricordi neanche più...».
   «Sì che me lo ricordo, invece! Lì davanti avevamo il negozio, dietro c'era il retrobottega, poi il soggiorno, la camera da letto, sempre calda perché nella cantina sotto c'era il forno del panettiere col negozio proprio accanto al nostro. E mi ricordo anche della cucina: dietro verso il cortile sulla sinistra!».
   «Sì, era proprio così!» confermò Ettorone. «Me lo ricordo anch'io benissimo, perché dalla finestra della cucina si poteva saltare sul carro pel mercato, e da lì con un altro salto arrivavi sul cortile».
   «Anzi, davanti alla finestra della cucina» riprese la nonna «i carri dovevano essere due. Io lo so bene, anche se in quel momento non mi trovavo in Svizzera, lo so perché così mi hanno raccontato».
   «Sì, sì. Noi ce ne stavamo sempre lì a giocare. E su ognuno dei due carri c'era l'insegna della ditta: Fratelli Dezza. Vini & commestibili». La più grande, Laura, che sempre sapeva tutto meglio degli altri volle aggiungere: «Sulla tabella c'erano anche gli indirizzi dei due negozi: Badenerstrasse e Josefstrasse».
   «Voi, a quanto vedo, rammentate esattamente sia la casa che i dintorni» constatò la nonna. «Ebbene, una mattina, prestissimo, era ancora notte fonda, qualcuno suonò alla porta».
   «Briganti feroci?».
   «No, non erano briganti, era la polizia segreta».
   «Che cosa significa polizia segreta?».
   «Poliziotti che per non farsi riconoscere...».
   «...si erano travestiti!».
   «No, vestivano "in borghese", portavano dei vestiti normali, senza divisa, sembravano comuni cittadini».
   «Che carogne! Ma erano o non erano poliziotti?»
 
 
  - (2/4- Contnua)
 
 

martedì 28 ottobre 2008

Di cavallier, gran dame ed eroi...E di come mio padre finì in galera

 
 
L'autore di queste pagine, Cella-Dezza (1913-2004), è stato un grande uomo di teatro, cinema e televisione, amico di Brecht, Silone, Strehler e Maria Callas, fu tra i fondatori della televisione svizzera, promosse la diffusione di Brecht  in Italia e di Pirandello in Germania. Testimone d'eccezione del "secolo breve", ma anche animatore delle grandi battaglie politiche e culturali condotte da questa testata contro il fascismo, lo stalinismo e la xenofobia, ha ricostruito in "Nonna Adele", romanzo familiare e verista, la vita dell'emigrazione italiana a Zurigo nel passaggio epocale dalla guerra al fascismo e dal fascismo alla guerra. Nel novantesimo dalla fine del Grande Macello, riproponiamo di "Nonna Adele" qui il quarto capitolo, che  è ambientato negli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale.

di Ettore Cella-Dezza

 
Nonna Adele provava un senso di completa felicità quando Laura ed Ettore, i due nipotini milanesi, figli di sua figlia Erminia, venivano a Zurigo per trascorrervi le vacanze. Chiamandomi Ettore anch'io, eravamo in due a portare il nome del nonno Dezza. Per evitare confusioni, il più vecchio di noi due veniva chiamato Ettorone. Mentre a me, che ero più piccolo, spettava il titolo di Ettorino. E insomma, insieme a Laura ed Ettorone, i due milanesi, anche noi zurighesi, cioè mia cugina Elena e io, partecipavamo all'accerchiamento della nonna. Insistevamo moltissimo affinché ci portasse in gita. Lei d'altronde cedeva volentieri, ben sapendo che in tal modo sollevava per un'intera giornata o almeno per un pomeriggio, i nostri genitori dal dover badare anche ai bambini. Noi per parte nostra volevamo sempre fare delle escursioni, anche perché in casa ci tenevano costantemente occupati con i "lavoretti utili": spaccare la legna, lavare le fiasche vuote, smontare le cassette in singole stecche con cui accendere o ravvivare il fuoco. E via di questo passo. Mentre le bambine dovevano fare maglia, o imparare a cucire, rammendare, ricamare pizzi, trine, merletti. E chi più ne ha più ne metta. Non è che tutti questi "lavoretti utili" ci piacessero un granché. Quindi cercavamo in ogni modo di evitarli ricorrendo, come dicevo, a nonna Adele. Lei riusciva a farci uscire un po', liberandoci dai nostri genitori e dai compiti domestici, anche quando il cielo rannuvolato non prometteva nulla di buono.
   In caso di tempo incerto salivamo su di un tram e andavamo fino al capolinea: Triemli, Albisgüetli, Zürichberg, Rehalp... Qualche volta si viaggiava addirittura sul tram giallo: fino a Schlieren! Lì viveva la mia nonna materna: Serafina Ferretti. L'andavamo a trovare dopo aver fatto sosta al Kloster Fahr. E lei riusciva sempre a sorprenderci con i suoi dolci, indicibilmente buoni: guarniti di panna montata.
   Nonna Adele amava recarsi al Kloster Fahr. Faceva in modo di essere in chiesa prima delle tre e mezzo, ora in cui le suore benedettine iniziavano i vespri. La scenografia monumentale barocca ricordava alla nonna le atmosfere di casa. I vespri venivano cantati in latino.
   Laura, che era sempre stata molto curiosa, voleva a tutti i costi "vedere le suore" i cui gorgheggi planavano sulle nostre nuche da dietro la balaustra del coro. Noi quattro andavamo ai banchi delle prime file. Stando in punta di piedi sulle assi degli inginocchiatoi, fingevamo di pregare a mani giunte ma voltando lentamente la testa all'indietro per indovinare con la coda dell'occhio qualche volto al di là dell'inferriata. Non ci riuscimmo mai. Le suore rimasero invisibili. E ogni volta nonna Adele aveva il suo travaso di bile per via di quella tremenda maleducazione "fin dentro la casa del Signore".
   La nonna doveva spesso redarguirci. Ma poi capitava che chiudesse gli occhi mentre si cantava. Noi allora ci scambiavamo dei colpi di gomito in segno di: "Adesso dorme, possiamo uscire". Ma non appena abbozzavamo il primo passo, lei apriva un occhio richiamandoci sottovoce: «Su, fate i bravi, ché non dura più tanto...». Voleva dire che si doveva aspettare ancora una mezz'oretta circa. A noi sembrava un'eternità. Per lei questi vespri appartenevano al novero dei più puri piaceri dello spirito, noi eravamo invece impazienti di arrivare da nonna Serafina dove c'erano i famosi dolci con la panna montata.
   Altra meta prediletta era lo Zürichberg. In cima alla collina facevamo una lunga passeggiata nel bosco con merenda finale. Di solito entravamo in un locale sulla cima della collina, oppure sul Rigiblick. La nonna ci prendeva il caffelatte con la torta di frutta o con delle meringhe. A me piacevano soprattutto le torte, che variavano con il variare delle stagioni. Erano grandi fette, saziavano.
   Producevamo un chiasso assordante e la nonna era solita scegliere un tavolo in disparte affinché non disturbassimo troppo gli altri avventori. Ma si vedeva lo stesso costretta ad ammonirci continuamente: «Ragazzi, state buoni». E quando esageravamo: «Non siete soli al mondo, abbiate un po' di riguardo per gli altri. Vediamo di mantenere il decoro di una famiglia perbene!». Parole che non c'impressionavano molto. Frasi che conoscevamo a memoria. Ma quando nonna Adele iniziava a raccontarci una storia potevi sentir volare le mosche.
   Nonna Adele era una narratrice fantastica. Pendevamo dalle sue lebbra. Dimenticavamo il resto del mondo. Stavamo immobili, a bocca aperta, col fiato sospeso, e solo sbocconcellando in silenzio sproporzionate fette di torta alla frutta, pasticcini, meringhe...
   Raccontava dei nostri antenati, del cardinal Dezza inquisitore spagnolo che nel sedicesimo secolo fondò il ramo italiano quando fu trasferito dalla penisola iberica a Roma per combattere l'eresia. Aveva un cospicuo parentado al seguito, e forse anche per questo teneva legati due leoni al suo scranno cardinalizio: avrebbero sbranato chiunque si fosse troppo avvicinato. Trecentottanta streghe fece mettere al rogo.
   Nonna Adele raccontava spesso anche di un altro nostro avo, Lazzaro Spallanzani, che era stato uno scienziato di fama mondiale ai suoi tempi. Era così famoso, questo Spallanzani, che il grande Albert von Haller gli aveva dedicato il quinto volume della sua Physiologie, un'opera che possiamo ancor oggi ammirare al Museo Spallanzani di Reggio. Spallanzani aveva viaggiato moltissimo! Spallanzani aveva studiato i vulcani! Spallanzani era quasi riuscito a creare l'uomo artificiale!
   Noi ragazzi preferivamo Spallanzani e l'inquisitore ai racconti di cavalieri e briganti, che ormai sapevano troppo di fiaba. Laura ed Elena volevano ascoltare invece la triste storia della contessa Carmela, cognata di nonna che viveva a Torino. Nata con il titolo di contessina degli Aschieri, Carmela era stata prescelta quale dama di corte presso Sua Maestà. E qui la nonna passava a raccontare di un aristocratico istituto fiorentino in cui la contessina ricevette la sua squisita educazione. Trascorse una giovinezza fatta di anni tutti sereni insieme alle altre educande di nobil casato, insieme alla balia e insieme al proprio cavallo. Noi ragazzi trovavamo interessante soprattutto il cavallo: domandavamo se fosse baio, morello o pezzato, quant'anni avesse, se anche lui assistesse alle conferenze letterarie nei saloni di Poggio Imperiale o se prendeva parte soltanto all'equitazione per educande.
   Nonna Adele aveva una risposta per tutte le nostre domande. Su Carmela avrebbe potuto intrattenerci all'infinito, su come sapeva disegnare, cantare, trottare, galoppare, conversare in francese... Già allora, a dispetto delle mode, se ne andava fieramente in giro coi capelli alla maschietta. Non si dava la benché minima cura di quel che la gente poteva mormorare di lei. Né aveva una sia pur vaga nozione delle faccende domestiche. Tanto per fare un esempio, Carmela non era nemmeno in grado di accendere un fornello. Una volta, pensate, mentre tentava di innescare la fiammella del gas, rischiò di farne fuoriuscire talmente tanto che ci fu una quasi esplosione. Lei non aveva mai imparato queste cose nel suo educandato. Poveretta. E in cucina non sapeva neanche da che parte cominciare. Ma Carmela aveva mani di fata. Ricamava dei gobelins bellissimi. Dei quali ella stessa disegnava i modelli. Inoltre, accompagnandosi al clavicembalo o al pianoforte esibiva una voce sublime.
   Tutti noi volevamo sapere come mai fosse tanto brava nelle cose difficili e non avesse imparato quelle semplici: «Perché quella povera Carmela» sentenziava allora la nostra nonna «fu educata alla nobiltà». La povera Carmela, poverina, poveretta. Ma perché, secondo nonna Adele, la contessina degli Aschieri andava così tanto compatita? Perché la poverina era stata completamente defraudata da un tutore che le aveva sottratto l'intero patrimonio.
   Anche quella poveretta ebbe infine la fortuna di trovare un marito che sebbene lei fosse priva di dote volle ugualmente sposarla, per amore. Il marito proveniva da una famiglia di brave persone che accolse Carmela con gioia. E però lui non poteva offrirle un tenore di vita adeguato al rango di lei. Poverini.
   Laura ed Elena si commuovevano fino alle lacrime. Noi ragazzi pensavamo invece che, se era abbastanza lesta da conversare in francese e cavalcare, be', vivaddio, poteva pur imparare anche ad accendersi un fuoco! Ma la nonna ci rimbrottava. Eravamo ancora troppo piccoli per capire queste cose.
   Ah, sì?! E allora come si chiamava il cavallo? Lo volevamo sapere! Ma questo, nonna Adele, l'ignorava. E qui per noi ragazzi la storia della zia Carmela era da considerarsi conclusa, possibilmente per sempre.
   Quindi, ogni volta che Laura iniziava con la solita lagna: «Dai, nonna, per favore, raccontaci della zia Carmela contessina degli...» noi ragazzi la interrompevamo subito: «No, no! Ma basta! La conosciamo a memoria!».
   Ne nasceva un vivace diverbio. Noi volevamo un'altra storia. E Laura a quel punto si arrabbiava assai. Le veniva il "malumore".
(1/4 - Continua)

martedì 14 ottobre 2008

IL FASCISMO DI IERI E IL FASCISMO DI OGGI

DIBATTITO PUBBLICO PROMOSSO DAL TAVOLO ANTIFASCISTA DELLA FRANCIACORTA
VENERDI 10 OTTOBRE, ore 20.30
CAZZAGO, TEATRO RIZZINI
Interverrà MARCO REVELLI
saggista e docente all'Università di Alessandria
Negli ultimi periodi si sta diffondendo in maniera preoccupante la rinascita di nuove organizzazioni che si richiamano al Nazifascismo.

Tra queste organizzazioni sta avvenendo un salto di qualità che vede il passaggio dal linguaggio politico dei proclami, a quello delle aggressioni a tossicodipendenti, Rom, omosessuali e migranti, ma anche a semplici cittadini.

Il ragazzo ucciso a Verona da cinque neo nazisti è un esempio clamoroso che dovrebbe preoccupare la coscienza di ognuno di noi, mentre invece si sta diffondendo sempre di più tra la gente comune una cultura di destra alimentata dall'insicurezza e dal peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori, i quali si trovano ad essere sempre più poveri, precari, ricattabili e sempre più soli, in quanto le forze politiche che storicamente erano vicine alle masse popolari ed esprimevano i loro bisogni, hanno perso la loro identità, i loro valori e il ruolo sociale che hanno sempre avuto, lasciando un vuoto e un senso di rassegnazione tra la gente comune.

In questa situazione il Fascismo lavora per ampliare il proprio consenso usando la perdita di sicurezza per nascondere le vere ragioni che l'hanno generata, supportato da una fase di revisionismo storico e da una politica restrittiva e securitaria che alimenta la divisione e l'odio tra i vari soggetti.

Questo quadro è aggravato dallo scandalo di personaggi politici che ricoprono alte cariche istituzionali, e che hanno giurato fedeltà alla Costituzione antifascista, i quali dichiarano apertamente di considerare alla stessa stregua coloro che hanno combattuto per la libertà e la democrazia, e coloro che invece si arruolarono nelle file fasciste alleate dei nazisti.

E' bene che tutti gli Antifascisti raccolgano il testimone che ci hanno lasciato i vecchi Partigiani e incomincino a vigilare nelle strade, nei quartieri, nelle fabbriche, adottando un processo di azione concreta ed unitaria che consenta a tutti noi di riappropriarci dei valori fondanti della nostra Costituzione, contro ogni forma di fascismo.

martedì 7 ottobre 2008

La scomparsa di Vancin


Il regista de Il delitto Matteotti e di altre memorabili pellicole lascia in eredità la sua coerenza di uomo e di intellettuale. Si avverte nei suoi film l'eco costante dell'impegno civile, assunto già in età giovanile con il giornalismo militante e la convinta partecipazione alla lotta partigiana.


di Giuseppe Muscardini


 

Prima Michelangelo Antonioni, poi Dino Risi ed ora Florestano Vancini. È ineluttabile, si sa. Le persone nascono e muoiono. Ma le icone restano, e Vancini era emblema di un impegno civile espresso con quella fedeltà che contraddistingue le anime evolute, gli intellettuali capaci e responsabili. Spetta a quanti lo hanno apprezzato e conosciuto personalmente fissare qualche momento della sua esistenza, per comprovare l'assoluta onestà nella svolgimento della professione in cui credeva.

    In lui l'impegno civile aveva motivazioni antiche, e il ricordarlo qui, dalle pagine de «L'Avvenire dei lavoratori», vale ad offrire un ricordo puntuale e rispettoso sia della persona che della nobile vocazione di rappresentare il reale con la macchina da presa. 


 
 

Florestano Vancini

    Il mondo del Cinema riconobbe la sua indiscussa capacità di unire trama letteraria e resoconto storico fin dal 1960, quando La lunga notte del Quarantatre ottenne l'Orso d'oro al Festival di Berlino. Tratto da un racconto di Giorgio Bassani, il film si ispira ad un episodio di inaudita ferocia realmente accaduto dopo il fatidico 8 settembre, quando la rappresaglia fascista falcidiò undici civili per vendicare la morte di un Federale assassinato per motivi ancora oscuri. Tanto oscuri che le ipotesi avanzate dagli storici fanno propendere per un omicidio compiuto non dai partigiani ma dagli stessi membri del Partito fascista, che giudicavano troppo arrendevole il loro camerata.

    Che dire poi de Il delitto Matteotti, film acclamato dalla critica e spesso menzionato come documento di taglio informativo e didattico, utile per la scuola nell'educare i giovani alla democrazia, al punto che oggi i cinquantenni, all'epoca dell'uscita del film studenti delle Superiori, ricordano di averlo visto nell'ambito delle attività scolastiche, quando gli insegnanti più aperti e progressisti accompagnavano le loro classi nei mitici Cineforum?

    E ancora Amore amaro del 1974, film alla cui lavorazione (oggi si può dire con un poco di pudore ma con legittimo orgoglio) chi scrive contribuì in modestissima misura come sperduta comparsa in un fiume di altre comparse. Il film racconta le pene amorose di un giovane universitario incapricciatosi di una vedova non agée ma matura: lui recalcitrante verso il Fascismo già consolidato nel Paese, lei ben integrata nel Regime, concupita da gerarchi in fez ed orbace.

    Non possiamo certo disgiungere questi temi dalle vicende biografiche che nel 1945 videro il regista aderire e militare nella 36° Brigata partigiana Bruno Rizzieri. Né dalla sua lunga collaborazione con la «Nuova Scintilla», attraverso articoli di incitamento alla Resistenza civile contro il nazifascismo.



 
Negli ultimi anni Florestano Vancini aveva recuperato situazioni sceniche più distanti dalla sua generazione, indagando ambiti in cui la storia detiene quel ruolo di magistra vitae di ciceroniana memoria. Eppure gli episodi epocali o ordinari a cui ha dedicato attenzione, dalla ricostruzione dell'ultima stagione di Lucrezia Borgia alle mafiose nefandezze della Piovra nella seconda serie dell'omonimo sceneggiato televisivo, non si sono mai discostati troppo, pur nelle sottili allegorie e nei paragoni, dall'impegno assunto in favore del suo tempo.

   Se oggi è ancora possibile attribuire alla coerenza un valore, Florestano Vancini ha avuto il merito di saper coniugare felicemente le proprie idee di intellettuale impegnato nella difesa della democrazia, con una professione iniziata presto e non senza difficoltà. Il raggiungimento dell'eccellenza nel lavoro lo ha ripagato.